Impatto Sonoro
Menu

Interviste

Con tutta la mia rabbia e con tutto il mio cuore: intervista a Carmelo Pipitone

Esce oggi “Piedi in acqua“, il terzo album da solista dello storico chitarrista dei Marta sui Tubi, Carmelo Pipitone (qui la nostra recensione). Un viaggio personale e biografico che racconta in musica le insicurezze, le inadeguatezza e le speranze che lo contraddistinguono e che ci accomunano. Dopo l’esordio “Cornucopia” del 2018 e il successivo “Segreto Pubblico” del 2020, “Piedi in acqua” riapre il sentiero dell’artista siciliano proponendo 13 brani folk cantautorale viscerali e seminali che lo accompagneranno in un tour iniziale di 14 date. La prima il 27 febbraio al Nassau di Bologna. Abbiamo incontrato di persona Carmelo e abbiamo scambiato con lui qualche parola.

“Piedi in acqua” esce proprio oggi. Come ti senti? Come ti vedi come artista dopo questo tuo terzo lavoro da solista?

Ci sono state diverse fasi quando ho chiuso il disco e non l’ho chiuso tanto tempo fa! perché tecnicamente parlando c’era sempre qualcosina da migliorare o da aggiustare. Alla fine il disco era pronto 4 mesi fa. Ho procrastinato un po’, sono sincero, ma alla fine ci siamo arrivati. Volevo essere sicuro di essere veramente soddisfatto, ma lo sappiamo tutti che quando si chiude un disco ti senti svuotato, inutile e non si sa mai se hai fatto tutto bene.

L’ultimo giudizio alla fine lo dà il pubblico.

Ma sempre! Io personalmente non riesco più ad essere oggettivo o obiettivo, non riesco più a parlare di me in questo senso, perché per me, oramai, anche quando non voglio mi viene fuori il ritornello di un pezzo piuttosto che la strofa di un altro. È stato un disco voluto e sofferto. La fase di scrittura inizia più o meno un anno prima della pandemia. È un album abbastanza lungo e poi nel mentre sono arrivati nuovi pensieri, nuovi sentimenti e i nuovi sviluppi della propria personalità che sono riflessi nel disco. Alcuni pezzi tra l’altro sono nati nel periodo pandemico. È una fetta di vita “Piedi in acqua”. Adesso come adesso ti dirò: ho dei dubbi perché non so se mi sento lo stesso come lo sono in questo disco e non so se questa volta sono i miei questi piedi nell’acqua.

A differenza di un album in collettivo, io credo che in un lavoro personale l’artista non solo è più libero, ma sicuramente credo che ci siano anche dei compromessi di mezzo. Ho letto infatti che questo album ti ha rubato l’anima e che non riesci più a guardarlo negli occhi. Tutta la sua interezza è una richiesta di aiuto, di preghiere, bestemmie e di speranze. Sono parole che hanno un certo peso. Quali sono stati i suoi e i tuoi limiti?

Io personalmente non ho mai trovato compromessi quando ho affrontato certe tematiche nelle mie canzoni, quindi non credo ci siano dei veri e propri compromessi, se non dettati da dei limiti dello strumento o della voce. Però quello che ho fatto è esattamente quello che so fare, mi sono semplicemente lasciato andare senza guardare il risultato. Il compromesso non c’è mai stato neanche in termini di “leccaculaggine”, per esempio: “scrivo questo pezzo perché voglio che ci sia un brano un po’ più dolce, perché magari tra i pezzi ci devono essere per forza due ballate.” Io personalmente non me la sono chiesta questa cosa, sono capitate così ma perché sono io ad essere così. È un disco molto cupo e che probabilmente si trova fuori dal contesto storico in cui viviamo, di conseguenza credo che non trova neanche mercato la musica che propongo. Ma non è questo che mi interessa perché io mi sono allontanato tanto tempo fa dalle luci della ribalta e non voglio essere l’uomo che sta al centro dell’attenzione. Sono senza filtri.

Invece le soddisfazioni?

Ah, sì! Assolutamente. Più che altro ci sono state perché ci si abitua tantissimo alle cose nuove. La novità è bella però dopo diventa la normalità. Personalmente non so se può essere trasmessa agli altri come novità e se possono percepirla come tale.

Nel tuo primo singolo Pinzeri affronti una lingua che fa parte delle tue origini. La lingua Siciliana. Adesso se ci ripenso velocemente non è la prima volta, il dialetto siciliano lo esprimi anche nel brano Gabriè, del tuo precedente lavoro. Qual’è il suo significato?

