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Sad songs on the radio: 30 canzoni per un perfetto Blue Monday

Vi sentite tristi anche voi? Io sì. Sarà che nello stilare questa personalissima classifica di 30 brani (uno più sofferentemente bello dell’altro) ho dovuto necessariamente riascoltare la playlist per alcuni giorni, sacrificando tanti altri pezzi in nome della matematica e del tempo di lettura che sarebbe stato esageratamente lungo. Non sono dovuta entrare nel mood perché è esattamente questo il mio, 365 – in questo 2024, 366 – giorni l’anno: uno stato che oscilla costantemente tra nostalgia, malinconia, ricordi, desideri inespressi, parole non pronunciate, frasi non scritte e realtà in cui procrastinare diventa un’attività tanto essenziale quanto dolorosa.

Il Blue Monday sarà anche una bufala del web, ma il fatto che sia stata istituita totalmente a caso una giornata mondiale in cui sentirsi tristi è un diritto più che legittimo e non qualcosa di cui vergognarsi o preoccuparsi, è un piccolo passo verso un mondo un po’ più sincero. Abbiamo selezionato 30 brani da metter su a ripetizione in questo lunedì più triste dell’anno, per combattere crisi esistenziali o per farvene venire di nuove. No, non ci sono i Cure, e non c’è Matt Elliott. Non ci sono i Radiohead, i Joy Division, e non c’è la hit dei New Order. Provando ad unire musica più recente e meno recente, stati d’animo personali e collettivi, noi speriamo che con questa playlist l’effetto Blue Monday abbia i risultati desiderati.

Preparate i fazzoletti, sintonizzatevi sul canale della tristezza e assicuratevi di entrare nell’umore adatto: sarà un viaggio emozionante. 

Have A Nice Life – Bloodhail

La prima – e dico la prima – cosa che è apparsa nella mia mente non appena ho pensato ai brani più adatti per questo giorno dell’anno, è stata la copertina di “Deathconsciousness” (La morte di Marat), l’album di debutto degli Have A Nice Life. In realtà ho pensato prima a loro e poi alla copertina, perché il duo americano ha scolpito negli animi di molti di noi paesaggi sonori fatti di vita e di morte, di amori non corrisposti, di perdite, e Bloodhail ha rappresentato e continua a rappresentare il manifesto di quell’inizio della fine. Almeno per me. La verità è che qualsiasi brano si prenda dal debutto, sarà caldamente adatto ai momenti più funerei e decadenti delle nostre vite (The Big Gloom, I Don’t Love) e quindi, quale miglior album (e brano) di quello che dallo stesso duo è stato definito, all’epoca della sua uscita, come “the most depressing record in the history of music”?

Deathcosciousness (2008)

Trentemøller – Miss You

Cosa rende un brano triste? Le sue sonorità? Il suo testo? Il modo in cui lo si percepisce? L’attimo in cui lo si ascolta? Miss You di Trentemøller non ha testo, ma è esattamente come se operasse a cuore aperto sussurrando a quest’ultimo parole di conforto e purezza. Lo stesso musicista danese ricorda una ragazza in lacrime mentre Miss You veniva suonata dal vivo, episodio che ha avuto un profondo impatto nella vita dello stesso artista. Emotivo, sospeso nel tempo e nello spazio, delicato. Un brano da mozzare il fiato, che dal vivo viene reso ancor più magico ed atmosferico. 

The Last Resort (2006)

