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Kula Shaker – Natural Magick

2024 - Strange Folk Records
indie / alternative rock

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Tracklist

1. Gaslighting
2. Waves
3. Natural Magick
4. Indian Record Player
5. Chura Liya (You Stole My Heart)
6. Something Dangerous
7. Stay With Me Tonight
8. Happy Birthday
9. IDONTWANNAPAYMYTAXES
10. F-Bombs
11. Whistle And I Will Come
12. Kalifornia Blues
13. Give Me Tomorrow


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Rientro eccellente quello del figliol prodigo Jay Darlington, il quale, dopo un legittimo e proficuo peregrinare tra Oasis e Beady Eye, qualche pausa e qualche progetto alternativo, è tornato alla base, ricongiungendosi con Crispian Mills, Alonza Bevan e Paul Winterhart, in quella che è stata la formazione con la quale i Kula Shaker ci avevano fatto innamorare, sognare e immaginare nuovi orizzonti musicali, nel 1996, a seguito dell’uscita del loro primo, folgorante, lavoro, “K”, con il quale, nel bel mezzo della nuova era britpop che stava investendo il mondo, si proponevano prepotentemente come progetto musicale alternativo, dal carattere esplosivo, peculiare, innovativo, esotico e seducente, grazie a quella sapiente miscela di beatlesiano rock & roll, greatfuldeadiana psichedelia anni ‘70 e suggestivo misticismo indiano, grazie alla quale riuscirono a scalare rapidamente le classifiche di vendita, stabilendo, con le circa 130.000 copie vendute, nella prima settimana di uscita, un nuovo record, battuto solo in epoca relativamente recente da Adele e dagli Arctic Monkeys.

Non sapremo mai se Mills si sia mai sentito veramente responsabile (e quanto) per la leggerezza da ventenne spregiudicato con la quale ai tempi si era lasciato travolgere dallo “svastica gate”, a causa di alcune dichiarazioni che in realtà, come ha spiegato successivamente, prendevano le mosse dall’origine indiana, del tutto pacifica, del simbolo, che poi sarebbe stato “rubato” e utilizzato nel modo che ben conosciamo. Pensare che sarebbe bastato, forse, spiegarsi bene dal principio e prendere da subito le distanze dal regime e da qualsiasi forma di razzismo e persecuzione, anziché cimentarsi in battutine ambigue e di dubbio gusto, per poi doversi prodigare successivamente a mettere toppe, chiedere scusa, e ricordare a tutti di aver avuto una nonna ebrea, e quindi di essere egli stesso di sangue ebreo.

Scuse che, oltretutto, probabilmente, non sono state sufficienti a riabilitarne l’immagine, dal momento che il secondo lavoro “Peasants, Pigs & Astronauts” (1999), che, già solo sulla fiducia, avrebbe dovuto essere tra gli album più attesi del 1999 e vendere di più di quanto ha fatto, in scia all’enorme successo riscosso dall’album di debutto, si rivelò un tonfo clamoroso, pur non essendo affatto un brutto album. A conti fatti, pur non avendo la stessa incisività e lo stesso magnetismo del primo, pezzi come Great Hosannah, Mystical Machine Gun, S.O.S. Shower Your Love, Sound of Drums, sarebbero potuti bastare da soli a confermare la fiducia nelle potenzialità di questa band e lanciarli verso un terzo album che avrebbe poi dovuto essere l’album della verità. Invece, evidentemente, la frittata era già fatta. I Kula Shaker avevano la “svastica scarlatta” attaccata addosso. E l’epilogo fu lo scioglimento della band pochi mesi dopo la pubblicazione del secondo album. O, almeno, quello che era sembrato un epilogo.