Quel pezzo è nato nel bel mezzo della pandemia, infatti Pinzeri vuol dire proprio pensieri in lingua Sicula. La canzone tratta di tutti quei pensieri che vagano nella tua testa e non sai dove appoggiarti e ti trovi in quel caso in balia delle onde. Sai cosa è successo oggi ma non sai quello che potrebbe accadere domani ed è il vivere in maniera precaria. È una continua cantilena di cose che in maniera disordinata si accavallano tra di loro. Ci sono tante cose opposte. Il mettere la bestemmia o no oppure il mettersi in discussione con se stessi. Sono dei pensieri che ti puliscono ma allo stesso tempo ti sporcano ed è una canzone molto complicata. 

Se devo trovare un comune denominatore con la tua band, i Marta sui Tubi, trovo che i testi trattano degli aspetti fondamentali della realtà, sia quando sei con loro che quando sei da solo. In primis i sentimenti, poi un certo tipo di moralismo visto e parlato sempre con quell’ottica negli anni. Il cambiamento della società, ma soprattutto certe contraddizioni della vita che facciamo fatica a condividere e socializzare. Ecco, “Piedi in acqua” secondo te può essere la summa di tutto questo?

Io credo che questo sia il mio ultimo disco, non credo di avere più nient’altro da dire, almeno per ora e non per i prossimi due o tre anni. Mi sono letteralmente svuotato perché tutto quello che ho sempre pensato l’ho potuto scrivere finalmente in questo disco e ovviamente ho sempre usato il mio stile che mi contraddistingue, a tratti ermetico. Non dovrei essere io a dirlo però mi sento di aver scritto il mio disco migliore. In questo album non ho pensato a quello che potrei fare più avanti. In “segreto pubblico” invece, il mio secondo disco, quando lo avevo finito già avevo iniziato le demo di “Piedi in acqua“. Se adesso provassi a suonare la chitarra per far sì che nasca un nuova canzone ora come ora non mi riesce. Svuotato nel vero senso della parola [ride, ndr].

Mi fa piacere parlarne perché tu Carmelo non hai paura di sporcarti le mani. Vedo spesso che l’onestà nella musica è una cosa che manca. Anzi, fa paura a volte.

Quello è un problema di chi fa musica soltanto per farsi piacere agli altri, a chi fa leva sugli algoritmi o sulle tendenze. In realtà in fase compositiva bisogna sempre scrivere non per la gente che ti segue, e questo credo che lo sappia anche tu. Questa cosa l’ho adottata anche quando scrivevo con i Marta sui Tubi. In quel contesto lì invece assolutamente sì, certo che ci sono dei compromessi, visto che ne parlavamo prima. Ed è capitato spesso che magari scrivevo delle cose che piacevano a me ma non piacevano agli altri componenti della band e viceversa. 

In un’intervista che ti è stata fatta mesi fà hai detto che non ti piace essere definito come artista o musicista. Tu ti definisci un menestrello. Come mai? In questi 25 anni di carriera hai potuto collaborare con artisti del calibro come i compianti Franco Battiato e Lucio Dalla. Ma non solo, anche Bobby Solo, Enrico Ruggeri e la meravigliosa Malika Ayane. Almeno il vanto a livello nazionale ti è di diritto.

Quando io ho avuto a che fare con tutte queste persone che hai citato tu sicuramente tutti questi artisti mi hanno arricchito, assolutamente. Però lì facevo parte di un progetto che era ancora più grande di questo. Lì eravamo più persone ed eravamo una band, quindi credo che il contesto band ti faccia arrivare anche a grandi cose, da solo invece non credo di essere così malleabile o adatto. Io mi reputo una persona normale che fa questo nella vita, però con la forza degli altri si può arrivare a dei risultati un po’ più mainstream, mentre io da solo non credo di essere mainstream. Io credo di essere la parte un po’ più strana dei Marta sui Tubi, quello che magari inserisce una mina nel percorso che ci porta da qui a lì e che potrebbe far saltare in aria. Mentre Giovanni Gulino (cantante dei Marta sui Tubi) credo che sia sempre stato il ponte che ci ha fatto portare e a raggiungere quel risultato. Giovanni è la parte più limpida mentre io sono la parte più marcia della situazione e anche forse un po’ più legata a certe cose a cui tengo tantissimo. Io credo che la musica sia una cosa seria e che non per forza si deve trovare un compromesso con un artista che sia di fama nazionale o internazionale. Se quello che faccio ti piace devi essere tu ad avvicinarti. Invece capita che devi essere tu ad avvicinarti al pubblico ed essere sempre gentile o convincente, ci sono tante cose nel mezzo. Io posso parlare delle mie cose e vedo che molta gente la pensa anche come me, ma rimaniamo sempre in pochi.