Jesu – Silver

Le copertine degli album dei Jesu hanno sempre trasmesso un senso di malinconia e solitudine ai miei occhi. E quella sensazione è stata sempre accompagnata da una musica che rispecchiava perfettamente quegli stati d’animo. La prima volta che ho ascoltato la traccia Silver, apertura dell’omonimo EP, non riuscivo a credere che alla voce ci fosse quel Justin K. Broadrick lì, lo stesso che impetuoso tuonava nei Godflesh, in quei suoni industrial e in quelle drum machine irruenti. Un albero semi spoglio, sconfortato, solitario e avvolto da una fitta nebbia, sembra implorare al suo visitatore di non andare via, di non abbandonarlo al suo destino. Con una melodia trascinante che si ripete in modo ossessivo, quasi opprimente, sul finale, il progetto capitanato dall’eclettico Broadrick regala una vera e propria perla rara al mondo musicale, che accontenta un po’ tutti: dai fedelissimi della prima ora che hanno supportato il musicista inglese nei Napalm Death prima e nei Godflesh poi, agli amanti di quelle sonorità più rarefatte tipiche dello shoegaze. Infatti, anche se in molti classificano questo EP come post-metal, la verità è che è tanto altro e i Jesu ce lo dimostreranno ancora meglio più avanti nella loro carriera. In un brano come Silver l’emozione cresce pian piano fino a strabordare e sta a noi rimettere insieme i pezzi e ricominciare.

Silver (2006)

Deafheaven – You Without End

I Deafheaven hanno cambiato le vite di molti abbracciando una moltitudine di appassionati di musica e di generi diversi. Sempre in prima linea nel tirare fuori le più profonde e primordiali emozioni, con il loro post-metal/post-rock a fortissime tinte black e shoegaze che è in realtà un mix istintivo dei suddetti generi (e non solo), nel loro quarto album in studio ci portano a riscoprire la bellezza delle loro sonorità. Il disco alterna momenti furenti ad attimi più sommessi, e nonostante avessi avuto altre scelte – come Near o Night People – la mia decisione è ricaduta sull’introduttiva You Without End, il cui titolo è tratto dal romanzo “The End of the Affair” di Graham Greene (1951), che parla di una relazione ossessiva dominata dalla gelosia e dalla conseguente fine di essa. Un brano struggente addolcito inizialmente dallo spoken word di Nadia Kury e reso poi violentemente triste dalla voce abissale di George Clarke.

Ordinary Corrupt Human Love (2018)

Sufjan Stevens – Fouth of July

Il male si è diffuso come la febbre – era notte quando sei morta, mia lucciola – cosa avrei dovuto dire per resuscitarti dalla morte?” Nel 2015 esce “Carrie & Lowell” di Sufjan Stevens, uno dei dischi più acclamati dell’artista americano, e anche uno dei più struggenti. Scritto e composto in ricordo della madre di Stevens, venuta a mancare nel 2012, l’album è la testimonianza più sincera e logorante di ciò che la figura materna ha rappresentato per l’artista, con i numerosi problemi, gli abbandoni e le mancanze che quel complesso legame si è portato dietro nel tempo. “Non voglio trasformare l’ascoltatore in un complice della mia depressione, voglio soltanto onorare la mia esperienza. Non sono la vittima qui, e non sto cercando la simpatia di nessuno. Non incolpo i miei genitori, hanno fatto del loro meglio”. Una sensibilità disarmante e un’esplorazione del dolore che toglie il fiato, in un brano come Fourth of July che è diventato uno dei pezzi più tristemente amati della carriera di Stevens. “Queste canzoni dovrebbero suonare come un testamento di un’esperienza che è universale: ognuno di noi soffre, la vita è dolore. La morte è il punto fermo che chiude la frase, quindi facci i conti”. Brutale e vivo. Profondo e inevitabile. La musica di Sufjan Stevens è letteralmente indispensabile nelle vite di tutti noi.

Carrie & Lowell (2015

Mojave 3 – Love Songs on the Radio

1995. Dopo il terzo album “Pygmalion“, gli Slowdive si prendono una pausa che sappiamo durerà fino all’attesissimo ritorno del 2017. Nel frattempo, però, le due personalità principali fondatrici della band di Reading, che rispondono ai nomi di Neil Halstead e Rachel Goswell, insieme a Ian McCutcheon (alla batteria proprio nell’ultimo lavoro degli Slowdive prima dello stop) danno vita ad un nuovo, inaspettato progetto musicale dai toni country folk, che continua a mantenere radici dream pop e indie, rivoluzionario se si considera il periodo storico in cui ci si trova, cioè quello del boom del brit pop. Il debutto dei Mojave 3 prende il titolo di “Ask Me Tomorrow” e la traccia che consegna il primo tassello è Love Songs on the Radio. Atmosfere dolci ed evocative si celano dietro un testo nostalgico che tocca i cuori e scioglie le insensibilità, accompagnando la tenera e soave voce di Rachel con un lento ballo a luci spente. 

