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Caro Richard, tanti muoiono, tu non morirai mai: “Benson – La vita è il nemico”

Ciò che andrò a descrivere è qualcosa che mai nella mia vita avrei crduto potesse accadere. Una di quelle fantasie che al massimo puoi sparare per ridere con gli amici durante una bevuta insieme. “Ma ti immagini un film su Richard Benson?” Un’altra volta la realtà si è dimostrata più intraprendente della mia umile immaginazione e lo scorso 8 dicembre, il giorno dell’immacolata concezione, mi trovo a sedere sulle poltrone del Nuovo Cinema Aquila nel quartiere Pigneto a Roma per la prima nazionale di “Benson – La vita è il nemico“, documentario di Maurizio Scarcella dedicato alla vita e al mistero del re del metallo italo-inglese.

L’entrata del cinema è presa d’assalto da una fiumana di discepoli e seguaci del chitarrista, tra cui illustri apostoli bensoniani come Gianni Neri, ex braccio destro di “Cocktail Micidiale” su Televita e ora avvocato “di prim’ordine”, John Macaluso, batterista di fama internazionale divenuto negli ultimi anni amico di Richard e soprattutto Ester Esposito, moglie e compagna di una vita del Maestro. C’è l’atmosfera delle grandi occasioni, per l’alta partecipazione sono state disposte due sale che proietteranno contemporaneamente il film per tre volte (sono stati contati più di 600 ingressi). Nella sala principale il regista insieme ai produttori Andrea Pirri Ardizzone e Andrea Scarcella introducono la proiezione, descrivendo il lavoro che dal 2016 li ha intrecciati  massicciamente alla vita e al trascorso di Richard e Ester, e alla passione nel costruire un’opera che potesse rendere giustizia a un personaggio spesso svalutato e relegato a fenomeno da baraccone. Da un lato dispiace che il diretto interessato non possa assistere a un tale evento, essendo deceduto il 10 maggio dello scorso anno. Spesso il dispiegamento più ingente di allori e gloria arriva post mortem, non è di certo la prima volta e non sarà l’ultima. Ma dall’altro è gratificante avere accanto una folla che condivide lo stesso rispetto e trasporto per una figura che poteva rischiare di cadere nel dimenticatoio ed essere fagocitata dal vortice del tempo. Paradossalmente Richard sembra più vivo adesso che negli scorsi anni, grazie al lavoro delle figure sopra citate e di altri personaggi come i musicisti Francesco James Dini, Marco Torri e Simone Sello che attualmente stanno portando a termine l’album postumo “24 Back to 84”, anticipato lo scorso anno dall’uscita del brano Processione.

Ora arriva la parte difficile, ovvero descrivere il contenuto del film. Non credo di poter rendere giustizia alle immagini susseguitesi durante la proiezione. Ciò nonostante proverò a trasmettere al meglio la reazione che da spettatore è scaturita affrontando questo viaggio allucinante.

Innanzitutto si viaggia su tre piani narrativi contrapposti: il passato, rappresentato da materiale d’archivio, foto d’epoca, filmati amatoriali e vecchie trasmissioni televisive, il presente, che prende vita a partire dalle testimonianze di amici e collaboratori (tra cui Vittorio Sgarbi, Max Giusti, Giuseppe Cruciani e il compianto Massimo Marino), e un terzo binario, difficilmente categorizzabile. Il regista è stato accanto a Richard ed Ester, documentando la loro quotidianità a partire dal 2016, momento in cui la coppia ha chiesto aiuto pubblicamente a fronte di problemi economici e di salute. Sono questi momenti di vita privata la parte più dirompente e dolorosa del documentario. Si tratta del filo che lega i vari capitoli della narrazione e l’elemento che eleva il racconto da semplice cronaca degli eventi a lente d’ingrandimento, a volte caleidoscopica a volte spietatamente trasparente, su un’umanità perfettamente a cavallo tra miseria e surrealismo. Un occhio che oscilla tra Ken Loach e David Lynch ci catapulta violentemente nella cruda realtà, mai come adesso priva di barriere o dissimulazioni.

I monologhi incalzanti del Benson d’annata si contrappongono a momenti di quotidianità dello stesso Benson incastonato in una realtà che fa male, circondato da stoviglie incrostate, posaceneri straripanti, fogli e cianfrusaglie di ogni tipo. Racconta insieme a Ester momenti del suo passato e considerazioni sul presente, tra un concerto e una visita medica. Non mancano momenti in cui il grottesco prende prepotentemente il sopravvento, come quando i due raccontano episodi coloriti dei loro spettacoli passati. Richard descrive come prendesse Ester per i capelli e la trascinasse sul pavimento, con il visibilio del pubblico. E nel raccontarlo la sbatte davvero per terra, montandole addosso. “Io le salivo sopra e me la scopavo“, spiega serissimo.