Il compromesso migliore secondo me è trovarsi a metà strada.

Esatto, lo penso anch’io però alla fin dei conti sei sempre tu che devi muoverti per primo. Però ad essere troppo genuini si va a sbattere contro quel tipo di ragionamento. Se invece vuoi ragionare nella maniera più democristiana possibile, bisognerebbe scrivere ogni giorno canzoni nello stile Marta e cercare di tenersi stretti i fan dei Marta, questa cosa non mi interessa. Anzi, mi interessa, però io sono cresciuto ormai, sono un’altra persona a differenza del Carmelo giovane di quando ha scritto “Vecchi Difetti”. Non voglio essere il metallaro che a 60 anni porta ancora il chiodo. Sono un metallaro ma che si veste anche casual [ride, ndr]. Non si può pensare di far musica agli altri soltanto perché si è condizionati dagli altri, se no non c’è libertà e non sei te stesso c’è qualcosa che non va. Io nel mio progetto solista voglio essere trasparente senza alcun tipo di fraintendimento e con i compromessi minimi che sono quelle cose normali che ci permettono di vivere in questa società. Non ti devo dire vaffanculo perché le cose stanno così! è un po’ come: “Sì! ne riparliamo” ma si capisce già che non ne riparleremo più.

Ma tu vantati, anche a livello internazionale. Lo dico perché so che hai un progetto che si chiama O.R.k. insieme a Pat Mastelotto dei King Crimson e Colin Edwin dei Porcupine Tree. Quando ho saputo del progetto sono rimasto particolarmente stupito. Soprattutto aver visto che in un vostro brano “Consequence” c’è anche la partecipazione di Elisa.

Guarda ti dico subito che Pat è incredibile, ogni volta che è libero ci raggiunge con l’aereo ed è sempre meraviglioso. Però si ritorna al discorso di prima delle dinamiche di band. Non mi sopravvalutare Haron (ride – ndr). Il tutto si forma sempre perché la band ha un circuito che poi può arrivare alla collaborazione. Per esempio anche con Serj Tankian dei System of a Down abbiamo fatto un singolo Black Blooms ma sempre per lo stesso motivo, oppure le copertine dei nostri dischi fatti da Adam Jones dei Tool, e ringrazio sia loro che i miei compagni di band. La cosa particolare è che qui almeno suono con la chitarra elettrica sennò in molti mi vedono sempre con la chitarra acustica.

Hai tutto il diritto di farlo. In qualche modo con i Marta sui Tubi siete stati anche i precursori di quella corrente che adesso viene chiamata indie o it pop.

Diciamo di sì, però l’indie aveva un’accezione più significativa che vuol dire essere indipendenti appunto, ed è quello che sto facendo attualmente da solista con La Fabbrica che mi fa anche da booking e Freecom. Quindi indie adesso vuol dire tutto e non vuol dire niente allo stesso tempo, forse ti rende mainstream [ride, ndr] mentre adesso viene visto come un genere che è quello del cantautore folk, un Bon Iver della situazione per capirci. È quel piacione che metti lì e che ti fa scendere la lacrimuccia, questo è indie per me. In Italia invece abbiamo artisti pop di qualità stellare e qui mi viene in mente Brunori Sas. Invece quando mi capita di assistere a concerti indie solitamente l’intellettualità è sempre di qualcun altro e quel qualcun altro lo diceva 40 anni fa. Ma che cazzo! Prendetevi la responsabilità di quello che siete, perché magari siete anche degli ottimi musicisti però non dovete giocare troppo con la musica, perché come ho detto prima la musica è una cosa seria. 

Ritorniamo nel presente con l’ultima domanda. Quale messaggio vuoi trasmetta “Piedi in Acqua” alle persone?

Piedi in acqua” è un insieme di cose che si vivono e si vedono ogni giorno e io non ho avuto il timore di dirle. Mi rendo conto che forse alcune persone hanno paura di sentire certe cose perché magari sono legate a contesti sulla vita o a delle schematizzazioni. La bestemmia e la preghiera sono due cose che pensiamo ma che in pochi le dicono, io le dico perché non me ne frega un cazzo. Io sono così. Forse delle due strade ho preso quella meno battuta e probabilmente gli altri mi diranno che sono uno stronzo, non diverso (ride – ndr)

Carmelo io ti ringrazio per questa piacevole chiacchierata, è stato un vero piacere parlare non solo del tuo album in uscita oggi ma anche del tuo percorso musicale. 

È stato un piacere anche per me e ringrazio te e ImpattoSonoro che ci ha permesso di fare questa chiacchierata amicale. Grazie mille!

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Articoli correlati