Ask Me Tomorrow (1995)

Ben Frost – Forgetting You Is Like Breathing Water

ppesi ad un filo, i nostri sentimenti cominceranno a scalpitare proseguendo nell’ascolto della lunga traccia finale che chiude il secondo album della lungimirante carriera di Ben Frost. Forgetting You Is Like Breathing Water ha per il 50% il cuore che pulsa di sintetizzatori che si muovono a passo lento, prudente, e l’altra metà di una composizione intima, profonda, minimale nella sua acustica che cresce gradualmente e allo stesso modo si dissolve nell’intensità degli ultimi 2 minuti di brano. Una sinfonia di 11 minuti dolce e delicata, che nel suo dramma rivela tutta la sensibilità di un’artista sempre più necessario.

Theory of Machines (2006)

Yo La Tengo – Nowhere Near

Scontata? Sì. Necessaria? Anche. “Tutti sono qui, ma tu non sei neanche lontanamente vicino”. Chi non ha mai vissuto almeno una volta nella vita un amore platonico, non ricambiato, o “non abbastanza da”? Le atmosfere celestiali di Nowhere Near in questo caso rafforzano il senso di distanza emotiva che gira attorno ai 6 minuti di brano. L’incantevole dipinto su cui poggia la voce di Georgia Hubley viene affiancato dagli altri strumenti che entrano in punta di piedi come a non voler disturbare, bussando delicatamente alla porta ma creando un gran frastuono emotivo che non ci si aspettava. Per gli inguaribili romantici e per i sognatori, non per forza tristi ma meglio se con un pizzico di pessimismo cosmico: questo è per voi. 

Painful (1993)

Archive – Again

Ci sono brani di cui s’ignora completamente l’esistenza, ma che una volta conosciuti ti fanno auto-maledire per non esserti accorto prima che sono sempre stati lì, ad aspettare che tu li scartassi. Ecco, quando si tratta di un pezzo di 16 minuti io non mi tiro indietro e in questo caso ho fatto più che bene. Again apre le porte al terzo album in studio della band/collettivo britannica Archive, che debutta su atmosfere trip-hop sperimentali nel 1996, prendendo sviluppi diversi nel corso del tempo, affacciandosi al mondo dell’alternative, dell’elettronica e del rock più psichedelico già dal secondo album ma aggiungendo, nel successivo, qualcosa in più alla formula già testata, senza perdere di vista le origini. “You All Look the Same to Me“: un titolo, una garanzia. La copertina del disco raffigura 16 (come i minuti di Again) ragazzi ipotetici studenti che probabilmente posano per la foto dell’annuario o comunque per una di quelle cose di cui si vantano tanto gli americani e che vedevamo fare in “Beverly Hills 90210” (l’originale, non il disgustoso spin-off). “Mi stai facendo a pezzi, mi stai schiacciando dentro”: queste sono le prime parole che aprono l’album e in un’atmosfera inizialmente rilassata, al limite della rassegnazione, assistiamo al climax del brano, che si fa sempre più emotivo e struggente, colpendo le giuste corde finché si uniscono tutti gli altri strumenti a dare vitalità, spinta, devastante rabbia. “Con te vicino sono immerso nella follia, non posso perdere la tristezza”: pausa penetrante ed immersiva, a cui segue una coda disperata e intensa, degna chiusura di un brano introduttivo che lascia il segno con inchiostro nero indelebile. 

You All Look the Same to Me (2002)

Sprain – True Norwegian Black Metal

Non lasciatevi ingannare dal titolo, perché questo brano è l’esatto opposto di quello che vuole sembrare. Una ballad nostalgica sulla complessità della vita e delle emozioni che si trovano al suo interno. Lo scioglimento della band californiana ha reso il 2023 un po’ più triste, giusto per restare in tema. 

