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Canaan – Ai margini

2024 - Toten Schwan
sperimentale / dark ambient / cold wave

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Tracklist

1. La città che respira
2. L’eterno assente
3. Non riesco
4. La grande finzione
5. Un attimo per fare del male
6. Come un Buco nel cielo
7. Una vita diminuita
8. Colui che torna
9. Sempre tu
10. Filamenti
11. Semi nella polvere


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Mi sento di fare alcune premesse prima di cominciare a narrarvi questo album, anche perché siamo a gennaio, il mese dei buoni propositi ed uno dei miei in questo 2024 è essere più chiara possibile.

Prima di tutto, occorre ricordare che non sono una giornalista ma un’ascoltatrice, quindi il mio parere è ovviamente personale, segue che io e l’ambient non sempre andiamo d’accordo e ne feci già un accenno qualche mese fa. Si tratta di un genere che quando incontra situazioni più drone, coldwave e variazioni oscure ed a tratti spirituali riesce a connettersi in qualche modo con la mia indole triste e curiosa, però se si sposa col jazz, o cose più da camera con l’aggiunta di una lunghezza immotivata, del ripetersi senza dire nulla di diverso rispetto alla sua introduzione mi fa cascare le…io direi le rotule.

Detto questo, aggiungo un’altra cosa forse già riportata in precedenza (non me ne vogliate, ho una pessima memoria fin dai tempi dell’infanzia): amo i brani in italiano e più in generale chi scrive nella sua madrelingua se lo fa è per la necessità di essere ascoltato, mi interessa davvero poco se sia più bello sentire la parola “respiro” o “breath” e ancora meno mi importa la timbrica più o meno regionale di chi canta, quella anzi potrebbe essere pure un abbellimento in certi casi. 

Finite le premesse, posso dire che “Ai Margini”, nuovo album dei Canaan, mi è piaciuto anche se al mio primissimo ascolto mi ci sono voluti ben 19 minuti per farmi entrare nel mood. Per uno dei motivi di cui sopra, tracce troppo ripetitive nonostante i bei suoni algidi e un mixaggio a cura di Federico Calvara davvero gradevole. Poi il fatto che questa narrazione (più che cantato) in italiano sia stata schiacciata e in parte censurata dagli effetti mi ha un poco innervosita, avrei preferito fosse stata più chiara come nella partenza di La città che respira.

Da La grande finzione però qualcosa cambia le mie vedute e i Canaan mi prendono per i capelli e mi spingono giù in una profonda e beata tragedia fatta di sperimentazione tra minimalismo e noise che mi travolge, la lunghezza non è più un problema, anzi, ci ripenso e vado a riascoltare l’album dall’inizio. Se brani come Sempre tu durassero ore io li starei ad ascoltare serena. Non sono più un problema nemmeno i molti effetti vocali perché ormai il mio orecchio si è abituato ad ascoltare questa narrativa e ne ha visione, è come un fantasma che appare e scompare, suggerendo e ricordando qualcosa, situazioni, momenti, pensieri ed idee.

In Filamenti è stupenda la situazione che alterna i testi ad un’elettronica minimale accompagnata dal tempo, un piano che muta in synth ed altri suoni talvolta molto vicini ed altri lontani, oppressi da un testo lacrimoso disciolto nel phaser che trasforma il brano in una nuvola sonora, elettrica dove il silenzio narrato si trova solo tra le brevi pause e la nostra anima si perde tra i raggi di quello che pare una ruota che gira. Le composizioni creano immagini surrealiste forti che sembrano camminare in uno dei tanti magnifici, bellissimi ma atroci paesaggi di Yves Tanguy, dove mi ritrovo spesso quando si insinua un certo suono nelle mie sinapsi. In “Ai margini” si è abbracciati da una solitudine feroce nonostante le sonorità non abbiano quasi mai niente di violento, ma molto di tormentoso. 

Il susseguirsi delle tracce è davvero godibile e quando giungo a Semi nella polvere, dal tema di una delicatezza triste da star male, in cui le batterie trip hop si amalgamano bene al movimento temporale e le scaglie di suono che come brace ardente si introducono nella carne assieme al testo, mi rendo conto della cosa peggiore: l’album è finito.

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