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“Blue Öyster Cult”: l’officina alchemica dei telescopi

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Senz’altro innovatori della scena musicale che ha dato i natali a un genere rock, l’heavy metal, i Blue Öyster Cult provengono dalla NYC di fine Sixties e a puntare su di loro è l’estroverso e immaginifico Sandy Pearlman (giornalista, produttore, poeta, scrittore di fantascienza e manager discografico), le cui vicende si legarono successivamente ad altre band di rilievo (Clash, Dictators, Aldo Nova, Black Sabbath e Pavlov’s Dog).

Il termine HM lo conia lui per i nascenti BÖC, grazie alla citazione prelevata da un racconto di Burroughs, (“The soft machine”, dove c’era un personaggio indicato come “il ragazzino di metallo pesante”, the heavy metal kid), andando in tal modo a descrivere perfettamente il nuovo suono, appesantito da chitarre distorte e batterie tonanti; altresì, idea il misterioso nome della band, il cui simbolo raccoglie un insieme di riferimenti prossimi alla mitologia greca e romana: il logo, una croce col gancio, rappresenta Crono, re dei Titani e padre di Zeus (ma anche simbolo del caos) per i greci e simbolo di Saturno, dio della fertilità per i latini, il quale viene sfruttato in principio giocando su ambiguità pubblicitarie da propaganda filo-nazista; quindi, assecondate dalla band le eccentricità di Pearlman, appassionato di sociologia, queste vennero presto abbandonate.

Testi criptici, indecifrabili, con continui riferimenti all’occulto e alla cospirazione, farina del sacco di Pearlman, del critico rock Richard Meltzer e in minima parte di Patti Smith (era amica di Lanier, le insegnò a cantare buttando fuori l’anima), danno uno smacco all’audience del tempo, presentando la risposta americana ai Black Sabbath e allineando un’agguerrita line up che si basava su tre chitarre, quella di Bloom e del tastierista Allen Lanier rinforzando e sfalsando l’assetto generale del sounding, caratterizzato dalle finezze e dagli incessanti riff di Roeser, con l’innesto di un pianoforte verticale e dell’organo Vox, alterando i riferimenti radicati fino ad allora nel rock e nel blues, ora diventato astronomico, mentre gli attacchi e i sostegni della sezione ritmica sono affidati ai talentuosi e raffinati fratelli Bouchard, Albert alla batteria e Joe al basso.

Patti Smith ricorda con nostalgia quell’epoca – in cui il trend pareva essere solo quello di mettere in primo piano gli eccessi e le stravaganze per salire alla ribalta – lungo la quale i Blue Öyster Cult svettarono sopra tanti esclusivamente grazie alla qualità della loro musica e delle loro composizioni, sfoderando innanzitutto professionalità. Il fatto che poi, per i temi trattati, non fossero propriamente i beniamini dei giovanissimi teenager, piuttosto erano seguiti da un pubblico adulto, fu fattore che li penalizzò dal punto di vista commerciale rispetto ad altre band che cavalcarono invece l’onda delle mode allora in voga, vedi ad esempio gli Aerosmith, che sfoggiavano un Tyler emulo di Jagger.

Per il lancio del gruppo Pearlman persuase la CBS a distribuire un volantino privo di immagini dei componenti della band, lasciando in chiaro il simbolo del gruppo unito a una frase che era tutta un programma: “Their songs are fantasy distillation of reality“.

L’asso giocato di prima mano, le prime battute secche e nervose fatte di volute tortuose, veloci inseguimenti chitarristici, proprie dell’opening Transmaniacon MC (by Sandy Pearlman, Albert Bouchard, Donald Roeser, Eric Bloom), incidono col coltello lo spirito assetato di ultramusica, messi sotto pressione dalla sezione ritmica nera e pulsante, incattivita da Eric Bloom che graffia con la sua voce il corpo dell’ascoltatore dall’interno: “We’re pain, we’re steel, a plot of knives. We’re Transmaniacon MC” (MC sta per motorcycle club, e la song è in riferimento ai fatti di Altamont).