Sprain (2018)

Ulver – Shadows of the Sun

Tramonto norvegese. La voce di Kristoffer Rygg accarezza l’aria dopo un incipit solenne. “The shadows – shadows – of the dead – in the silence” rimarcando la parola “silence”. Minuto 1.30 circa, entra timida qualche nota di piano e l’atmosfera si fa più gelida ma più accogliente, allo stesso tempo. Note sospese per qualche istante. Riparte il piano, più deciso stavolta, meno impacciato. Entra il resto della componente musicale e si accendono finalmente i fari su quel tramonto che da lì in poi racconterà storie di solitudine (la magistrale cover di Solitude dei Black Sabbath), di perdizione, di sconforto. La title track di questo classico intramontabile della musica tutta è il porto sicuro in cui approdo ogni qualvolta mi sento giù, perché nella sua malinconica magnificenza riesco a sentirmi più forte e sicura. E meno sola. 

Shadows of the Sun (2007)

Coil – Going Up

Peter Christopherson e John Balance. Due anime prescelte le cui strade si sono fortunatamente incrociate nella prima parte degli anni ‘80 per dar vita ad un pianeta unico nel suo genere, intriso di magia e occulto, tra suoni sperimentali, ambient, industrial, acid house, dominato da un’aurea tanto misteriosa e affascinante quanto dolorosa e sfortunata. “The Ape of Naples” è l’ultimo album dei Coil e il testamento di Balance, che non vedrà mai l’album alla luce, perdendo la vita in un tristissimo giorno di metà novembre del 2004. Con lui se ne va la sua arte, se ne vanno i suoi eccessi e le sue dipendenze, se ne va il suo indicibile talento, se ne va il suo carisma. Il compagno di una vita Christopherson gli rende omaggio con questo disco uscito a distanza di quasi un anno dal tragico evento, eseguendo un enorme lavoro di cura nel mixaggio e nell’assemblare momenti presi dai live precedenti guidati dalla voce del compagno, a riprova del fatto che con “The Ape of Naples“, Balance continua a vivere, ad esistere, a vegliare. Posta in chiusura c’è Going Up, la cover di una vecchia sitcom britannica che qui si trasforma in una marcia funebre in cui Christopherson inserisce proprio l’ultima performance dal vivo di Balance, che intona le prime parole del testo che suonano quasi minacciose ma profetiche: “Are you ready to go now?” a ripetizione. Alla voce poi arriva il canto solenne di Francois Testory che occupa tutta la seconda parte del pezzo, per lasciare di nuovo spazio a quella di Balance nell’ultima sentenza “It just is”, in cui c’è aria di rassegnazione. Ma è come se un grande peso fosse stato lanciato via. Qui, invece, il peso continuiamo a sentirlo dentro: quello della perdita di due delle menti musicali più geniali mai esistite.

The Ape of Naples (2005)

Caspian – Gone in Bloom and Bough

Il post-rock è uno dei generi più strappalacrime che esista e lo è senza il bisogno di esprimersi con voce reale. Bastano una chitarra, un basso, una batteria, riverberi e delay giusti e l’atmosfera adatta fatta di luci e ombre contenuta all’interno di una grossa sfera fatta di cristallo e sofferenza, fragile e delicata anche solo a guardarla. Quando metti dentro al post-rock parole sommesse, sfumate, eteree ed irraggiungibili, le emozioni si triplicano ed è proprio il caso di Gone in Bloom and Bough, uno dei brani del terzo album in studio della band statunitense Caspian, tra i più rappresentativi del genere. 10 minuti di catarsi in costante crescita, che circa a metà rilassa i nervi, per liberarsi poi definitivamente sul finale. Un testo sussurrato, che parla di disorientamento, di confusione e di rinascita. Se volete prendere sul serio questa giornata Blue Monday, godetevi l’Audiotree live di questo brano che si trova sul tubo e non abbiate paura di affrontare le vostre emozioni: versate pure le vostre lacrime. 

