Impatto Sonoro
Menu

Back In Time

Compie 35 anni il rock’n roll perfetto di Lou Reed: il re di “New York”

Amazon button

This sucks! Play some rock’n roll!”.

Era il 10 marzo 1989 e il concerto all’Orpheum Theatre di Boston era cominciato da pochi minuti quando un esagitato dalle balconate cominciò ad urlare la sua insoddisfazione. Lou e la band erano ancora alle prese con Romeo and Juliette, l’opener di “New York”, nonché della setlist che riproduceva fedelmente il disco uscito il 10 gennaio, due mesi prima. Mentre qualche altro fenomeno in platea si andava unendo alle proteste, Lou e la band passarono a eseguire Halloween Parade. Terminata la quale, Lou alzò lo sguardo in direzione del leader dei disturbatori, lo freddò così: “Questo è rock’n roll. Il mio rock’n roll. Se non ti piace il mio rock’n roll, perché non te ne vai? Chiedi un rimborso, motherfucker”. Fine delle proteste, lo show proseguì indisturbato.

Quando ho letto questa storia ho fatto fatica a crederci. Per quanto mi riguarda, “New York” è sinonimo di rock’n roll. Vi dirò di più, nella mia testa o anche ad alta voce, più spesso di quanto sarebbe normale, ribattezzo il disco proprio così: “Rock’n Roll” di Lou Reed, salvo poi correggermi immediatamente e sorridere del mio insistente errore. Nessuna confusione nella mia testa con la omonima canzone dei Velvet Underground, che ho ben presente in una differente collocazione. Il disco del 1989, nella mia testa, si chiama proprio così. Come poteva l’esagitato bostoniano lamentarsi che la musica di “New York” non fosse rock’n roll, mentre invece è la quintessenza del rock’n roll? Certo, non è il sound bombastico che Lou aveva su “Rock’n Roll Animal”. Il famoso live del 1974 che, fino ad allora, era stato il maggior successo commerciale della sua carriera. Situazione, guarda caso, che sarà corretta proprio dalle vendite di “New York”, che avrebbe raggiunto l’oro in USA e il Platino in UK.

Capisco allora che il fan in questione era probabilmente un nostalgico, poco interessato all’ultimo album di Lou e convenuto al concerto nella speranza di ascoltare le hit della sua giovinezza. Lou se ne fregava di queste aspettative. Aveva composto la sua opera perfetta, il suo inno alla sua città e questo era intoccabile, immutabile. Le note di copertina lo dicevano: “Quest’album è stato registrato a Mediasound, Studio B, N.Y.C., essenzialmente nell’ordine che trovate qui. Va ascoltato di fila lungo i suoi 58 minuti (14 canzoni), seduti, come se fosse un libro o un film.” L’esperienza andava replicata uguale in concerto. Come si può ascoltare e vedere nel live pubblicato nell’edizione deluxe del 2020, Lou era chirurgico e asciutto sul palco. Come se fosse un concerto di musica classica. Non camminava in giro, non compieva gesti teatrali, non alzava mai il tono: solo suonava la sua chitarra e recitava le sue storie con distacco, con precisione fotografica. Alle spalle della band una scenografia dei bassifondi di New York, curata dalla moglie Sylvia Morales. Erano finiti gli eccessi degli anni ’70: il comportamento, più reale che recitato, da tossicodipendente su un palco apparteneva ormai a un Lou che non esisteva più. “New York” dal vivo è una replica di quanto si ascolta nell’album in studio, con piccole improvvisazioni e variazioni di tono. E qualche monologo improvvisato, nella migliore tradizione reediana, ma più sobrio che nel passato.

Sembra che un manager discografico a cui Lou aveva fatto ascoltare l’album terminato, pur essendone entusiasta, si permise di consigliare il taglio di un paio di canzoni, per renderlo più appetibile commercialmente.  Canzoni da mettere magari da parte per una edizione deluxe. “Immagina l’editore di Moby Dick che va da Herman Melville e gli dice: “Herman, questo è davvero un ottimo lavoro. Un po’ lunghetto però. Perché non prendiamo i capitoli 11 e 22 e li facciamo uscire come articoli su qualche rivista?” – fu la risposta di Lou. “Questa fu la grande questione” – conferma Sylvia Morales – “Non una parola poteva essere tagliata, non una frase musicale. Non può essere toccato”. Il che peraltro poneva difficoltà per la qualità del suono su vinile, dovendo concentrare 58 minuti di musica su un album singolo. “Ma Lou fece a suo modo. Sapeva che questo album era il suo capolavoro”, spiega Sylvia.

