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Interviste

Staccarsi dall’Io per raggiungere il Noi: intervista a Paolo Benvegnù

Foto: Mauro Talamonti

Paolo Benvegnù è tornato ad inizio di questo 2024 con il suo nuovo album “È inutile parlare d’amore“, firmato Woodworm (qui la nostra recensione). Un disco libero, ribelle e rivoluzionario. Un manifesto cinematografico di inutilità e dissoluzione, che rivendica il potere catartico della narrazione. Un lavoro che testimonia la necessità di appoggiarci ancora ad artisti come lui.

Lo abbiamo incontrato.

Ciao Paolo! Che piacere sentirti. Come stai?

Sto benissimo, anzi, ti ringrazio per avermi contattato perché sei stato gentile e sono a tua completa disposizione.

Il piacere è tutto mio. Il tuo tour è appena iniziato. Ho visto di recente che sei apparso anche su Rai 2 per la promozione del disco. Questo è un grande traguardo. Come sta iniziando tutto quanto?

Sta iniziando alla grande e sono molto grato perché mi trovo all’interno di un gruppo di persone che mi fanno sentire letteralmente il cantante in una band. Un gruppo di persone a cui voglio bene e che incredibilmente vogliono bene anche a me. Alla fine quello che dovevo dire nel disco l’ho detto, e per me è un nuovo inizio, ma allo stesso tempo questo è anche un disco di transizione e sicuramente faremo cose più belle andando avanti. Non è un discorso legato all’idea di provvidenza cattolica, ma francamente quello che succede nella relazione tra le persone man mano che si va avanti, si passa tra dei nodi dove il tutto diventa sempre più intimo, costruttivo e creativo. Se le premesse sono queste non vedo l’ora di scrivere il disco nuovo.

Il tuo album è appena uscito, “È inutile parlare d’amore”. Potremmo considerare questo titolo un po’ un “ossimoro”? Quello che si sente nei tuoi testi questa volta è un po’ di sofferenza ma allo stesso tempo c’è una luce in fondo al tunnel.

Assolutamente è un ossimoro, hai pienamente ragione. Più che sofferenza direi che c’è del rimpianto, perché sono arrivato a comprendere delle cose, ahimè, dove nella vita si agisce senza avere una coscienza specifica. È una cosa che non è nemmeno legata al pensiero, ma ad una comprensione che sta prima del pensiero. Il pensiero per certi versi va a distorcere la bellezza naturale di alcune cose, tra cui l’aspetto legato alla relazione. Poi questo si può tradurre anche in una relazione tra l’uno e l’altro. Per quanto questo l’ho sempre visto in maniera un po’ offuscata bisognerebbe sforzarsi di guardare sempre in alto e di non stare troppo vicini a se stessi. Se si riesce a spostare l’ottica dall’io al noi devo dire che risulta tutto un po’ più interessante. Non è un discorso di posizione, però ha a che fare con una linea di esistenza verticale. Il mio è un discorso legato al senso della vita in tutte le direzioni, capire certi abissi e certe altezze interiori. Ovviamente questo è anche un titolo che va in totale contraddizione al significato, certo, ma il poter amare l’alterità è una delle poche forme di libertà che ci rimangono. Io sono sempre stato una persona molto tangente alle cose, però mi sono sempre riconosciuto poco nel mondo, forse per vigliaccheria tanti anni fa. Quindi adesso punto molto ad essere trascendente.

Consideri questo disco un romanzo di formazione. Quindi è come se l’ascoltatore o l’ascoltatrice dovesse reimparare ad amare?

Non te lo so dire con certezza perché io non ho l’ambizione e la volontà di andare a scalfire le convinzioni di ognuno, anche perché è assolutamente impossibile. Ognuno di noi si convince quando è il momento di convincersi. Se ci comportassimo come le nostre cellule che convivono passandosi informazioni per la propria sopravvivenza forse potremmo vivere meglio. Perciò, io dico questo prima di tutto per capirmi e anche con i miei compagni, e poi non c’è la convinzione di sedurre qualcuno e di dargli qualcosa. Nessuno di noi ha la formula della felicità in tasca, semplicemente credo sia più interessante avere a che fare come se fossimo un custode invece che come un aguzzino. Ognuno ha la sua soggettiva e volendo andare a vedere in questo momento storico dove l’occhio lo fa da padrone ognuno è regista della propria storia. Io spero che più avanti ci si possa trovare meglio perché vedo che c’è molta confusione.