Waking Season (2012)

Alex Turner – It’s hard to get around the wind

Fissa nella mia memoria è la scena in cui Oliver, il protagonista, si tuffa in piscina con indosso la divisa scolastica, le scarpe, il perfetto taglio di capelli tipico del bravo ragazzo e un’espressione impassibile. Il film in questione è Submarine e a cantare e suonare sulle note di It’s hard to get around the wind è il leader di una band di Sheffield piuttosto famosa. Oliver annega nei pensieri e nella depressione, se ne sta seduto su una vasca da bagno vuota, osserva le vite degli altri scorrere (o almeno così sembra) e quella di Alex Turner è la perfetta colonna sonora dell’esistenza del protagonista. L’universo indie ringrazia. “But as long as you still keep pepperin’ the pill, you’ll find a way to spit it out, again”.

Submarine (2011)

Knifeplay – Tears

Porterò in giro con me le tue lacrime e le berrò finché non sarò puro”. Un lamento struggente a colpi shoegaze e slowcore, che apre il varco a sensazioni da accogliere a braccia aperte. Tears è introspettiva, cupa, ma anche raggiante. Un mix ideale per tirare un sospiro e l’attimo dopo affogare di nuovo. 

Pearlty (2019)

Fugazi – I’m So Tired

Come un fulmine nel cielo arriva I’m So Tired ad illuminare il buio nella stanza spoglia e desolata, priva di elettricità ma munita di un interessante tasto che, se premuto, rimanda ad energie forti e dolorose. Quelle energie escono fuori dalla mente, dalla voce e dalle dita di Ian MacKaye, che per l’occasione ci regala una ballad al piano passionalmente sofferta, di quelle che dai Fugazi non ci si aspetta, ma che ha fatto bene al cuore di tutti, prima e dopo. Il brano è uno sfogo liberatorio ed esausto nei confronti della vita e mostra la vulnerabilità alienante del leader di una delle band più importanti della storia della musica. E visto che i Fugazi ufficialmente non si sono sciolti, magari un giorno ci delizieranno con un’altra splendida ballad al piano da inserire in un’altra futuristica classifica a tema Blue Monday. Noi ci speriamo.

Instrument (1999)

Slint – Washer

Presenza d’obbligo in una playlist del genere. Facciamo finta che Washer rappresenti tutto “Spiderland“, perché parliamo di un disco di culto, di un capolavoro, di uno dei dischi più belli della storia ed è quasi criminale selezionare solo un protagonista. Perché proprio Washer? Perché è il brano con cui una me adolescente scopriva gli Slint, con sgomento, trepidazione e assoluto smarrimento. Sapevo solo che alla fine del pezzo galleggiavo in un fiume di lacrime. Quando poi ne ho letto il testo, ho realizzato: una lettera d’addio alla persona amata, in un crescendo di parole, emozioni, note. Ripresa e arresto, arresto e ripresa, e quegli ultimi 2 minuti di brano che annientano ogni cosa presente sul pianeta terra. Se “Spiderland” contiene solo armi potenti al suo interno, Washer ne è quella più sorprendente e delicata. 

Spiderland (1991)

Mamiffer – Mara

Non è sempre necessario aver vissuto qualcosa di particolarmente doloroso o traumatico: ascoltare Mara dei Mamiffer avrà sempre un inspiegabile effetto nostalgico, di qualcosa che non si è riusciti ad afferrare, di un’occasione mancata, di una perdita, di qualcosa di invisibile che però c’è e fa rumore. La voce eterea e le note ultraterrene del pianoforte di Faith Coloccia ci trasportano nel mondo immateriale di “The World Unseen“, un album fatto di costellazioni e oscurità, come la copertina suggerisce. L’artista americana, insieme al collega e futuro marito Aaron Turner, ci offre un giro sulle giostre emotive del passato e del presente. Un brano come Mara mette in discussione qualsiasi principio e fa crollare ogni certezza: si resta semplicemente inermi di fronte a quella melodia che prende le sembianze di un cantico, da ascoltare ad occhi chiusi in piena notte. Una volta trascesa la realtà, sarà difficile tornare indietro. 