Mills (che di fatto aveva spinto verso lo scioglimento) successivamente ha dichiarato che le motivazioni di questa decisione andavano ricercate in un calo di ispirazione e motivazione, derivanti anche dallo stress di dover sostenere i ritmi dei tour internazionali. Sarà vero? O è stato effettivamente decisivo il tracollo di vendite del secondo album, nel far crollare le motivazioni? Forse entrambe le cose. Ma anche questo, probabilmente, non lo sapremo mai. Quello che sappiamo per certo, è che dopo lo scioglimento, i Kula Shaker, come band, sembravano una delle tante meteore del panorama musicale dalle quali siamo stati sedotti e abbandonati. Nel 2004, però, Mills, Bevan e Winterhart, a seguito del ventennale di “K”, si ritrovano, tornano a suonare insieme per un progetto di beneficenza, e scatta di nuovo la scintilla. I Kula Shaker, sono di nuovo in pista e ripartono, orfani di Darlington (sostituito da Harry Broadbent), da “Strangefolk”, terzo album della band, al quale seguiranno poi “Pilgrims Progress” nel 2010, “K 2.0” (titolo molto fuorviante, con un richiamo un po’ furbo a quello che resta l’indiscusso capolavoro della band), nel 2016, “1st Congregational Church Oo Eternal Love and Free Hugs”, nel 2022.

In tutti gli album post reunion, appena elencati, si possono individuare come tratti caratteristici essenziali e comuni ai primi lavori della band, delle melodie sempre impeccabili, una costruzione accurata dei brani, degli arrangiamenti di ottima fattura, dei suoni abbastanza ricercati (sebbene, a tratti, imitativi) e una generale scorrevolezza delle canzoni, che insieme al timbro vocale accattivante e molto versatile di Crispian Mills, hanno consentito alla band di portare sempre a casa un risultato che, nonostante, in assenza dei guizzi degli esordi, non riusciva più a lasciare il segno, risultava ogni volta più che dignitoso. Ciò che sembrava essersi un po’ perso, però, era un pizzico di grinta nell’approccio, alcune evoluzioni di hammond che, sebbene più evocative che originali, contestualizzate nell’era britpop e abbinate alle altre caratteristiche sonore della band, riuscivano a conferire carattere di peculiarità al loro sound, e quell’originalità del misticismo indiano, passato molto in secondo piano e recuperato (forse in maniera anche un po’ troppo spinta) solo in “1st Congregational Church of Eternal Love and Free Hugs”. Caratteristiche essenziali, che avevano reso il pop rock dei Kula Shaker del primissimo periodo, qualcosa di diverso, inconsueto, realmente alternativo, per certi versi provocatorio, molto più rock, molto meno pop, in una parola, molto meno convenzionale. Ecco. Forse questo era il carattere che accomunava gli “album di mezzo”, post reunion: impeccabili, ma un po’ troppo convenzionali.

Nel 2024, poi, arriva, così, un po’ forse anche a sorpresa, dal momento che sono trascorsi solo due anni dal loro ultimo lavoro, e i Kula Shaker ci avevano abituato ad altre distanze temporali tra un album e l’altro, questo “Natural Magick”, album di tredici tracce, anticipato dai tre singoli Waves, Indian Record Player e Natural Magick, il cui ascolto ci aveva già fatto drizzare le antennine e ci aveva fatto venire più di qualche sospetto riguardo a un possibile ritorno alle origini, grazie a un ritrovato equilibrio nel mix caratterizzante che aveva contraddistinto la band agli esordi.

Mills & co. In questo lavoro ritrovano non solo Jay Darlington (che tra l’altro si aggiunge alla band e non sostituisce Broadbent), ma ritrovano anche (sarà un caso?) una misura per calibrare meglio gli ingredienti del loro sound, recuperando sia le ritmiche beatlesiane, sia l’esotismo indiano, sia la psichedelia Seventies, ma, soprattutto, ritrovando la chiave per dosare il tutto nella maniera giusta. È un po’ come se, per tutti questi anni, i Kula Shaker avessero tentato di riprodurre una pietanza perfettamente riuscita, di cui, nell’annotare la ricetta, avevano dimenticato di segnare le dosi degli ingredienti, e solo oggi, con questo “Natural Magick”, a furia di tentare e ritentare, complice forse anche il “ritorno in cucina” di chef Darlington, fossero riusciti a riavvicinarsi (molto) al gusto originale.

