In occasione dell’uscita di “Our Forgotten Ancestors” (qui la nostra recensione), pubblicato lo scorso ottobre da Glacial Movements, abbiamo avuto il piacere di fare due chiacchiere con Massimo Pupillo. L’album diventa così un pretesto per parlare di tanto altro: di atto creativo, di vita, del progresso che spesso coincide con l’involuzione del progresso stesso, di passato come luogo dal quale tutti proveniamo e di coscienza universale nella quale tutti, consapevolmente o no, confluiamo.
Ciao Massimo e ben tornato su ImpattoSonoro. Inizio subito con la prima domanda che mi ronza in testa da quando ho incontrato “Our Forgotten Ancestors”. Cosa ti ha spinto a scegliere la popolazione Sami? Quale caratteristica l’ha resa più interessante di altre per la tua ricerca?
Ciao e grazie a te per l’interesse nel mio album. Devo fare un preambolo in cui ti parlo di Alessandro Tedeschi di Glacial Movements. Perché la genesi di questo lavoro è arrivata da una sua proposta, sovvertendo l’ordine classico per cui prima scrivi un album e poi cerchi l’ etichetta più adatta. Inoltre Alessandro ha seguito tutto, dalla concezione, alle prime idee, alle primissime bozze, fino all’artwork finale, con una cura ed una dedizione che nella mia esperienza discografica, piuttosto lunga, sono più uniche che rare. Quindi venendo a noi, quando Alessandro mi ha proposto un lavoro su Glacial Movements, la prima cosa di cui abbiamo parlato è che non avrei fatto né un disco descrittivo, né ecologista. Quindi siamo rimasti che all’apparire, se ci fosse stata, della prima idea o della prima immagine, glielo avrei comunicato. E così è stato, dopo qualche tempo si è presentato un brano , che poi è diventato Màttaràhkkà, che mi dava l’immagine di una piramide di ghiaccio. Allora con Alessandro ci siamo detti che avremmo potuto iniziare da lì, dai misteri dell’Antartide, e vedere dove il percorso avrebbe portato. A quel punto avevo anche cambiato casa e mi sono trovato in una casa bellissima nei boschi. In questa casa, durante l’inverno del 2022, soprattutto di notte, hanno iniziato a venire fuori i primi brani, Akhàt e Mano, che portavano in sé delle immagini completamente bianche. Poi è nata Horagalles che è una storia di passi sul ghiaccio, verso l’ignoto. Dopodiché da Noaidi in poi sono uscite fuori anche queste figure umane, lontane nel tempo e nello spazio, ancestrali , e a quel punto, con queste presenze umane, il lavoro si è addolcito molto. Allora ho sentito che queste figure erano i nostri antenati, i padri della nostra lingua, e queste figure mi hanno accompagnato, da lì in poi. Usare la popolazione Sami a quel punto è stato un pò un escamotage per dare una collocazione non solo immaginale ma un minimo concreta, e visibile all’ascoltatore, un punto di riferimento. Ma in questo caso i Sami sono il dito e non la luna.
Parlerai, magari con approcci differenti, di altre popolazioni che sentono di vivere ancora ai confini della società così come la si intende in maniera convenzionale?
Credo che quest’album faccia il paio con “Terminalia Amazonia” degli Zu in cui avevamo messo in musica dei canti sciamanici registrati presso un villaggio indigeno amazzonico. È un sentito bisogno umano profondo ed ancestrale di guardare indietro, di riacquisire una memoria antica dimenticata, di ribilanciare questo sfiancante progresso che spesso non è altro che fredda e spietata innovazione tecnologica guardando indietro e capendo che se non c è un rapporto con l’arcaico, con gli antenati, e con i defunti, siamo ontologicamente dei fuscelli al vento. Posso parlarti solo di un altrove che ho conosciuto personalmente, quindi quello amazzonico e quello himalayano, che con tutte le differenze possibili pongono l’ uomo in un rapporto completamente diverso con il tutto, riconoscendo appunto che c’è un tutto…e questo per una conoscenza diretta e non per un atto fideistico.
In “Our Forgotten Ancestors” niente sembra affidato al caso, ma nella composizione, così come in qualsiasi altro ambito artistico, spesso l’idea iniziale, quella allo stato embrionale cui spesso segue l’accademico “bozzetto”, non corrisponde alla forma finale che sembra vivere di vita propria.