The World Unseen (2016)

Low – Words

Quanto ci mancano i Low, e quanto ci manca Mimi Parker. Il modo così intimo ed elegante in cui Mimi entra nel ritornello di Words dona sensazioni felici e tristi allo stesso tempo. Scritto da Alan Sparhawk, collega nei Low e marito di Mimi, il brano riflette sulle “troppe parole” che governano il mondo e la società, con quel senso di sopraffazione che ricade sugli animi più sensibili. Un lamento slowcore che culla anche i più terribili incubi, con incedere atmosferico e minimale. Sarà perché dopo la dolorosa scomparsa di Mimi ogni pezzo della band prende una forma ancora più cupa e sentita: potranno anche eseguire tutte le cover di questo mondo, l’originale dei Low è la sola, vera, unica fonte di tristezza, incontaminata da tutto il resto. 

I Could Live in Hope (1994)

Explosions In The Sky – Your Hand in Mine

Vorrei riuscire a riascoltare per intero un brano come Your Hand in Mine, ma proprio non posso. Rievoca alla mia mente situazioni, persone, periodi della vita, cose che non mi lasciano affatto indifferente. Sono di fronte ad uno dei pezzi più significativi della mia vita e temo di non essere la sola vittima. Anche questo è il caso in cui 8 minuti di sola musica comunicano più di mille strazianti parole, più di qualsiasi attimo di silenzio. La band statunitense riesce a ricreare stati di trance emotiva difficili da spiegare: solo testando l’efficacia di quel suo effetto romantico-nostalgico, ci si può immedesimare. Il post-rock mi farà sempre emotivamente male e Your Hand in Mine sempre piagnucolare come una bambina. 

The Earth Is Not a Cold Dead Place (2003)

The Sound – Missiles

Struggente come poche altre cose al mondo è il grido disperato e rabbioso del compianto Adrian Borland, leader dei The Sound che tanto leader lui non si sentiva ma il cui trascinante talento, oggi, è stato riconosciuto, anche se non ancora a dovere. Missiles è il trionfo del ripudio delle armi e della guerra, e mai come ora questo pezzo dovrebbe risuonare nelle scuole, negli uffici, ai piani alti di ogni comune/provincia/regione/paese/continente e Borland diventare il capo di una rivoluzione che riparte proprio da quel sound new wave/post-punk di cui i The Sound facevano parte, seppur non con le considerazioni che avrebbero meritato. Quello che rende Missiles ancora più triste mentre la si ascolta è pensare alla lotta interiore che Borland avrebbe affrontato di lì a poco, dai disturbi mentali agli insuccessi commerciali che hanno portato la band inglese a sciogliersi e lo stesso Borland all’atto finale e definitivo. La furia cupa e crescente di Missiles occupa un posto d’onore in quella che è la playlist più triste dell’anno. Adrian, ci manchi. 

Jeopardy (1980)

DIIV – Horsehead

Avvolto da una costante aura cupa e malinconica, il sound dei DIIV nel terzo album Deceiver somiglia a quello di una faticosa ma vittoriosa rinascita. La battaglia personale del leader della band di Brooklyn Zachary Cole Smith non si è arrestata negli anni di registrazione di “Deceiver” e ogni testo è stato scritto come una sorta di diario di bordo catartico, volto ad osservare e riconoscere i propri demoni per affrontarli una volta per tutte. Horsehead è l’incipit di un nuovo, definitivo viaggio nella testa e nel corpo di Smith, che associa al brano molteplici significati. “Horse” (cavallo) è una parola utilizzata nello slang della droga, ma il titolo è nato prima di tutto mentre lo stesso musicista osservava nella sua camera un poster della Nebulosa Testa di Cavallo, nebulosa oscura nella costellazione di Orione. Tra slowcore, shoegaze e ritmi scatenati adagiati su un finale tanto caro ai fan della band, i DIIV vanno a colpo sicuro con un album perfetto per il Blue Monday. Dalla prima all’ultima traccia.

