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Appino – Humanize

2023 - Woodworm
rock / folk rock / progressive folk

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Tracklist

1. hmnz#1: Sprovveduti e sconosciuti
2. Del nostro avvenire
3. Metti questa al mio funerale
4. hmnz#2: lo status quo
5. È solo una bomba
6. Carnevale
7. La fine di un ragazzo
8. hmnz#3: società anonima
9. Enduro
10. hmnz#4: liberi dalla vicinanza
11. Genio della lampada
12. hmnz#5: debito pubblico
13. Quando mi guardi
14. hmnz#6: algoritmia
15. intermezzo: e tali rimarremo
16. Il mondo perfetto
17. hmnz#7: non tutti i lupi sono capobranco
18. L’adunata dei disinteressati
19. Creatura
20. hmnz#8: immagine e somiglianza
21. Età della pietra
22. hmnz#9: l’ombra di un’incertezza
23. Ora


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Al concerto degli Spirit Award di qualche settimana fa, in quel locale della costa ovest, eravamo praticamente accanto. Non sapevo stesse per uscire il tuo nuovo disco. Il terzo da solista. A fine concerto, come consolidata tradizione, tutti fuori a parlare nonostante i primi freschi di un inverno che sembrava già essere in dirittura di arrivo. E, per la cronaca, il freddo, quello vero, è arrivato solo da qualche giorno.

La pittoresca e imbacuccata signora dei dolci casalinghi e dei panini in vendita fuori del locale era li perplessa a guardare tutti noi come fossimo oggetti misteriosi e tu eri li, a parlare, mentre io ero concentrato a pensare a quanti concerti degli Zen ho visto in questi anni. Alla dozzina ho smesso di contare. Troppi. Ma li ricordo tutti. Tutti quanti.

Ho appena finito di ascoltare il tuo nuovo disco credo per la decima volta in pochi giorni e volevo dirti che lo trovo davvero bello. Per quanto mi riguarda la recensione mi piacerebbe davvero concluderla qui. Senza aggiungere altro. Non una parola di più. Punto, fine. Perché quando un disco ha anima, corpo, spessore e storie da raccontare, a cosa serve entrare troppo in tecnicismi e spiegazioni di come io trovi o non trovi gli arrangiamenti che avvolgono le canzoni che lo compongono? Per quale motivo dovrei tediare chi leggerà questa recensione con descrizioni noiose su quali siano stati per me gli input che hanno mosso l’autore a dare all’album questa o quella determinata direzione? Magari poi sbagliando e magari anche di brutto.

Il disco ha uno spessore che raramente ho incontrato in questo ultimo periodo, soprattutto, ahimè, in territorio nazionale e questo si che mi sento di dirlo senza nessun timore di dire cosa poco certa. Qualche settimana fa ho sentito un disk jockey italiano, molto famoso, chiedersi perché i musicisti continuino a fare dischi. Perché? Davvero? Ma davvero davvero? Io credo che non sia necessario rispondere a questa domanda perché chi ama davvero la musica e la sente come compagna indissolubile della propria vita, sa esattamente il motivo per cui esistono ancora (…sia lodato chi ci veglia dall’alto dei cieli) persone che la mattina si alzano e sentono la necessità e il bisogno vitale e viscerale di esprimere le proprie idee attraverso non una, non due, ma una serie di canzoni che nel loro insieme descrivono un concetto ben preciso, un messaggio, senza preoccuparsi affatto se tali visioni entreranno o no in un’inutile classifica.

Humanize” è un disco che può far riflettere, pensare o semplicemente accompagnare piacevolmente 70 minuti della nostra giornata e vivaddio se esistono ancora album capaci di far tutto questo. 23 tracce di cui 14 canzoni più 9 cosiddetti “comizi di umanità” in cui l’autore ha raccolto la voce della gente, riflessioni prive di giudizio che alcuni hanno criticato considerandola come un’operazione banale e scontata. Marchiatura a mio avviso troppo sommaria, superficiale e ingiusta. Ascoltando il disco più volte, risulta chiaro come invece il tutto risulti coerente, sincero e parte di un concept album di chi si sente parte di quella stessa gente di cui ha raccolto le testimonianze.

Ma “Humanize” è anche e soprattutto un disco fatto di canzoni molto belle, alcune delle quali capaci davvero di rapirti e strapparti via da quei pensieri spesso futili che la quotidianità subdolamente ti fa passare davanti agli occhi, allontanandoti da ciò su cui invece ci potremmo e dovremmo soffermare. Penso a Del nostro avvenire o a Metti questa al mio funerale o a Carnevale. Tre canzoni bellissime che già da sole avrebbero reso questo disco uno dei migliori di questi ultimi anni. E poi Genio della lampada, Creatura, Ora. Il rischio di citarle tutte è forte, tanto forte. Troppo forte!

Suoni che vengono dall’underground anni ‘90, dal cantautorato, echi moroderiani e carpenteriani che si inseguono in omaggi neanche troppo velati alle colonne sonore degli anni ‘80, ma anche suoni pop e la tanto bistrattata trap urbana che in fondo quali colpe ha se chi se ne fa portabandiera dovrebbe darsi alla raccolta differenziata (…con tutto il rispetto…per la raccolta differenziata!). Quando a seguirne l’ispirazione, come in questo caso, c’è un artista capace e di talento, anche pezzi che strizzano l’occhio ai suoni trappisti risultano interessanti, credibili e di assoluta riuscita.

A 8 anni dal precedente album, Andrea Appino ci regala un disco che parla di vita, di morte, ma anche di soldi, lavoro, guerra e lo fa attraverso canzoni, parole e riflessioni in presa diretta. Un disco che sono certo raccoglierà anche alcune critiche, certamente non le mie, ma che a mio avviso saprà lasciare il suo bel segno indelebile e tangibile.

Fuori dal quel locale della costa ovest, la prossima volta, se mai dovesse capitarne di nuovo l’occasione, tra uno sguardo perplesso della signora dei panini in vendita e un filo di vento di quell’inverno che sembra arrivare, ti vengo a ringraziare per l’ennesimo bel disco che ci hai saputo regalare.

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