Io credo che la musica possa essere anche veicolo per analizzare se stessi e gli altri. Se si racconta il mondo si riesce a raccontare anche il quotidiano di qualcuno di noi.

Ma certo, ognuno di noi è in relazione con le cose e su questo sono assolutamente d’accordo con te. La musica per esempio non è diversa da come costruire un tavolo: se tu sei un falegname e costruisci un tavolo pieno di schegge, la persona che si siederà al tavolo non starà benissimo. La stessa cosa secondo me è fare musica e fare qualcosa di creativo, fermo restando che se lo fa un maschio possiamo considerarlo un fallimento, mentre se lo fa la donna è qualcosa di molto più importante perché lei riesce a creare vite, carne e sangue. Questo secondo me è il grande limite, scrivere canzoni non ha un senso così straordinario, mentre creare la vita sì. Scrivere canzoni, come costruire grattacieli o fare sculture bellissime è un qualcosa che impegna tutte le nostre energie intellettuali e fisiche e a quel punto diventa una meravigliosa occupazione. La cosa molto bella è che con la musica riesci a materializzare l’invisibile e probabilmente un certo tipo di coscienze rimarranno per sempre.

Ho apprezzato molto le collaborazioni che ci sono all’interno del disco. Brunori Sas nel brano L’oceano e Neri Marcoré in 27/12. Come hai scelto queste collaborazioni e come sono nate?

Ti ringrazio molto! Con Dario [Brunori Sas, ndr] ci conosciamo da tanti anni, ci stimiamo e parliamo sempre di tante cose. Dario è una persona estremamente generosa e di una bontà infinita e quello che è successo è che, gli diedi tutti i pezzi del disco e lui scelse di inserirsi nel brano L’oceano, perché si sentiva più a suo agio dentro quella canzone. Nonostante tutti gli impegni che ha registrò tutto quanto in una notte. Con lui è stato anche facile perché c’è una frequentazione più assidua, mentre con Neri invece è successo che, Luca Baldini, il mio bassista, lavora anche nel campo del teatro e organizzò una serata in Toscana dove c’era Neri in spettacolo. Quando Neri ha saputo che Luca suonava con me voleva assolutamente ascoltare qualcosa di mio. Di conseguenza mi sono mosso come ho fatto con Dario e a Neri invece gli è piaciuta molto 27/12. La cosa che unisce questi due interventi è la generosità di ognuno di loro, ma soprattutto, ognuno di loro ha portato la propria complessità e una propria innocenza che io non ho più. Io e i miei compagni abbiamo un senso di beatitudine nei loro confronti. Una dedizione e un senso di appartenenza che commuove.

Foto: Mauro Talamonti

Trovo anche una similitudine con il tuo precedente lavoro, uscito l’anno scorso “Solo Fiori“. Questo EP è in sostanza un’introduzione a questo nuovo album?

Sì, l’idea era quella di fare prima una summa del disco e del racconto, però il corpus e la conclusione è in questo disco sostanzialmente. Pensa, io sono talmente stupido che mi sono inventato tutta la sceneggiatura di un film, i dialoghi e i personaggi che probabilmente non darò atto. Quindi questo disco potremmo considerarlo un po’ la colonna sonora di un film. Quando la “Fellinità” ti attanaglia succedono queste cose [ride, ndr]. Su questa cosa mi ha ispirato anche la lettura di un libro di Josè Saramago “Storie di un assedio a Lisbona” dove c’è il traduttore che deve tradurre una situazione che succede in Turchia, però inserisce una negazione durante la traduzione e qui tutta la storia cambia. Ecco! Questa cosa mi fa pensare anche al fatto che, ogni cosa che noi vediamo sono tante piccole realtà e queste realtà possono anche non verificarsi per delle cose futili. Quindi lungi da me da essere assoluto nel valutare la realtà e la verità, non ci tengo, ma penso che dovremmo elevarci nello stadio del non sapere e nell’interpretazione delle cose. È cercare di essere curiosi e di non vedere tutto come un assioma.