Negli ultimi anni mi sono dedicato tantissimo alla composizione per cui credo, o almeno spero, che si sia raffinato da sé il senso della scrittura, e la possibilità di convogliare un’idea dal concepimento alla realizzazione. Dipende tutto dalla visione che si presenta, a volte basta un singolo suono che detterà tutto ciò che deve seguire. Ma si tratta di processi inspiegabili e personali, ed immagino che ognuno abbia il suo.
Cosa è sfuggito, se è sfuggito, alle tue previsioni che si è trasformato in altro?
Nulla, perché navigo a vista, non lavoro con delle previsioni, specialmente se è un lavoro solista.
Nella tua ricerca quanto spazio concedi all’imprevedibilità?
Totale. Se poi vuoi fare un salto e chiamare l’imprevedibilità “sincronicità”, che non è mai aleatoria, ma ha uno suo senso preciso, anche se spesso lo comprendi solo a posteriori.
Ci sono territori, interiori, geografici o comunque tu li intenda, che senti che non esplorerai mai con la tua musica?
Posso dirti che non ho nessun interesse in certe forme musicali, e questo è chiaro se conosci un minimo il mio percorso, ma se mi parli di spazi interiori o geografici allora tutto è sempre possibile.
Cosa ti incuriosisce al punto da trasformarlo in musica?
Tutto. La vita stessa. Se presa come una ricerca interiore tutto è una ispirazione. Ad esempio in “Ancestors” le radici linguistiche che provengono da un passato dimenticato, ma che formano il nostro linguaggio di tutti i giorni. Viviamo in tempi di terribile manipolazione linguistica e guardare alle radici della lingua significa cercare, e a volte trovare, un contrappeso necessario, capire le parole che usiamo riconducendole alle loro radici ancestrali. Potrei farti degli esempi ma non voglio appesantire l’intervista. Ma per unire questa risposta al concetto dell’album, questa curiosità per le radici linguistiche mi porta necessariamente a chiedermi chi fossero questi antenati, e qui si va nelle nebbie del passato.
Al netto dell’economia di un album bisogna inevitabilmente operare delle scelte. Cosa è rimasto fuori da “Our Forgotten Ancestors”?
Nulla, quello che è apparso è esattamente quello che voleva essere.
E di contro, cosa ti ha spinto a scegliere proprio quelle storie di miti, leggende e significati che poi sono finiti nell’album?
Sono dei significati universali. Mi interessa quel luogo della psiche che è così tanto interiore da fondersi nel collettivo universale (e non nel collettivo-massa). La domanda primaria è, quando una cosiddetta civilizzazione decide di buttare via come antiquati i propri miti di fondazione e mitologie, relegandoli ad un pittoresco e non capito passato, cos’è che prende il loro posto? Io ho le mie risposte personali ma ti lascio qui questa domanda.
Mi piace pensare che siano le intuizioni a muovere le persone, a spingerle a cercare. Dove ti lascerai condurre dai tuoi progetti?
Non so dirtelo perché le intuizioni non danno piani, al massimo ti offrono la prossima mossa , sono come come le briciole di Pollicino. Bisogna rafforzarsi per reggere un cammino del genere in tempi di grande incertezza e quindi bisogno di conferme esteriori. Devi sviluppare fiducia nell’esistenza. Posso dirti che questi sono stati anni di forte interiorità e quindi la mia ricerca musicale ha preso delle vie piuttosto che altre. Ho altri lavori pronti ad uscire che ho scritto in questi anni. Il primo uscirà per Unsounds ed è una collaborazione con il poeta Gabriele Tinti ed il grande fotografo sudafricano Roger Ballen, e anche questo lavoro ha a che fare con le immagini. Poi dovrebbe uscire per Improved Sequence un album con Demetrio Castellucci la colonna sonora di uno spettacolo dei Dewey Dell chiamato “Sleep Technique”, che nasce dalle pitture rupestri di Chauvet, quindi, ancora e di nuovo una ispirazione ed uno sguardo immaginale al mondo arcaico.
Ti ringraziamo per la tua disponibilità e per il tuo tempo, a presto!