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Giorni come “Stanze”: l’esordio incendiario dei Massimo Volume

Il 23 dicembre 2023 esce “Stagioni”, un tributo ai Massimo Volume edito da Nos Records, etichetta indipendente pugliese. E voi direte, che cosa c’entra la Puglia con i Massimo Volume, che sono di Bologna? C’entra, e anche parecchio, considerando che nessuno dei membri fondatori della band era originario di Bologna. 

Tra le fila della Nos Records e tra gli autori della cover di “Stagioni”, che coprono in ordine cronologico un po’ tutta la discografia dei Massimo Volume, ci sono artisti storici dell’underground pugliese, come Marco Ancona e Amerigo Verardi, quest’ultimo suonò assieme ad Umberto Palazzo negli Allison Run, band anch’essa di fuorisede con base a Bologna sul finire degli anni ’80. Allora Bologna era la città del DAMS, del movimento del ’77, dei fumetti di Pazienza, la Mecca per qualsiasi giovane con i tarli in testa, raggiungibile dopo qualche ora di treno fin dal remoto Salento. 

Ma anche giovani marchigiani, come Emidio Clementi detto Mimì e Vittoria Burattini, oppure abruzzesi come Gabriele Ceci e lo stesso Palazzo, subivano la fascinazione di questa città tuttora magica e attrattiva, e la vivevano appieno ebbri della libertà che poteva loro garantire, per poi contaminare i loro luoghi d’origine di tale esperienza: così Pescara vecchia è diventata una sorta di Bologna in miniatura, con diversi locali di musica dal vivo come lo Scumm, negozi alternativi di abbigliamento ed estetica punk sempre in bella mostra, più e meglio che in tante altre città del Nord.

La storia è nota, questi 4 giovani avevano degli amplificatori talmente scrausi che dovevano tenerli sempre al massimo volume per sentire qualcosa. Suonavano decisamente noise, specialmente Palazzo che manterrà quel sound ruvido anche nelle esperienze future. Il tocco di particolarità sta nel recitato di Mimì: La Processione della Madonna dei Porci, poi finita dentro “Stanze” in versione ridotta e accennata sotto il titolo di 15 agosto (la versione integrale raccontava un lato oscuro di Costantino Rozzi, presidente della squadra di calcio dell’Ascoli e noto costruttore) era ciò che rendeva veramente unico quel “Demo Nero”, primo EP autoprodotto nel 1992, in modo tale da convincere l’Underground Records a registrare a Modena “Stanze” nell’annata successiva. 

Di “Stanze”, fino alla ristampa di 5 anni fa, si parlava e si sapeva meno che delle successive uscite, fuori da chi quella storia l’aveva vissuta direttamente: materiale praticamente introvabile sia su supporto che online se non di pessima qualità; tutt’oggi non è pubblica la data esatta di uscita del disco, che è stato registrato all’incirca durante giugno 1993. Il mio primo impatto con “Stanze” coincide col mio primo live dei Massimo Volume, al defunto Unwound di Padova il 19 febbraio 2011, quando si erano da poco riuniti e portavano in giro “Cattive Abitudini”: conoscevo bene “Lungo i Bordi” e mi aspettavo che, una volta terminata l’esecuzione del disco, avrebbero ripescato pezzi da lì. Invece, ascoltai qualcosa di nuovo e decisamente distante dai Massimo Volume che ero abituato a conoscere: era Ororo, con Stefano Pilia al posto di Ceci che saltava in spaccata, gasatissimo da quelle onanistiche, 3, maledette note che potrebbero essere ripetute all’infinito senza stancarsi: SOL diesis, SOL, Mi bemolle.
Per allora, la mia frequentazione con “Stanze” si fermò lì, ad un ascolto occasionale inciso su un frammento di videotape orribile orgogliosamente pubblicato su youtube (che ha raggiunto la bellezza di 81 visualizzazioni in più di 12 anni, la metà credo mie), per assenza di riferimenti al materiale d’epoca: tutto cambiò con la pubblicazione del disco rimasterizzato, all’anniversario dei 25 anni.  Con la possibilità di poter finalmente gustare adeguatamente questo patrimonio, è stato uno dei dischi che ho consumato, e consumo tuttora con più avidità.

Come si diceva, “Stanze” avrà poco di che spartire a livello sonoro col successivo “Lungo i Bordi”: è un album sonoramente duro, con testi più brevi e immediati, urgenti, ma già poetici. Gli stessi Massimo Volume durante le registrazioni di “Stanze” sono in transizione, con Umberto Palazzo che abbandona la band dopo aver registrato 3 brani, lasciando spazio a un chitarrista più intimo e malinconico -ma non per questo meno creativo- come Egle Sommacal, fuori dalla fascia adriatica ma sempre proveniente da un’altra iperprovincia come Belluno, che di solito consegna i suoi figli ribelli a Padova. Ci sono cose in “Stanze” che non sentiremo più o quasi per niente in futuro, come gli inserimenti vocali di Vittoria, i power chord a pioggia, Mimì che dice “cazzo”, “troia” o “scorreggia”. 

Ci sono già le storie di vita reale. Roland, Tomas e Io è legata all’esperienza di Mimì in Svezia alla ricerca di indipendenza; Alessandro è l’accurata descrizione della vita di un ragazzo autistico, un pezzo che a dir la verità potrebbe stare benissimo in “Lungo i Bordi” avendone spoilerato lo stile dominante; In nome di Dio (quest’ultimo presente tra i ringraziamenti del Demo Nero «per la sua assenza») descrive causticamente una coppia in crisi. 

E poi c’è la poesia, su un livello più astratto e quindi più vicino alla forma canzone. Stanze e Stanze vuote sembrano quasi complementari, diversissime come intensità e collocate a debita distanza nella scaletta. 

Chiudiamo
Dentro
Scatole
Pezzi
Di Vita
Andati
Restano
Stanze
Vuote

È un’invocazione, ripetuta più volte e alla rinfusa tra le varie voci, tra un colpo al Tom e gli echi cupi delle chitarre, che sembra riassumere l’esperienza universitaria, vissuta repentinamente da una stanza a un’altra, e allo stesso tempo l’idea artistica che sta dietro la composizione di ogni pezzo: una scatola con pezzi di vita.

Vedute dallo Spazio e Ororo sono invece indivisibili, per quanto distinte. Lo slide noise della prima, interrotto da raffiche di rumori improvvisi, lascia spazio alla batteria di Vittoria, al basso di Emidio e alle chitarre in ordinata sequenza fino a raggiungere il clou con le famose tre note citate sopra.

Stanze” è il disco giovanile dei Massimo Volume; la maturità artistica era già evidente, quello che in futuro risulterà levigato sarà piuttosto l’irruenza. È un disco che rappresenta un capitolo chiuso, una Stanza vuota a sua volta. Nello stesso “Stagioni”, a differenza di altri tributi ad artisti del passato pubblicati negli ultimi anni, latitano volti nuovi della musica alternativa e l’età media dei contribuenti si attesta tra i 40 e i 50. Certe cose sono legate a un posto preciso nel tempo e nello spazio e quei Massimo Volume nacquero da un humus culturale in qualche modo ancora attuale, ma che non produce le stesse forme di aggregazione. “Stanze” resterà il ricordo musicale più lampante di cosa potevano essere capaci quattro fuorisede provenienti dalla costa adriatica che si incontrano a Bologna agli inizi degli anni ’90.

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