Altre perle campeggiano nell’album, datato gennaio 1972. La seconda traccia I’m on the Lamb But I Ain’t No Sheep spande scioltezza compulsiva elettrificata, esplicitata in un country rock spaziale condotto a cavallo di un pegaso scintillante e martellante, foriera dell’ingresso della melliflua e accattivante Then Came the Last Days of May, ispirata a una storia vera, finita male, di giovani pusher. Concorrono, inoltre, ad accrescere il mito i testi ellittici che parlano del “rosso e del nero”, segretandosi entro riff e crescendo sconcertanti, fusione di art-rock e perizia musicale. Seguono l’interstellare e scalmanato rock’n’roll di Stairway to the Stars e il boogie entusiasmante e frenetico di Before the Kiss, a Redcap, che aggancia sonorità Savoy Brown vs Canned Heat, esorbitando fuori da un calderone infernale e lasciando intuire che comunque in linea generale i BÖC avevano ben appreso la lezione dei Cream e degli Steppenwolf.

Ma è Cities on Flame With Rock & Roll, uno dei migliori anthem affine a una generazione improntata al primo metal, a imporsi all’attenzione generale; dato alle stampe come singolo e prima canzone ad uscire on air, vede Albert Bouchard alla voce, mentre il riff è ispirato alla canzone dei Black Sabbath “The Wizard”.

Nondimeno Workshop of the Telescopes risulta accuratamente dark e gotica nel suo incedere rock; narra l’universo esoterico, alchemico e visionario di Pearlman, cui aderiscono completamente gli adepti BÖC, e su cui è stata ricavata la loro immagine concettuale, rivolta alla creazione di qualcosa di nuovo e di minacciosamente diverso.

La canzone toccava alcuni dei temi ispiratori del mentore, finito nel libro Agents of Fortune di Martin Popoff :

Bene, quella canzone incorpora ogni singolo tema alchemico. Silverfish Imperetrix è questa creatura alchemica simile alla salamandra. Ci sono questi concetti e creature distintivi nell’alchimia, incarnazioni di alcuni principi alchemici, ad esempio il principio di trasformazione, che è incarnato in molte di queste creature alchemiche, una delle quali è una salamandra, che riduce tutto in cenere. Jung ha adottato questo tipo di griglia analitica. Pensava che tutto dovesse essere ridotto al negrito, allo stato nero, allo stato bruciato, in cenere, prima che potesse fiorire di nuovo in una nuova e migliorata, potenziata, più evoluta partecipazione a uno stato o forma archivistica più elevata. Quindi Silverfish Imperetrix è una sorta di creatura alchemica che ho pensato, come incarnazione di un formato alchemico, o principi alchemici e di trasformazione. Quindi, una volta che hai ricevuto la saggezza del Pesce Argentato Imperiale, la tua visione è praticamente perfetta e puoi vedere attraverso le vite, non solo quelle dell’apparenza, ma anche attraverso le vite della struttura sociale e della formattazione politica. Così puoi vedere attraverso la vita dei medici e delle loro mogli. Diventa chiaro quando sai esattamente di cosa si tratta.

Musica occulta, oscura, maggiorata e dopata da anfetamine: la copertina di quest’opera prima dava un taglio netto alle grafiche sinora viste. Presentava un pianeta uniforme fatto di porte e stretti scomparti tutti uguali, abitacoli di ascensori scoperchiati, niente alla Escher, eppure un mistero in B/N era promesso in quei solchi unicamente se fossero stati violati. Grandi cose, davvero grandi e strane: ignoti panorami si innalzavano dal nulla e creavano differenti punti di vista, influenzando lo sguardo personale e la percezione, soggiogati alla trasformazione.

Ho amato i Blue Öyster Cult per quel feeling invasivo, liquido, denso, notturno e allo stesso tempo fluido che mi rivestiva di una magica patina cerebrale altamente rock, ammaliato dalla costruzione del suono che scivolava tra una moltitudine di pieghe uditive, conscio di ascoltare un formidabile e malvagio unicum.

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