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“Underpop”, il punto e a capo dei 24 Grana

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Con l’inizio del nuovo millennio, i 24 Grana hanno appena terminato la loro trilogia iniziale. “Loop”, “Metaversus” e K-Album, in un arco temporale di quattro anni che va dal ’97 al 2001, rappresentano tre balzi in avanti nella carriera della band di stanza a Napoli e in tutto il movimento indipendente. Arrivati a questo punto, è chiara la sensazione che il sentiero è giunto al termine. Bisogna prendere quel tipo di decisione che quasi tutti gli artisti indipendenti, travolti dal successo, si trovano a dover fronteggiare nella propria carriera: restare nell’underground oppure percorrere il miglio definitivo.

La decisione dei ragazzi cresciuti artisticamente a Officina ’99 strizza l’occhio alla seconda possibilità tra quelle elencate. Ricerca di consacrazione più che salto di qualità, ché quello è già avvenuto da tempo. Ma se le ali stanno per essere spiegate verso l’olimpo della musica internazionale, i piedi hanno il desiderio di restare conficcati nel proprio terreno natìo. E’ da questa commistione di elementi che nasce il titolo “Underpop”, pubblicato dieci giorni prima di Natale del 2003 e che dentro racchiude due significati: provenienza e direzione, si cerca la via del pop ma con gli occhi ancora fissi sui bassifondi.

L’intro scandito da Nella stanza apre la strada al cambio di rotta imposto da Di Bella e i suoi: “Vedo la scrittura come un volo stellare”, oltre al verso iniziale di Canto pe’ nun suffrì,è una dichiarazione d’intenti. Dal sottoterra indipendente, libero da ogni vincolo, al cielo dal quale osservare il mondo che scorre lentamente, da subito si percepisce la ricerca di una rassicurante morbidezza nei suoni, impreziositi da riff semplici e orecchiabili.

I rumori di fondo che richiamano scenari urbani in Stay on the edge preconizzano il malessere generato dallo stile di vita quotidiano all’estrema periferia di Napoli, quelle vele monumento di degrado ma anche termometro di coscienza sociale, una consapevolezza che consente di saper capire il male in tutti i suoi significati. Da Scampia alla Ferrovia, altro quartiere pieno di sfaccettature – stavolta in pieno centro – e nel quale si abbandona il testo di Vivo in un furgone, intriso di quell’onirica malinconia che rende poetica una scatola segreta, piena di benzina e buona musica.

Nel gioco delle contrapposizioni, è giusto che se rulli una canna tu lo faccia con gioia: in una tipica Giornata psicologicamente impossibile c’è il gusto di rompere la routine lasciandosi andare alle gioie effimere della vita, come il perenne effetto del fumo, ma anche la convinzione di doverla smettere prima o poi. Il nodo di raccordo con la successiva La neve è la noia, letta sempre parallelamente a una futura visione di vita, ma stavolta più introspettiva.

Ma l’introspezione non porta sensazioni positive, così Psiconauta si presenta come un ponte verso un’inevitabile oscurità, lambita da distorti e avvelenati riff di chitarra. Atmosfera più languida ma ugualmente tesa ne Il gattone, ennesima confessione di Francesco sospesa tra paure ancestrali e represse, che ancora una volta si contrappongono a immagini di vita quotidiana apparentemente confortanti, ma che a conti fatti aumentano il volume del già ingombrante carico presente nella testa del protagonista.

L’amore è cantato in Torno ccà, perduto e raccontato attraverso i luoghi che un tempo furono di conoscenza e che oggi si stagliano irrimediabilmente vuoti. Restano solo scenari, oggetti e una “strada ‘nfosa ca nun voglio cagnà”, in un eterno riflesso condizionato. I ritmi del passato, tra reggae e dub, tornano in punta di piedi con ‘A cascia, un riassunto di tutto ciò che di degradato possa ruotare intorno alla vita umana, narrato in maniera sarcastica, anzi comica, per usare una citazione autentica.

Altro viaggio nei tempi che furono i 24 Grana se lo concedono con Napule tana, uno snodo definitivo verso la chiusura del disco sancita da Luce e luna – una separazione stavolta invocata, ad ogni costo – e L’attenzione, un’esortazione al risveglio della coscienza collettiva, alla riscoperta dei valori umani di vicinanza, solidarietà, di rivoluzione invece che di guerra.

Dal punto di vista musicale, “Underpop” segna un cambio di passo importante nella produzione della band partenopea. Dopo il trittico discografico iniziale, tre angolazioni diverse dalle quali i 24 Grana hanno esplorato l’universo dub, l’idea è fin da subito quella di elevare il proprio sound a livello pop, inteso chiaramente in senso non spregiativo.

L’elettronica, un tempo dominante, adesso è un misurato complemento, qualcosa che rende il tutto ancor più sofisticato e credibile. La musica “di genere”, se così si può definire, lascia posto a sonorità maggiormente radio-friendly, pur essendo garantito nel complesso un livello qualitativo notevole. I testi sono meno impetuosi, effetto sicuramente di un’età e di una visione del mondo più mature: in questo contesto non deve stupire più di tanto il progressivo abbandono del cantato in napoletano, un dichiarato orientamento al raggiungimento di una fetta di fans più ampia, che comprenda anche qualche ascoltatore insospettabile fino a un paio d’anni prima.

“Underpop” è una fine che attende un nuovo inizio, una strada che conduce ad una nuova fase e, si sa, intraprendere un nuovo percorso non è facile e nemmeno sbrigativo. Il nuovo capitolo, “Ghostwriters”, arriverà solo cinque anni dopo, ma avrà un sapore diverso, innovativo, adulto.

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