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Paolo Benvegnù – È inutile parlare d’amore

2024 - Woodworm
songwriting

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Tracklist

1. Tecnica e simbolica
2. L’oceano (feat. Brunori Sas)
3. Pescatori di perle
4. Marlene Dietrich
5. Il nostro amore indifferente
6. 27/12 (feat. Neri Marcorè)
7. Our love song 
8. Canzoni brutte
9. In der nicht sein
10. Libero
11. L’origine del mondo
12. Alla disobbedienza


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Torna la penna elegante di Paolo Benvegnù in quello che è a tutti gli effetti un nuovo capitolo di un romanzo musicale che suona al presente, ma sogna al futuro prossimo. “È inutile parlare d’amore” (disponibile in due differenti formati, pensati per situazioni di vita diverse, su misura per ogni esigenza: quello digitale e su CD, soprannominato “Hidden Dragon’s Cut”, include anche la già edita Our Love Song, e il vinile “Peach blossom’s cut”) è il nono album in studio per il cantautore milanese, come sempre accompagnato dal suo “collettivo”: Paolo Benvegnù a voce, chitarra acustica, sintetizzatori, Luca Baldini a basso, pianoforte, chitarra acustica, Daniele Berioli alla batteria, Gabriele Berioli a chitarre elettriche ed acustiche, Saverio Zacchei ai fiati e Tazio Aprile a pianoforte, Fender Rhodes, dulcimer, Hammond ed orchestrazione degli archi. 

In un’epoca in cui l’uomo si destreggia tra lavoro e tecnologia, fino a perdere il proprio faro, Benvegnù ricama in dodici brani il tema dell’amore, creando sulle note della canzone d’autore una sorta di manuale sentimentale, un breviario di resistenza umana in cui l’amore resta l’unico possibile atto realmente eversivo. “È inutile parlare d’amore” è anche un racconto al femminile, che danza tra interrogativi sulla poesia, sulla creazione e sull’amore. La donna narrata ha quasi i toni della “donna-angelo stilnovista”: portatrice di vita, genitrice di eredi, risveglio dei sensi e della passione. Paolo Benvegnù è un argonauta dell’indicibile, riesce sempre a trovare le parole giuste, necessarie a descrivere l’invisibile. La sua musica è letteraria e cinematografica, un rincorrersi continuo di riflessioni, chilometri, viaggi, autostrade. Tutto scorre, direbbe qualcuno. Per quanto concerne le sonorità, il disco suona armonico; i dodici brani hanno per lo più un andamento lento e orchestrale. Notevoli gli arrangiamenti a supporto che impreziosiscono con chitarre elettriche le sinuose melodie di ogni singolo pezzo. 

Apre il disco Tecnica e Simbolica, accompagnata da un cupo alternarsi di pianoforte e batteria, che trova respiro nella coda di archi sul finale. “Tu non sei, non sai niente / hai venduto il talento per sentirti importante / ma la gente è cattiva, s’innamora per niente / si innamora di un altro, quanto è strana la gente / è come dar da mangiare ai cani, e dai cani farsi mangiare”, inizia così la regia di questo film immaginario. Subito dopo arriva L’Oceano, in duetto con Brunori S.a.s.: un inno allo stupore e alla sete della vita, nonostante “venti impossibili da governare” nel mare della nostra esistenza. L’arpeggio degli archi qui diventa aspro, benché il brano scorra arioso; si srotolano pensose le strofe lungo i fraseggi di chitarra elettrica, infrangendosi come onde sugli scogli sulla carte di una geografia del perdersi: “Da sempre, fuori di me, esistono foreste che puoi accarezzare / e navi cariche di rose e tempeste, venti impossibili da governare / e negli occhi, nei miei occhi, l’invincibile sete dei deserti / di chi non può partire, di chi non sa come tornare”.

