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Slift – Ilion

2024 - Sub Pop
heavy kraut psych rock

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Tracklist

1. Ilion

2. Nimh

3. The Words That Have Never Been Heard

4. Confluence

5. Weavers’ Weft

6. Uruk

7. The Story That Has Never Been Told

8. Enter The Loop


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Quella voglia di album mastodontici che non si estingue mai, anzi, che cresce in tempi in cui il tempo sembra restringersi di pari passo con la soglia dell’attenzione ridotta al più flebile lumicino su cui soffia il vento implacabile della mentalità social, via una next big thing dentro un’altra e un’altra ancora, fino al big niente (per citare i Bud Spencer Blues Explosion)…Quella voglia là, come si fa a placare nel 2024? Dove, come e quando possiamo abbuffarci di minutaggi demenzialmente estesi e suoni pieni oltre il limite del decente?

La risposta pare arrivare da Tolosa. Gli Slift sono dei viaggiatori temporali (no, non tipo Jean Reno ne “I visitatori”, per l’amor del cielo), è evidente che il tempo e lo spazio che occupano coi loro album non sia propriamente il nostro e questo era chiaro già con “Ummon”, dal quale sono passati i consueti tre anni, atti a far maturare un mostro che già lì aveva preso a crescere senza sosta, attirando così le attenzioni dei signori indiscussi del rock anomalo d’Oltreoceano della Sub Pop, che di lasciarsi sfuggire la possibilità di produrre i fratelli Fossat non ne hanno per la quale, e digli scemi.

Se fino al 2020 gli elementi “heavy” erano accennati ora diventano non solo parte integrante del suono kosmiko del trio ma colonna portante se non proprio vertebrale del progetto tutto. Dicono di voler portare il loro psych-rock verso band come i Converge, lo fanno, ma forse più quel che furono i Mastodon fino a quel “Blood Mountain” che li lanciò in un universo fatto di elementi in scontro perpetuo, che sono poi non dissimili da quelli che troviamo in “Ilion”. Lo spazio è a portata di mano, ma è un cosmo alterato da bordate elettriche incazzate, ritmi come materia oscura che pulsa nel vuoto stellare che si alterna ad attacchi di pura ferocia, con i Magma nel cuore (e in testa) e metallo nero rovente nelle mani, psichedelico e voluttuoso un attimo prima e quello dopo furente che manco un intero branco di Xenomorfi. Pesante di una pesantezza quasi impalpabile, acido come dopo un bilico di cartoni presi leggendo una pagina di Asimov e una di Bradbury mentre qualcuno ti randella incessantemente di pugni. Non uno spazio vuoto, una colata di rumore lucido e in moto perpetuo.

La voce di Jean è un predatore venuto da altri mondi e al contempo cantore di leggende stellari (splende elegiaca nel retrofuturo medievale di The Story That Has Never Been Told), sugli scudi e micidiale, così come le componenti sintetiche che interpolano gli strumenti “tradizionali”, stazionando nella zona grigia del Sogno Mandarino di Edgar Froese infestata da demoni elettronici più calzanti, il tutto ancorato alla sezione ritmica di Rémi e Canek Flores, veri e propri architetti della tensione assoluta (in certe parti il basso è in grado di mandare messaggi ultraparanoidi), con quest’ultimo a intersecare autobahn infinite in figure allucinanti rendendo ancor più gargantuesca una creatura già di per sé enorme.

La fantascienza sonora racchiusa in un’armatura di metallo alieno degli Slift si prende un posto nel solco che da qualche tempo Oh Sees (o come diamine si chiamano ora) e King Gizzard & The Lizard Wizard hanno scavato, in un terreno pesante e difficile da dissodare, ognuno a modo suo a guardare e (ri)fare il metal Settantiano, ma a questi livelli temo che solo i tre francesi ci siano riusciti. Siamo a inizio anno e già c’è da segnare qualcosa per le classifiche finali. Roba da matti.

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