Photo: Waring Abbott

Il lavoro che portò alla realizzazione di “New York” era stato artigianale. In pochi mesi della primavera del 1988, Lou, lavorando in maniera disciplinata dalla casa che condivideva in New Jersey con Sylvia, mise a punto la struttura delle musiche e dei testi. Su questi avrebbe poi esercitato un paziente lavoro di affinamento nelle settimane successive. E quindi le registrazioni ebbero luogo in estate, in 7 settimane. Durante tutti quei mesi, due persone erano al fianco di Lou: il chitarrista Mike Rathke, sposato con la sorella di Sylvia ed il batterista Fred Maher. Rathke era entrato nella band di Lou nel 1987 e, grazie anche a lunghe sessioni chitarristiche nella casa in New Jersey, i due formarono una intesa musicale telepatica e un interplay chitarristico come piaceva a Lou e che ricordava l’intesa con Sterling Morrison nei Velvet Underground. Un giorno mentre suonavano quella che poi sarebbe diventata Romeo and Juliet, Lou si fermò e, chiedendo al compagno di continuare a suonare, buttò giù su carta di getto i primi versi della canzone e del disco: “Caught between the twisted stars / the plotted lines the faulty map…..”

Fred Maher aveva già suonato la batteria in un paio di dischi di Lou all’inizio del decennio. Aveva successivamente militato negli Scritti Politti, band inglese di synth-pop che godette di qualche successo all’epoca. Lou lo richiamò per il nuovo album e si consultò con lui su chi avrebbe potuto essere il produttore. Maher fece una lista che includeva grossi calibri del livello di Bob Clearmountain (Simple Minds) e Scott Litt (R.E.M.). Ma nessuno era interessato. Il batterista trovò allora il coraggio di offrirsi come produttore, al che Lou replicò: “che cazzo ne sai tu di come si registrano le chitarre? Tutto quel che hai fatto è spazzatura synth-pop”. Tuttavia, Maher non si arrese e riuscì a convincere Lou a dargli una chance. Andarono quindi in studio e registrarono Romeo and Juliette. Lou si prese una giornata per riascoltare il lavoro fatto e il giorno dopo chiamò Maher: “Per la prima volta dopo tanti anni, suono di nuovo come Lou Reed: facciamolo”.

Fu proprio l’ex Scritti Politti a suggerire a Lou di evitare l’uso di qualunque tastiera sull’album: “You can’t beat 2 guitars, bass and drums” avrebbe poi scritto Lou nelle note di copertina. E Maher spinse Lou a lavorare il più possibile live in studio, usando spesso il primo take. Le chitarre di Lou e Rathke furono la prima cosa che venne registrata. Su quella base, Lou cantò e Maher si assicurò che nel mix finale la sua voce risaltasse in prima linea. Quindi successivamente incise la batteria. Rob Wasserman completò il disco, sovra-incidendo in due giorni il suo contrabbasso elettrico.

In una carriera durata oltre 45 anni, che ha visto Lou firmare a nome proprio o dei Velvet Underground 26 album in studio, “New York” viene considerata da molti se non il capolavoro assoluto del nostro, certamente uno dei suoi capolavori immortali (ne abbiamo parlato nel nostro recente speciale sul decennale della scomparsa di Lou). Il metodo di lavoro adottato da Maher e Lou avrebbe dato vita a un album perfetto di “rock’n roll per  adulti”, che era poi come Lou aveva sempre inteso la sua arte. “New York” è la quintessenza dell’adult rock reediano. Grazie anche a testi portati qui alla perfezione da un Lou ispiratissimo e determinatissimo a raccontare la sua città. “E’ semplicemente una grande città. La ragione per cui penso che l’album non sia limitato dall’attualità è perché io vado molto in giro. Parlo con le persone, e sono sempre le stesse vecchie storie. Nomi diversi, stesse situazioni” – così Lou avrebbe spiegato la sua visione.