In questi 26 anni di carriera, anzi, 30 se vogliamo contare il tuo esordio di quando eri con gli Scisma: Dopo tutto questo tempo che cosa è cambiato in te sia sul lato artistico che personale?

Allora, dal punto di vista della costruzione e della narrazione non è cambiato niente, mi sento ancora di fare canzoni nello stesso modo di come le facevo nel ’92/’93. C’è la differenza che, se mi permetti di dirlo, mi sento un po’ più fantasioso di quando ero più giovane e questo mi stupisce sempre ed è molto bello. Umanamente sono come gli alberi, e perciò, di stratificazione in stratificazione comprendo sempre di più la differenza tra le stagioni e la mia possibilità di relazione con il mondo e con gli altri esseri umani cerco di migliorarla pari passo.

Ormai sono diversi anni che ti seguo e spero non ti lasci basito questa mia affermazione. In qualche modo tu sei uno psicologo della musica, perché la tua musica parla alle anime perse, a tutte quelle persone che si trovano in coda. Nelle tue canzoni offri degli strumenti per combattere il quotidiano, ma che allo stesso tempo sono velati da una grammatica italiana che è molto ricercata. Quindi l’ascoltatore capisce l’obiettivo ma non sà mai come partire, anche perché il percorso lo deve fare proprio quest’ultimo. Tu cosa ne pensi?

Ti ringrazio molto Haron per questa disamina, mi piacerebbe essere così conscio come lo sei stato tu adesso con la mia musica [ride, ndr]. A parte gli scherzi è tutto giusto quello che hai detto però non ne sono così cosciente. Non voglio dirti una cosa mostruosa, ma tutto quello che faccio principalmente lo faccio per capire me e cerco di minare il mio percorso futuro. La mia da un lato è una battaglia tra me e me, una battaglia di comprensione per intenderci. Dall’altro invece ne fruisce un risultato materico. Parte tutto da un confronto, anche arduo che ho anche con i miei compagni e poi sono loro che dipingono queste mie bozze che creo inizialmente. Però ogni volta uscire con un disco è un privilegio e fortunatamente quando questo disco entra nel mondo la risposta è sempre incredibile. Spesso e volentieri capita che sono gli esseri umani che ti fanno capire la ricerca che hai fatto, perché inizialmente non c’è mai una consapevolezza stretta quando inizi. Non c’è una disciplina e non ci sono arti marziali. É un po’ come nuotare nell’aria per intenderci. Sicuramente nel tempo ho guardato più gli ultimi che il primo piano del mondo, perché secondo me gli uomini procedono per avamposti. Ti faccio un parallelismo con Napoleone: Se con le armate arrivi fino a Mosca ma lasci indietro 15.000 km di territorio è normale che alla fine vieni accerchiato. Ribadisco, l’umanità agisce e per avamposti e se ti lasci indietro gli ultimi lasci indietro lo sguardo di coloro che devono mettere insieme l’oggi con l’indomani, quelle persone che tengono lo sguardo più acuto, più intelligente e che è più vicino alla natura dell’uomo. Dovremmo accogliere tutti e tutti dovrebbero essere accolti. Se perdiamo il senso che la vita può essere ogni giorno questione di vita o di morte allora noi a quel punto perdiamo buona parte del senso della vita.

Sono d’accordo. Detto questo, anche se sei stato molto esaustivo riguardo a “È inutile parlare d’amore”, c’è un messaggio che vorresti dire a tuoi fan riguardo al disco?

Io come dico spesso, parliamo di privazione ai privati e non c’è niente che è legato qualcosa di pubblico, se non dal fatto che, mi vien da pensare che bisogna bruciare. Ma non bruciare per diventare stelle, ma bisogna bruciare per eliminare le nostre gabbie mentali e i nostri limiti di comprensione, e allora così vale la pena vivere. Viceversa, è un grande problema quello degli esseri umani il fatto di accontentarsi e vedere la superficie delle cose, e allora se bruci capisci poi che cosa vuoi fare. Bisogna fare questo, che in realtà è quello che dicevano i grandi studiosi e i grandi filosofi cinesi. Io non mi invento nulla, però loro sicuramente hanno detto delle cose molto migliori delle mie.

Grazie Paolo per questa piacevole chiacchierata. Ci vediamo presto!

Grazie di cuore a te caro. È stato un grande piacere. A presto!

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