Le inquadrature serrate amplificano ogni ruga, ogni granello di polvere, dicharando fin dai primi istanti la volontà di non edulcorare nulla e anzi di evidenziare la crudezza della vita, che in questo caso si è rivelata davvero “il nemico”.

Il racconto passato si concentra principalmente, dopo una breve parentesi sugli anni settanta, il Buon Vecchio Charlie (gruppo giovanile del nostro) e i primi concerti, sugli ultimi vent’anni, gli anni dell’esplosione di Richard Benson come fenomeno collettivo, le trasmissioni sempre più estreme su Televita, i concerti orgiastici teatro di ogni nefandezza e le ospitate in trasmissioni da prima serata (è proprio Max Giusti a raccontare il suo coinvolgimento ormai leggendario a “Stile Libero” sulla rai nel 2008, come anche Piero Chiambretti, che lo ospitò più volte nel suo programma). Il periodo forse più celebre di Richard, ma anche la chiave di lettura per il declino del decennio successivo. Colpisce la cronaca del concerto a Palestrina del 2016 dove Richard, ormai debole e stanco, viene bersagliato selvaggiamente da farina, uova, liquidi e sostanze di ogni tipo. Una scena lontana anni luce dagli spettacoli dei primi duemila, dove il lancio di oggetti era accompagnato da un complice e consapevole botta e risposta tra artista e pubblico, che con gli anni ha perso la sua valenza goliardica e celebrativa tramutandosi in un becero momento di sfogo verso una persona che ormai non aveva più alcuna forza per contrastarlo e contrastarsi. 

L’onda anomala cavalcata impunemente da Benson è finita per abbattercisi contro, sommergendo ogni moderazione e dando vita a un vortice dal quale è quasi impossibile uscire.

Torniamo così alle immagini del 2017 ancor più consapevoli della parabola autodistruttiva che ha trascinato Richard e Ester in una condizione sempre più precaria. È incredibile però come Richard stesso non lasci mai andare la sua versione della storia, il mito che lui stesso ha creato. Ad esempio in un’intervista Federico Zampaglione (leader dei Tiromancino e produttore dell’album “L’inferno dei Vivi” del 2015) racconta di come, appena uscito il disco Richard fece annullare tutte le interviste dichiarando di star partendo per un fantomatico tour in Giappone. Questa crociata contro il mondo è sempre più estrema, come nella scena straziante dove due amici di una band romana cercano, preoccupati dalla sua condizione, di convincere Richard a farsi visitare e a curarsi. Lui imperterrito continua a rispondere “Io sto benissimo“. La scena successiva mostra il ricovero d’urgenza a seguito di un infarto, avvenuto nel 2018, momento in cui le riprese del documentario sono state interrotte.

Fino alla fine Richard ha lottato, contro la vita e contro tutti, sé stesso in primis. Il racconto corale del film unito alle immagini vecchie e nuove forma un mosaico frastagliato ma unito dal rispetto che contrariamente a quanto si possa pensare tutti hanno avuto per quest’uomo. Ognuno degli intervistati in un modo o nell’altro è riconoscente a Benson per esserci stato e aver contribuito alla formazione di un mondo nel quale tanti ragazzi hanno saputo trovare un’autenticità e una vita diversa, per aver combattuto in nome della musica e contro un conformismo che è sempre stato uno dei suoi principali antagonisti. In un filmato d’archivio lo si sente provocare il pubblico: “Quando Richard Benson sarà morto, chi vi rimane!?“. Esco dalla sala con questa frase stampata in testa, cerco di darmi una risposta che però non arriva.

A fine proiezione siamo tutti un po’ storditi. Difficile riconnettersi immediatamente con il resto del mondo, un mondo ormai senza Richard Benson. Difficile anche ammettere quanta tragedia si nascondesse dietro la maschera del re del metallo, del chitarrista più veloce del mondo. Nell’androne del cinema risuonano le note di Madre Tortura, c’è chi la canta in coro, chi beve una birra e chi ancora ha bisogno di un attimo per riprendersi. Tra la folla scorgo John Macaluso, lo saluto e lo ringrazio del suo contributo. Lui ci regala quella che forse è la scena più bella e rappresentativa dell’intero film. Nel 2017 incontra Richard per la prima volta e i due decidono di unire le forze per dare vita a un nuovo progetto musicale (putroppo mai realizzato a causa del peggioramento della salute di Benson). Vediamo immagini toccanti dei due intenti a suonare in una sala prove. Macaluso è visibilmente di ottimo umore, entusiasta di questa collaborazione per alcuni forse ridicola. A lui però non sembra importare. “Cosa dirà la gente? – John, ma ti sei messo a suonare con uno a cui tirano i polli sul palco? – STICAZZI!“.

Caro Richard, tanti muoiono, tu non morirai mai.

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