E come fatto nel passato, non aveva perso la voglia di parlare di emarginati, di minoranze, di degrado, ma allo stesso tempo, forse per la prima volta, entrò la politica nei suoi testi. Un attacco a Jesse Jackson per una sua battuta possibilmente antisemita, accomunato al presidente austriaco Kurt Waldheim e al papa (Good Evening Mr. Waldheim); dei riferimenti a Rudolph Giuliani e a Donald Trump (Sick of You); ai movimenti “pro-life” e alle chiese (Busload of Faith); una chiamata alla politica ad agire con urgenza oltre la retorica (There is no Time); la crisi ambientale e l’epidemia di armi da fuoco (Last Great American Whale); le violenze interrazziali (Hold On il cui testo il New York Times pubblicò come editoriale); le disuguaglianze sociali (Strawman). Puntando il dito e smascherando ipocrisie con rimarchevole lucidità. E la raccolta si conclude con Dime Store Mistery, una riflessione sulla passione di Cristo, ispirata dalla morte di Andy Warhol: “Vorrei non aver buttato via il mio tempo / su cose tanto umane e su così poco di divino.”

Lou non è secondo a Bob Dylan nella sua accuratezza e spietatezza lirica, ma a differenza del premio Nobel è capace anche di cinismo. E rispetto alle sue opere giovanili, il suo è ora un cinismo empatico che strappa il cuore, come quando ci racconta la storia di Pedro in Dirty Boulevard. Non una canzone per cuori deboli, bensì un affare lurido e il riff con cui Lou apre le danze già suona sporco, da non poter introdurre altro che una siffatta storia.

Pedro vive accanto al Wilshire Hotel / guarda fuori dalla finestra senza vetri / i muri sono di cartone / ha dei giornali sotto i piedi / e suo padre lo picchia / perché è troppo stanco per mendicare / Ha nove fratelli e sorelle / tirati su e sottomessi / è difficile correre quando hai segni di frustate sulle gambe / Pedro sogna di essere più vecchio / e di uccidere suo padre / ma è una cosa improbabile / e va a finire nel lurido viale

C’è poi Last Great American Whale, dove Lou fustiga i suoi connazionali:

Beh, agli americani non importa niente di niente / men che mai dell’acqua e della terra / e la vita animale sta nella parte più bassa del loro totem / con la vita umana che vale meno di schiuma infetta / Agli americani non frega niente della bellezza / cagano nei fiumi, scaricano l’acido delle batterie nei ruscelli / guardano i ratti morti sbattuti sulla spiaggia / e si lamentano se non possono farsi il bagno

O l’ottimismo caustico di Begining of a Great Adventure, dove Lou dichiara che sarebbe “divertente avere un bambino”.

Gli insegnerei a piazzare bombe / appiccare incendi, suonare la chitarra / e se incontrasse un cacciatore / a sparargli nei coglioni / cercherei di essere il più progressista possibile / a patto di non perderci troppo tempo”. E conclude che: “dev’essere bello avere un bambino / al quale tramandare qualcosa / qualcosa di meglio di rabbia, dolore, collera e sofferenza / Spero sia vero quello che ha detto mia moglie / lei dice, “Lou, è l’inizio di una grande avventura

E il disincanto di Busload of Faith:

Non puoi contare su nessun miracolo / non puoi contare sull’aria / non puoi contare su un uomo saggio / non li troveresti perché non ci sono / Ma puoi contare sulla crudeltà / sulla crudezza di spirito e parola / puoi contare sul peggio che viene sempre / hai bisogno di una vagonata di fede per andare avanti

Ma questi sono solo esempi dei tanti bellissimi bozzetti disegnati dalla penna di Lou in “New York”. I Romeo and Juliette latini, la Hollywood Parade di una comunità LGBTI decimata dall’AIDS, l’Endless Cycle degli abusi familiari, i reduci del Vietnam in Xmas in February, ecc….. Ma su questo non mi dilungherò oltre, non essendo il mio intento quello di scrivere una guida al disco. Mi basta intonare una ode: una ode al mio “Rock’n Roll” perfetto, in celebrazione di una città che nessuno ha saputo mai raccontare come Lou. “Il re di New York” è il titolo azzeccato dell’ultima biografia su di lui, scritta da Will Hermes. David Bowie gli aveva assegnato il titolo nel 1997, sul palco del Madison Square Garden, quando lo invitò a chiudere il concerto per i propri 50 anni. Diciamo che ogni città ha il re che si merita. E io scelgo pertanto di essere newyorkese, città dove ho vissuto alcuni anni ma che, solo grazie a Lou ho, forse, iniziato a capire.

“Faulkner aveva il sud. Joyce aveva Dublino. Io ho New York e i suoi dintorni”

Lewis Allan Reed (nato il 2 marzo 1942 a New York – morto il 27 ottobre 2013 nei suoi dintorni)

(Traduzioni delle canzoni prese da loureed.it)

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Articoli correlati