Gli immaginari poetici di Pescatori di perle sbocciano in una malinconica trama di pianoforte, sostenuta da un caldo strumming acustico di chitarra e da un tappeto di archi: “L’amore a volte sopravanza il sole, non lo riuscite a sentire / non vi piacciono i sogni, forse vi piace naufragare / senza nessuna dignità / e vi nutrite di paure, e di banalità / diventate incoscienti come onde del mare / e noi saremo come il vento, impossibili da decifrare /ma quando sarà il tempo, vi insegneremo nuovamente a respirare”. Marlene Dietrich veste i panni di un’allucinazione sintetica tra basso e tastiere che prende fiato con gli archi del ritornello: “Come Rodolfo Valentino non ho più parole / non ti so aiutare, mi si spezza il cuore / come Greta Garbo curva sul telaio, penna e calamaio, la poesia e l’acciaio / quindi chiamami per nome, lasciami morire come quando fuori piove / come Marlene Dietrich puoi dimenticare oppure rifiorire / oppure vendicarti di me”.

Il nostro amore indifferente è una ballad crepuscolare, nebbiosa e onirica, attraversata dall’arpeggio notturno di chitarra elettrica, basso, piano e archi.  “E vorrei bere dalle tue mani come fanno i bambini / ma è tornata la notte, io ti vengo a cercare / come fanno gli assassini / e allora mi troverai nei tramonti di aprile / io ti parlerò quando non c’è più niente da dire / liberi nello spazio e nel tempo / nell’inverno infelice, l’invincibile estate /ma in ogni istante il mondo è sempre più distante / in ogni istante del nostro amore indifferente”, canta la voce chiara di Benvegnù.

In 27/12 ( brano già noto in “Solo fiori”) troviamo il secondo ospite del disco, Neri Marcorè. La ballata si accartoccia in pensieri veloci, astratti e carnali. Fraseggi di pianoforte acquosi accompagnano gli archi. L’amore è qui raffigurato come un ponte che unisce due argini: “Quando tu sei ad un passo da me / mentre tu ti allontani da me / quando tu sei ad un passo da me / io credo ancora nell’impossibile”. Our Love Song (secondo brano già presente nell’Ep “Solo Fiori”) è un energico rock fatto fi riff labirintici, chitarre acide, bassi saturi: “La violenza e l’amore / sanno di Ketamina”. Il brano Canzoni brutte, invece, è una parodia alla musica contemporanea mainstream, costantemente alla ricerca di followers: “Scrivere canzoni brutte, tutte le parole giuste /  fare innamorare tutti e tutte”.

Dai colori decisamente gotici, In der nicht sein scorre tra archi e sintetizzatori inquieti a dar vita ad atmosfere cupe e potenti: “Sono mare e strumento, un incontro imperfetto / sono il plenilunio delle penne a sfera / il delirio e il container, l’assoluto e il revolver / la finestra e il cortile dove brucia l’estate / l’automobile è in fiamme, come brucia il mio amore /gli astronauti perduti alla radio non si fanno sentire”. Cambiano i toni e diventano delicati in Libero. Il brano scorre cristallino tra i ricami malinconici degli arpeggi di chitarra acustica: “Chiedi a quella rosa di ascoltarti ancora / chiedi alle sue spine di svegliarti se si vola / chiedile se è bianca o rossa di vergogna /chiedile se è giunto quel momento in cui si sogna”– canta il cantautore milanese – “Ma non chiedere più a me di trovare quel sorriso che non c’è/ non mi chiedere più”.

L’origine del mondo luccica di bellezza lunare. Archi astratti e piano esplodono insieme in una vera e propria tempesta di immagini furibonde e violente: “Ti voglio come un dio violento dentro all’inferno degli uomini / noi siamo il nostro dio violento dentro al deserto degli uomini / e insieme sconfiggeremo il tempo / tu sei l’incendio impossibile che salverà tutto il mondo / il mio coltello invisibile che salverà tutto il mondo / siamo l’incendio impossibile che salverà tutto il mondo / dalla sua gioia impossibile”. In chiusura di questo film musicale Alla disobbedienza, brano asfissiante e acido, dal ritmo serrato e perentorio che si spegne in un plumbeo finale strumentale: “Guardami negli occhi per mandarmi a memoria / siamo senza soldi, senza scarpe, senza dio e senza gloria / e non rimane altro che pensare, e immaginare è divertente / quanto è inutile parlare d’amore”.

“È inutile parlare d’amore” è un disco libero, ribelle e rivoluzionario. Un manifesto cinematografico di inutilità e dissoluzione, che rivendica il potere catartico della narrazione. Paolo Benvegnù racconta la disarmante poetica musicale dell’invisibile, dove perdersi diventa l’unica via di fuga dal mondo. 

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