Deceiver (2019)

Isis – In Fiction

Panopticon” è stato uno dei due album più rappresentativi della mia formazione musicale, se così possiamo dire. E allo stesso modo, gli Isis una delle dieci band più importanti della mia vita. Scoperti quando si erano sciolti già da uno o due anni, sono stati una folgorazione istantanea, una di quelle che metti nella scatola dei ricordi più significativamente belli e che, a volte, vai a ripescare con tanto amore e tanto entusiasmo, ma non troppo spesso perché ripensarci fa anche un po’ male. Penso sempre che vorrei resettare la mia memoria per ascoltare di nuovo per la prima volta Panopticon e vedere che effetto mi farebbe ora. Credo che un album del genere non capiti per caso nelle vite delle persone. È la quintessenza del post-metal, un disco ultraterreno, pesante, senza tempo, etereo, puro, privo di qualsiasi freno. In Fiction mi ha sempre tirato un pugno in pieno stomaco facendomi perdere tutti i sensi e la ragione e io ci ritorno puntualmente quando ne sento il bisogno, perché quell’effetto lì mi ha provocato dipendenza, ormai da molti anni a questa parte. Parte sommessamente, poi le chitarre sgomitano sempre di più, la voce di Aaron Turner entra e tutto si fa buio attorno. Sofferente, lacrimante, suggestiva. Al quinto minuto sta per esaurirsi l’ossigeno e non c’è più spazio, qualcosa deve per forza accadere. Ecco che arriva la struggente coda di due minuti che spazza via ogni cosa, ogni persona nella stanza, ogni angolo di terra, ogni pensiero. C’è solo il grido di una fine lacerante sotto un sole mortale, dal quale non possiamo più nasconderci.

Panopticon (2004)

Godspeed You! Black Emperor – The Dead Flag Blues

Prendetevi giusto 16 minuti di tempo per voi, serrate tutto, porte, finestre, lasciate perdere qualsiasi cosa stiate facendo, mettetevi comodi, chiudete gli occhi. Sta per iniziare il viaggio più bello delle vostre vite. The Dead Flag Blues (intro): Una voce minacciosa ci fa entrare in uno scenario apocalittico in cui le auto sono fiamme, gli edifici crollati, le madri cercano tra le macerie i propri figli. È la realtà che vive il mondo che abitiamo, ma è anche l’introduzione di quel capolavoro che è The Dead Flag Blues, una delle tre suite che compongono il primo vero debutto dei Godspeed You! Black Emperor. Slow-Moving Trains: S’interrompe la straziante melodia d’archi e si sente una locomotiva di passaggio ad un’ipotetica stazione. Buio. The Cowboy…: Ripartono suoni ambient, drone, con movenze folk e western. Dopo 11 minuti c’è una sezione ritmica in cui entrano chitarra, basso, batteria, violini, che insieme suonano la melodia più magnificente e sublime che si possa desiderare, con un climax da brividi. Outro: Tutto sfuma, per ricominciare su note guidate da suoni di xilofono e violini, in pieno contrasto con le atmosfere sospese nel tempo dei 14 minuti precedenti. A questo punto potete scendere in stazione o proseguire il viaggio su quel treno, che vi porterà alle altre due incantevoli suite. I Godspeed lasciano un segno indelebile ovunque passino.

f♯ a♯ ∞ (1997)

Boris & Sunn O))) – The Sinking Belle (Blue Sheep)

Esseri umani incappucciati da capo a piedi che per l’occasione si moltiplicano. La collaborazione tra due dei progetti musicali più atmosferici e sperimentali di sempre ha dato vita ad “Altar“, una creatura perversa, incontrollabile, estatica, ingannevole, oscura, e potrei continuare all’infinito perché non basta qualche aggettivo a descriverne l’essenza. Dal drone dei maestri Sunn O))) alle distorsioni dei Boris, si oltrepassano confini noise, industrial, criptici e macabri e proprio qui The Sinking Belle (Blue Sheep) rappresenta l’eccezione. Una ballad meravigliosamente atipica in cui presta la propria voce Jesse Sykes (non l’unica ospite d’onore nel disco) che fluttua leggera nell’atmosfera sognante. Una ninna-nanna emozionante e senza tempo.

