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Quale il Mondo e quale l’Antimondo? Intervista a Umberto Maria Giardini

Foto: David Nicastro

Quarto album autografo di Umberto Maria Giardini, “Mondo e Antimondo” (qui la nostra recensione) è un intenso viaggio tra rock, psichedelia e songwriting introspettivo. Dieci brani che vibrano di poesia e ispirazione. Lucide e superbe le analisi interiori cucite su ogni malinconica storia incastrata nel disco.

Ci siamo fatti raccontare da lui questi nuovi mondi.

Ciao Umberto! Innanzitutto grazie da parte di tutta la redazione di Impatto Sonoro per aver voluto condividere con noi qualche chiacchiera e qualche riflessione. Dopo oltre tre anni, cosa ti ha ispirato a tornare con un nuovo lavoro? Come nasce e cosa dobbiamo aspettarci da “Mondo e Antimondo”?

È stata la solita e normalissima necessità di un musicista di tornare a pubblicare qualcosa di nuovo, di suo. L’album nasce dal lavoro accumulato in mesi e mesi di sala prove, nulla più. Ascoltandolo ci si deve aspettare un buon lavoro, ispirato, maturo, volutamente fuori moda, quindi destinato a rimanere nel tempo.

Il titolo del tuo nuovo lavoro suggerisce la coesistenza di due universi opposti e contrari: è una suggestione voluta? E, se sì, quanto ha influito nella stesura del disco?

Ogni lavoro va tradotto in maniera differente da ognuno di noi, non è molto importante il significato che ha per il suo vero autore. I significati di questo album hanno influito moltissimo alla sua stessa stesura e realizzazione, ma è un discorso molto complesso e ampio non affrontabile in questa circostanza scritta. Posso affermare che tutto è scivolato lento e equilibrato nei mesi e il risultato mi ha dato ragione, se pur con un risultato troppo morbido rispetto a quello che ipotizzavo di ottenere.

Qual è per te Il Mondo e quale l’Antimondo?

Tutto quello che ci circonda oramai è Antimondo, tutto rivoltato e ipoteticamente giusto.

Quanto c’è di Moltheni in questo lavoro? Consideri Moltheni e Umberto Maria Giardini come due progetti artistici separati o c’è una contaminazione tra i due?

È un argomento che non mi ha mai interessato, quindi non valutandolo non so rispondere. Sicuramente la matrice è la stessa, poichè sono sempre io, ma il fattore spazio-tempo ha inevitabilmente cambiato molto in me. La maturità regala il beneficio della comprensione, quello che scrivo oggi non lo avrei mai potuto fare quand’ero Moltheni.

Cosa ti ha spinto a chiudere il progetto Moltheni e iniziare ad identificarti col tuo vero nome?

La ricerca forsennata di visibilità e soldi di coloro che lavoravano con me. Musicisti in primis, poi dietro di loro produttori, addetti ai lavori, e compagnia bella. Ho capito che era un mondo che non mi attirava più, quindi ho chiuso baracca e burattini e ciao.

Come consideri oggi la musica? Credi sia ancora possibile far passare messaggi importanti grazie alle note di un pentagramma?

Non occupo tempo a pensare alla musica legata alla nostra società odierna né tanto meno al costume. Dei messaggi importanti non frega più niente a nessuno, anche la musica stessa oramai ne è immune e annoiata.

Non hai mai accettato l’etichetta di artista “indie- pop- rock italiano”, continuando il tuo percorso artistico senza piegarti alle leggi del mercato e dello star business. Come collocheresti Umberto Maria Giardini e la sua musica nel panorama musicale attuale?

È difficile da dire, perché la collocazione di un musicista poi influenza quello che accade successivamente nella sua carriera. Ho fatto molti album nella mia vita e tutti molto diversi tra di loro, collocarli stilisticamente è davvero difficile, specie nel nostro paese dove tutto deve avere per forza un nome. Appartengo inevitabilmente alla scena (che non esiste più) alternativa italiana, sia per un linguaggio “diverso”, sia per un approccio alla musica di vecchio stampo. Sono distante anni luce dal mainstream perché non mi appartiene come concetto, sono pertanto sereno e occasionalmente felice perché disconosco.

