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“If I Should Fall From Grace With God” dei Pogues, musica per ogni luogo e ogni cuore

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È stato attorno al trecentesimo chilometro che ho capito. La costa adriatica correva larga e assolata mentre, per tutto il nostro tragitto in auto verso sud, dal finestrino guardavo questo split-screen: sole, autogrill, campi e borghi dell’ estate italiana 1996 / navi che approdano a Ellis Island cariche di irlandesi del primo Novecento. E mai prima d’allora mi ero sentito così lucido.

La Renault Clio di quell’allampanato iperattivo del Galli alle 8 era già fuori da casa mia, ma il sound in viaggio era garantito e di certo piacevole, per cui partivo per questa vacanza verso il sud Italia bello allegro. “A luglio mi son fatto l’interrail, mezza Europa in treno, pochi soldi, mi son girato tutti i pub di Dublino, ti devo troppo far sentire la musica che ho scoperto! Da allora non smetto più di ascoltarla”. Mi passa il suo astuccio dei cd e mi indica delle compilation chiamate qualcosa tipo “Celtic Music” o “20 Great Irish Folk Songs”, poi, scorrendo le buste, arriva il cd di “If I Should Fall From Grace With God”.

Avevo voglia di musica rock, ma acconsento e metto il cd dei Pogues nell’autoradio. Non conoscevo la musica irlandese, io volevo i Faith No More. Refrattario alle novità, sapevo che alla prima sosta avrei cambiato cd. Parte la title-track (If I Should Fall From Grace With God) e il Galli mi incita al ballo in macchina. Pensavo di dovermi sforzare per non urtare i sentimenti del mio amico che così appassionatamente aspettava una mia reazione positiva, ma quel violino, il banjo e la fisarmonica, così vecchi per i miei pregiudizi, diventarono subito familiari, e quasi contro la mia volontà attraversarono tutto il mio corpo come spiriti che se la ridono delle convinzioni.

Già dal secondo pezzo, Turkish Song of the Damned, la voce di Shane MacGowan mi aveva ineluttabilmente trasfigurato, ero eternamente perduto con loro, in quella traversata marina, “I come old friend from hell tonight across the rotting sea”. La verità è che quella voce sicuramente era già stata nell’aldilà ed era tornata. Al terzo pezzo, Bottle of Smoke, siamo ormai lanciati nel pogo forsennato e il Galli decide di fermarsi in una piazzola di emergenza per non rischiare incidenti. Era meglio dei Black Flag, meglio dei Ramones, era un sound vivo che poteva nascere e suonare nell’angolo di qualsiasi stanza, non aveva bisogno di palco, poteva svolgersi ovunque e ovunque sarebbe entrato a far parte di te, senza microfoni o qualsiasi amplificazione, la musica funzionava così, nuda. Le chitarre acustiche sembravano fumare, le percussioni non ti lasciavano fermo un istante fino alla fine.

Ripartiamo e siamo alla volta della tanto chiacchierata Fairytale of New York, e il Galli, con un: “Questa è lenta. È una roba di Natale”, la skippa. Sì, lo so, imperdonabili e presuntuosi, ma ci si redime, c’è sempre tempo.

Dopo aver continuato a saltare nella Clio con Metropolis ecco che il Galli, coi suoi ricci capelli radi sempre più spettinati, mi annuncia: “Abbiamo già fatto trecento chilometri”. Esattamente prima dell’attacco di Thousands are Sailing, l’unica canzone dell’album scritta interamente da Philip Chevron. La potenza delle parole arrivò immediatamente e subito si capiva dove ci trovavamo, eravamo tutti irlandesi su una nave diretta a Ellis Island “The island, it is silent now but the ghosts still haunt the waves”, i fantasmi che infestano ancora le onde sono ovviamente le anime di chi ha perso la vita nella traversata verso il Sogno Americano, “And the torch lights up a famished man who fortune could not save” qui ci spostiamo verso un protagonista, un uomo affamato e senza un soldo che durante il pezzo ci fa capire che non mette in cattiva luce l’immigrazione o il sistema americano, Thousands are Sailing è bensì è una canzone triste, di enorme nostalgia ma che allo stesso tempo celebra la terra che rende l’irlandese un rifugiato “Then we raised a glass to JFK and a dozen more besides, when I got back to my empty room I suppose I must have cried” e ancora “Where e’er we go we celebrate the land that makes us refugees” fino alla stoccata finale contro la Chiesa Cattolica “From fear of priests with empty plates, from guilt and weeping effigies. Still we dance to the music and we dance”.

Qui, al trecentesimo chilometro del mio viaggio insieme al Galli e ai Pogues ho capito quanto avevo ancora da imparare dalla storia moderna, degli uomini, delle speranze di vita migliore, dei soprusi, delle ingiustizie e prepotenze dei potenti.

Questo pezzo, al centro di “If I Should Fall From Grace With God”, mi ha aperto gli occhi ad una visione del mondo differente, al desiderio di viaggi, di conoscenza, di esperienze, di mettermi in dubbio, di non credermi troppo importante e ho capito che amavo l’umanità tutta insieme, e che sono solo un individuo. Sì, è stato per me un “album di formazione”, come Jacopo Ortis e il giovane Werther…ma più allegro. E mentre accorciavamo le distanze geografiche, così avveniva nell’album con Fiesta: pura gioia, la festa spagnola, la festa di Alméria, che certamente, insieme all’Irlanda, era diventata per noi diciannovenni, l’altra Terra Promessa.

Ora, una cosa importante: il lato A è nettamente superiore al lato B dove comunque incontriamo piccole pietre preziose imbevute di archetipi letterari romantici come le gemelle Streets of Sorrow (Terry Woods) e Birmingham Six (MacGowan) e Sit Down By The Fire, interamente scritta da MacGowan.

Alla fine del viaggio eravamo intrisi di nuova sensibilità, i panorami che scorrevano dal parabrezza si erano fusi col sogno e i fantasmi di cui parlano i Pogues infestavano i nostri pensieri e allo stesso tempo venivano esorcizzati da angeli luminosi che vegliavano sui nostri piccoli cuori di adolescenti, come in Lullaby of London: “May the wind that blows from haunted graves never bring you misery, may the angels bright watch you tonight and keep you while you sleep”.

Ecco come io e il Galli siamo sopravvissuti agli anni 90.

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