Altar (2006)

Slowdive – prayer remembered

Traccia strumentale contenuta nell’ultimo e tanto desiderato album degli Slowdive, prayer remembered suscita in me sensazioni inspiegabili, dal primo momento che l’ho ascoltata. Altro brano privo di testo di questi 30 tristi consigli musicali, l’ennesimo che culmina in un’emotività difficilmente gestibile. Scritto da Neil Halstead tre giorni dopo la nascita del figlio, mentre torna di notte a casa dall’ospedale, si siede alla tastiera e inizia a suonare. Ma ci rende il compito più facile del previsto: ascoltare in religioso silenzio contemplandone l’assoluta bellezza.

everything is alive (2023)

Oathbreaker – Immortals

Il sound post-black metal/blackgaze degli Oathbreaker del terzo album Rheia è qualcosa di devastante e apocalittico, così come l’alternanza di pulito e scream dell’incontrastata leader Caro Tanghe, che nella traccia di mezzo Immortals fa tremare anche i sassi, un po’ per la potenza vocale che sprigiona, un po’ per le mille scariche di forme e colori diversi che ne derivano. Tra ritmi andanti e sospensioni che sussurrano la quasi totale perdita del controllo delle emozioni, arriva l’esplosione finale della durata di 3 minuti, in cui è ormai troppo tardi per aggrapparsi a qualcosa e salvarsi. Tradimento emotivo che intorpidisce, lasciando che l’apatia prenda il sopravvento. Di certo quella stessa apatia non potrà toccare chi ha davanti un brano come Immortals.

Rheia (2016)

Lost Girls – Seawhite

Il duo norvegese composto da Jenny Hval e Havard Volden è tornato sulle scene nel 2023 con il secondo album “Selvutsletter“, che colpisce per l’intensità e la ricerca di un sound che supera i confini dell’elettronica e pone domande quasi esistenziali, portandoci con sé in un’esperienza totalmente immersiva. Il brano che chiude l’album è Seawhite e il canto crepuscolare di Jenny Hval attira e richiama al suo cospetto anche i più distratti. Non c’è chiarezza nelle parole da lei pronunciate, oscillando tra la lingua inglese, quella norvegese e una lingua incomprensibile che rievoca la tanto cara Elizabeth Fraser – e non è l’unica similitudine con l’universo dei Cocteau Twins – rendendo i quasi 10 minuti complessivi della traccia un viaggio decisamente psichedelico e allucinato. Che si tratti di sogno o incubo, di fantasia o realtà, a ognuno la propria via. C’è un’autentica atmosfera malinconica in Seawhite dei Lost Girls e a noi, questo, piace.

Selvutsletter (2023)

The Antlers – Kettering

Un brano che regala speranza all’umanità. La storia tra un operatore sanitario e una paziente malata allo stadio terminale, la storia d’amore che s’intreccia tra i due, metafora di una relazione violenta e traumatica, che il frontman degli Antlers ha riportato nero su bianco in questo concept album che, capitolo dopo capitolo, si lascia ascoltare tutto d’un fiato. Dopo un inizio strumentale infestato, arriva Kettering ad introdurre la storia. La prima metà, dedicata alle sensazioni e ai sentimenti dell’operatore sanitario, è fatta dal testo, mentre la seconda metà è composta da una parte strumentale che cresce sempre di più, fino ad interrompersi lasciandoci col fiato sospeso, tanto quanto basta da farci voltare subito pagina per scoprire dove quel turbine emotivo ci condurrà. Alle porte dell’inferno della tristezza più abissale? Chissà.

Hospice (2009)

Beach House – Days of Candy

La conclusione perfetta alla vostra faticosa e deprimente giornata Blue Monday: ascoltare il brano che chiude “Depression Cherry“, quinto album in studio del duo americano Beach House. Una sinfonia celestiale intonata dall’incantevole voce di Victoria Legrand, che trasforma in un viaggio surreale e nostalgico l’ascolto di Days of Candy, addolcendo anche i momenti più sconfortanti della vita. Un dream pop che scioglie i cuori e trasporta in altre dimensioni, immaginarie o reali che siano. “The universe is riding off with you”. E voi, dove vorreste essere in questo momento? 

Depression Cherry (2015)

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