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“Leave Home”, il secondo gradino del podio nella trilogia dei Ramones

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Il mestiere di chi fa musica è quello di raccontare storie. A volte belle, altre brutte, in alcuni casi decisamente bizzarre. I Ramones fanno parte di quest’ultima categoria, ma nel momento in cui riusciamo a intercettare l’essenza della follia, la musica, il mondo che ci circonda, la vita, assumono un significato diverso. La domanda a cui cercheremo di rispondere raccontando questa breve storia è: come fa un quartetto di ragazzi che non hanno né nozioni, né cultura musicale, che suonano male e cantano peggio, a creare dal nulla una decina di generi, ad influenzare un numero indefinito di artisti e il pensiero di metà degli adulti del pianeta?

La band prende vita con una storia non dissimile da quella della stragrande maggioranza di chi a un certo punto si mette a suonare insieme. Joey (Jeffrey Ross Hyman) è appassionato di batteria, Dee Dee (Douglas Glenn Colvin) e Johnny (John Cummings) cantano e si alternano tra chitarra e basso, il secondo condivide le sue esperienze con il chitarrista Tommy (Tamás Erdélyi). I quattro si conoscono all’inizio del 1974 a casa di Johnny, nel Queens, dopodichè Tommy invita gli altri tre nel suo Performance’s Studio per qualche serata. Dopo alcune esibizioni che lasciano indifferenti gli spettatori, ecco il primo e definitivo cambio nella line-up: Joey lascia le bacchette e assume stabilmente il ruolo di voce principale, Dee Dee imbraccia il basso e l’unica chitarra se la prende Johnny. Da par suo, Tommy non è intenzionato a suonare stabilmente, vuole solo fornire supporto logistico con il suo locale, organizzando quindi anche le audizioni per il nuovo batterista.

I provini vanno malissimo perché dopo una serie infinita di bocciature di gente che aveva intenzione di accodarsi ai neonati filoni hard rock e heavy metal, i tre restano soli e gli appuntamenti vanno deserti. Dopo lunghe giornate passate a riflettere sul da farsi, la decisione è quella di piazzare Tommy dietro le pelli. Il nome della band sarà Ramones, dietro impulso di Dee Dee, ispirato dallo pseudonimo scelto da Paul McCartney in occasione di un precedente tour in Scozia. I quattro procedono compatti, scegliendo Ramone come cognome d’arte e vestendosi tutti alla stessa maniera con jeans strappati, t-shirt, scarpe da ginnastica e giubbotto di pelle nera.

C’è un solo, minuscolo dettaglio: non sono in grado di proporre pezzi altrui perché la loro capacità di mettere mano a strumenti e voce rasenta lo zero. E non parliamo delle articolate evoluzioni chitarristiche di Jimi Hendrix o delle calde atmosfere vocali di Leonard Cohen: anche le più basilari nozioni musicali sfuggono totalmente ai Ramones, che tuttavia non vedono questa circostanza come un limite. Tutt’altro: hanno una tale vena compositiva che da subito iniziano a proporre inediti di loro produzione.   

Con le sue innate doti di PR, Tommy riesce così a procurare alla band alcune date al CBGB’s di Manhattan, un monolocale sporco e maleodorante ma che negli anni sarà incubatrice di buona parte della scena alternativa americana. Dopo le prime esibizioni popolate da una decina di persone, pian piano quel modo di fare musica così incendiario, provocatorio, innovativo, attira la curiosità perfino di Lou Reed, che diverse volte spenderà parole di elogio nei loro confronti. I Ramones tenevano concerti brevissimi: i loro pezzi non arrivavano a tre minuti, ma soprattutto avevano talmente tanta paura di fischi e proteste che non c’era praticamente pausa tra un pezzo e l’altro.

La leggenda narra che ad una di quelle esibizioni assistette il direttore del Palace Theatre di Waterbury, nel Connecticut, che in breve tempo li fece chiamare per aprire un concerto di Johnny Winter. I fans di Winter – e probabilmente lui stesso – non li conoscevano, le iniziali speranze di Tommy di trovare il favore del pubblico si infransero drammaticamente non appena ai fischi e ai booo dalla platea seguì il lancio di qualsiasi tipo di oggetto capitasse a tiro, comprese bottiglie di vetro. Nonostante ciò, a fronte delle prime recensioni positive ottenute da diversi critici musicali – i quali, pur constatando un livello tecnico a tratti imbarazzante denotano originalità e spiccata dimensione live – la band bada al sodo e ad aprile del 1976 pubblica quel disco omonimo che sarà l’inizio di tutto.

Un primo capitolo caratterizzato da critiche positive via via crescenti, ma che in termini di vendite in America balbetta a causa di una promozione che risente negativamente della reputazione non proprio lusinghiera dei quattro di New York. Per alleggerire l’atmosfera intorno a sé, la band decide di comune accordo di lasciare gli Stati Uniti e passare un po’ di tempo in Inghilterra, laddove il suo stile era maggiormente compreso e apprezzato. Durante quelle settimane le due anime del punk – USA e UK – si fondono: ai loro concerti si presentano membri dei Clash, dei Sex Pistols e dei Buzzcocks, che subito diventano fans dei Ramones venendo ricambiati da Dee Dee e soci. Quel tour rappresenta la fine della spinta iniziale e l’inizio della consapevolezza. E’ in questo contesto che viene concepito “Leave Home”, il punto centrale della cosiddetta trilogia iniziale, una strada percorsa alla velocità di un dragster che vede la pubblicazione di tre dischi nel giro di un anno e mezzo, l’ultimo dei quali sarà “Rocket to Russia”

L’elemento di discontinuità di “Leave Home” rispetto al disco d’esordio è l’assenza del produttore Craig Leon, colui che per primo li aveva segnalati alla Sire Records dopo averli ascoltati al CBGB’s. Al suo posto arriva Tony Bongiovi, che si affianca a Tommy nella scelta dei suoni. E’ poco avvezzo a quel tipo di sonorità, in tanti sottolineano diverse pecche dal punto di vista del confezionamento del disco. Poco importa, perché nella sostanza parliamo di un enorme e inaspettato passo avanti rispetto all’esordio, soprattutto se si considera il brevissimo tempo trascorso dal primo LP.

