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Birthmark – Birth of Omni

2024 - Polyvinyl
art rock

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Tracklist

1. Snowflake in My Palm (Not For Long)

2. Butterfly

3. Birthday (Product of Our Lust)

4. Rodney

5. Baby Woncha Come on Home

6. Boyfriend

7. Green Skies

8. Red Meadow

9. I'm Awake

10. Pretty Flowers


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Negli anni ’90, ovunque vi giraste stando in quel mondo assurdo e sfaccettato che era l’indie di prima battuta che andava dall’alternative fino all’emo (ognuno di essi da intendersi nell’accezione originaria del termine, quindi pre-AnniZero) vi sareste imbattuti nel cognome Kinsella. Dai Cap’n Jazz agli American Football per finire coi Joan of Arc, la famiglia di Mike, Tim e Nate ha battezzato un certo tipo di sonorità, e lo ha fatto ribaltandone i concetti e alzandone l’asticella.

Dei tre, Nate si sarebbe detto il minore, non solo in termini puramente anagrafici, essendo tutte le creature di cui sopra territorio d’appartenenza dei due cugini più anziani. L’errore starebbe nel sottovalutare le capacità intrinseche del terzo Kinsella, che col suo progetto Birthmark ha dimostrato di non aver nulla da invidiare ai parenti, anzi, semmai ne ha assimilato il modus operandi tutt’altro che lineare, soprattutto del suo periodo all’interno dei Joan of Arc, band che di allucinante aveva (ha) tutto e di più.

A ulteriore riprova di quanto detto finora arriva “Birth of Omni”, un disco che nasce nell’oscurità dell’era trumpiana per prendere forma con l’arrivo della prole kinselliana, e proprio dal senso di famiglia e genitorialità acquisisce una determinata forma e sostanza. Birthmark è un gioco di luci e ombre, un puzzle insensato di generi frullati senza posa e passati di mano in mano ai tantissimi collaboratori qui presenti, dall’ex-Liturgy Greg Fox, alla joanofarc Melina Ausikatis fino ad Arone Dyer, incluse le piccole figlie le cui voci compaiono in parecchi dei brani qui contenuti, il piatto è ricco e la difficoltà di incasellarne il risultato è altissima.

Potremmo parlare di art rock, e saremmo più o meno nel giusto, ma la verità è che lo spazio è immenso e Kinsella lo percorre da un estremo all’altro, piazzando tocchi disco, elettronica di alta classe, mistificazioni alt, melodie ad alto gradiente emo/tivo, assurdi collage vocali (in Butterlfy le risate della figliola fanno da contraltare pulito alle imprecazioni imbruttite interpretate dal padre del tipo “Fuck you, fuckin’ piece of shit, ah, goddamnit, get the fuck out of here” e via smoccolando), archi compressi e barocchi che non rendono però barocco l’assurdo dedalo di generi che si attraversa e un sacco di rumore di fondo che riesce a entrare nel cuore del suono, facendo parte tanto quanto le chitarre acustiche che punteggiano qua e là le composizioni. Ogni brano riesce a fiorire abbattendo il senso di linearità e la forma canzone pur essendo canzoni in piena regola. Il pop e il suo contrario che condividono lo stesso ambiente senza prendersi a calci in faccia.

A Nate Kinsella/Birthmark si deve riconoscere coraggio ed estrema bravura nell’aver reso un disco che in altro contesto (e altre mani) sarebbe risultato difficile mettere assieme senza dare vita a un polpettone insensato e difficile da digerire ma che lui e tutti i musicisti riescono a rendere compatto e godibile, ascoltabile in ogni sua sfumatura dolceamara tinta di innocenza e in controtendenza totale con le attuali mode, pure in campo “alternativo”.

Far fatica a trovare un posto ben delineato in cui inserire un album nel 2024 è una dote da non buttare via, anzi, va tenuta vicino al cuore.

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