Ho sempre pensato che l’arte si nutre di altra arte. Quali dischi hai ascoltato o quali libri hai letto recentemente? C’è qualcosa che ti ha colpito o influenzato la scrittura del tuo nuovo disco in qualche modo?

I miei ascolti dal 2013 sono più o meno sempre gli stessi. Doors praticamente ogni giorno… ma a dir la verità né la musica, né la lettura mi influenzano più di tanto. Quello che più mi tocca e che più condiziona la mia musica credo sia la vita assieme a quello che fanno gli esseri umani. Passo molto tempo ad osservare cosa faccio e cosa fanno gli altri, questo determina i cambiamenti dei miei stati d’umore che successivamente scarico sul mio lavoro. Spessissimo sono invece le stesse frequenze della chitarra ad alti volumi che mi aiutano a trovare la quadra e la strada da prendere in pre-produzione.

Foto: David Nicastro

Come sempre i tuoi lavori lasciano trasparire una cura e un’attenzione totale lodevole. In “Mondo e Antimondo”, però, sono presenti numerose collaborazioni, come con Cristiano Godano e il Maestro Floriano Bocchino. Com’è stato lavorare a quattro mani?

È stato naturale, sono persone che come me hanno e posseggono un attitudine benevola alla musica, lontani dal business e dagli interessi economici che distruggono a mio avviso la linfa vitale dei questo mestiere. C’è stata un intesa perfetta, con ognuno di loro; tutti hanno intercettato quello che volevo ottenere, tutti hanno contribuito in modo professionale al risultato finale, tant’è che alcuni brani condizionano altri in una spirale dolcissima, legata in maniera invisibile.

Noto, correggimi se sbaglio, che i tuoi versi sono impregnati di riferimenti alla natura e ad una qualche essenza atavica dell’uomo e che al tempo stesso ogni storia raccontata non trova il suo lieto fine. Cosa guida queste scelte stilistiche?

Probabilmente la mia visione della vita e ai significati che legano la stessa alla natura. Sono una persona abbastanza semplice, ma vivo di realtà oggettiva, quindi l’epoca che viviamo influenza decisamente quello che poi scrivo, non si può essere troppo ottimisti, chi lo è sa di ingannare prima se stesso e poi gli altri.

Dei dieci brani che compongono “Mondo e Antimondo”, ce n’è qualcuno a cui sei particolarmente legato? E se sì, perché?

No.

Il brano che apre il disco e ne ha anticipato l’uscita, “Re” suona come una preghiera, una sorta di mantra che ricorda un po’ la struggente recitazione di Giovanni Lindo Ferretti. Ce lo vuoi raccontare?

È nato e sviluppatosi nelle settimane così come lo si ascolta, dovrei inventarmi storie non vere, quindi non ho molto da spiegare né da raccontare sulla sua genesi.

“Andromeda” è un brano che mi ha colpito molto. La sua melodia sembra sospesa nel tempo e nello spazio: oltre sette minuti di puro magnetismo. A cosa è legata la sua composizione?

Volevamo fare un brano a metà strada tra il classicismo grunge dei primi 90a accostati ad un testo anni 70a sullo stile di Mina. Il risultato è stato sorprendente, esattamente quello che descrivi tu nella domanda.

Il 2024 ti porterà in tour?

Sì, partiamo in pompa magna da Torino il 25 gennaio.

Allo scoccare dei primi rintocchi del nuovo anno, si pensa subito al Festival di Sanremo. Dopo oltre vent’anni dalla tua ultima partecipazione, hai mai pensato di tornarci?

Sì, ma ho perso l’ultimo treno credo nel 2013 quando era direttore artistico Mauro Pagani, l’unico ancora in grado di intercettare la qualità. Da allora ho smesso anche di guardarlo perchè so (sanno tutti) come funziona. E’ pur vero che, la piega che ha preso nelle ultime edizioni è davvero imbarazzante-sconcertante. Per un progetto come il mio parteciparvi oggi, sarebbe più uno sputtanamento che altro, meglio starsene lontani.

Permettimi ancora di ringraziarti per il tempo che ci hai dedicato e farti complimenti per “Mondo e Antimondo”, uno di quei dischi che è un dono poter ascoltare. Chissà, magari ci racconterai in futuro di altri lavori.

Lo spero, lo farò con immenso piacere. Grazie a voi.

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