L’inizio è subito adrenalinico con Glad To See You Go – con riferimenti sessuali abbastanza espliciti –  un’energia che si trasforma nella frenesia di Gimme Gimme Shock Treatment, seguita dalla breve boccata d’ossigeno della romantica I Remember You. Il piede torna pesantemente sull’acceleratore grazie a Oh, Oh, I Love Her So, cui fa eco la contestatissima Carbona Not Glue, censurata e sostituita quasi subito da Sheena is a Punk Rocker per la versione statunitense del disco e da Babysitter per la versione europea. I motivi della sostituzione sono due: nel testo della canzone si fa riferimento a un ragazzo che sniffa un detersivo al posto della colla – “consigliata” nel disco precedente – inoltre Carbona era proprio la marca del detersivo in questione, un marchio registrato la cui menzione avrebbe comportato problemi di copyright.

Poco male, il respiro resta tiratissimo grazie a Suzy is a Headbanger, seguita a ruota da Pinhead. Un tocco di melodia i Ramones lo concedono con Now I Wanna be a Good Boy, una strada che prende corpo con Swallow My Pride, uno scherzoso racconto del flop commerciale del disco precedente. La melodia è, per così dire, definitiva in What’s Your Game. Punto e a capo, con California Sun e Commando si torna su ritmi infernali, un’ultima curva che prelude alla dicotomia melodia-rumore di You’re Gonna Kill That Girl e al delirio finale di You Should Have Never Opened That Door.

Tra fughe brucianti, testi e pezzi censurati e le ormai solite storie che si rincorrono sui dietro le quinte – celebre quella nei bagni di un locale londinese con protagonisti Dee Dee e Sid Vicious – con “Leave Home” i Ramones mettono a segno il colpo decisivo verso la consacrazione. È una via di mezzo tra l’entusiasmo incosciente dell’esordio e la quadratura perfetta del successivo “Rocket to Russia”, una sorta di medaglia d’argento nel podio della trilogia iniziale. Un titolo che vale una pioggia di richieste da parte degli impresari di mezzo mondo, desiderosi di vederli sul palco ai quattro angoli della terra. Riascoltando “Leave Home”, insieme agli altri dischi del primo periodo, è lecito quindi riproporre la domanda di partenza, ma stavolta la risposta appare meno misteriosa.

Un gruppo che a fatica riesce a imbracciare uno strumento a corde, a impugnare un paio di bacchette e a indovinare tre tonalità di seguito non è scarso. Magari tecnicamente lo è, ma affrontando la vita e la carriera senza alcun tipo di timore nei confronti di un pubblico ostile, di manager discografici senza scrupoli e di giornalisti acculturati regala un monito per chiunque, a cominciare dai colleghi musicisti, perché non si contano future popstars che hanno superato i timori iniziali semplicemente ascoltando random una decina di pezzi dei Ramones.

Parliamo di una delle prime band, se non la prima in assoluto, per cui la critica spese la parola punk. All’inizio suonò in modo denigratorio, con gli anni quel termine assumerà un significato universale riferito alla ribellione sociale, alla libertà di espressione, alla moda e, ovviamente, alla musica. Un genere che emetteva i primi vagiti oltre i confini americani grazie ai Clash e ai Sex Pistols, fans dichiarati dei Ramones, ma che successivamente negli stessi Stati Uniti si evolverà soprattutto a ovest, dando vita al punk californiano dei Black Flag, dei Dead Kennedys e dei Bad Religion. Da lì alla nascita dell’hardcore il passo sarà breve. Su tutto il globo – e ancora oggi – ciò che fu punk si trasforma in post-punk, un calderone dal quale appare quasi pleonastico tirare fuori la new wave, sua espressione più elegante e cristallina.

Altre influenze – estemporanee e sparse ma che rappresentano un ottimo corollario – provengono dai Green Day, che secondo Billie Joe Armstrong non sarebbero mai esistiti senza i Ramones, dai Motörhead, che scrissero un pezzo intitolato R.A.M.O.N.E.S., dall’autorità locale del distretto di New York, che ha intitolato lo spiazzo alle spalle del CBGB’s a Joey Ramone dopo la sua morte, avvenuta nel 2001. A proposito di Joey, in occasione di quello che sarebbe stato il suo cinquantesimo compleanno fu proclamato il “Joey Ramone Day”, un personaggio meritevole di un pezzo dedicato personalmente dagli U2, The Miracle (of Joey Ramone)

Nondimeno, i giovani comuni di ogni epoca grazie ai Ramones hanno capito che nella vita bisogna osare, che le cose basta desiderarle, e anche che gli eccessi possono fare molto male. Quegli stessi giovani che li prendevano in giro perché non sapevano suonare li resero leggenda nel momento stesso in cui capirono che potevano formare anche loro una band e suonare senza problemi. Il fatto che “Leave Home” sia stato pubblicato a gennaio del 1977, in termini sociali, rappresenta infine un simbolo: era appena iniziato un anno straordinario, per il punk e per la musica di ogni tempo.

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