Il quintetto di canzoni che danno avvio all’album, Gaslighting, Waves, Natural Magick, Indian Record Player, Chura Liya (You Stole My Heart), sono l’esatta rappresentazione di quanto dichiarato da Mills in una recente intervista, quando, parlando di “Natural Magick”, ha affermato che “Questo album è stato registrato in modo molto simile a ‘K’, quando avevamo soltanto mezz’ora di tempo per lasciare tutti di stucco,” e che “Il vero brivido e divertimento arriva quando in pochi minuti riesci a trascinare il pubblico in un viaggio fantastico e inaspettato”. Già, perché questi primi 20 minuti (facciamo anche 25, se aggiungiamo Something Dangerous, intro d’atmosfera indiana, ma il brano è incentrato molto sulle beat vibes), rappresentano davvero uno scorrevole, fluido, piacevolissimo, a tratti inatteso e imprevedibile, viaggio nelle sonorità che ti saresti aspettato dai Kula Shaker in un ipotetico 2001 alternativo, in cui qualcosa di simile a questo “Natural Magick” avrebbe potuto vedere la luce, se la band non si fosse sciolta due anni prima. 

Notevole, in Chura Liya (You Stole My Heart), l’intro Hindi che si interseca con il melodico tango, che poi, a sua volta, sfocia in un breve crescendo chitarristico, che riconduce ancora nell’atmosfera del refrain Hindi. Sì. Parlo sempre della stessa traccia. Forse i brani più deboli sono Stay With Me Tonight e Give Me Tomorrow, un po’ troppo seduti su melodie e giri armonici che non si contraddistinguono certo per carattere, originalità e imprevedibilità. Così come non mi ha particolarmente catturato il funk un po’ semplicistico di F-Bombs. Ma una menzione di merito la guadagnano indubbiamente i due pugni in faccia che ti arrivano da I Don’t Wanna Pay My Taxes, e la magnetica e ondivaga alternanza dinamica di Happy Birthday. Così come non ci si può non innamorare di Whistle And I Will Come To You, forse un po’ ruffiana, per carità, ma indiscutibilmente bella da sentire.

Insomma, i Kula Shaker sono finalmente tornati e torneranno a scalare le classifiche? Difficile a dirsi. Anzi, molto probabilmente no, e forse nemmeno ci dovrebbe interessare più di tanto (a me sicuro, e chissà, probabilmente non interessa neanche a loro). Il mondo è cambiato. La musica anche. I Kula Shaker, obiettivamente, no, non tanto. Almeno, non al punto, da risultare ancora oggi, nel 2024, innovativi ed eclettici come nel 1996, dopo che il mondo ha conosciuto i Muse, i Coldplay, i Radiohead (li citiamo qui giusto per fare un piccolo dispetto a Mills, che ultimamente li aveva definiti “tra le band più sopravvalutate nell’universo”), e poi i Franz Ferdinand, i Last Shadow Puppets, gli Arctic Monkeys, e chi più ne ha più ne metta, solo per restare in area UK, in quasi 30 anni di musica, che nel frattempo sono trascorsi. Si sono ritrovati, forse. Ma certo non si sono rinnovati (e vi confesso che, personalmente, non lo reputo necessariamente un difetto).

Però, per quelli come me che avevano amato “K” (e, personalmente, anche “Peasants, Pigs & Astronauts”), ed erano rimasti sgomenti dopo lo scioglimento, e delusi e un po’ smarriti dopo la reunion, questo “Natural Magick” è sicuramente un’occasione per tornare bambini, e festeggiare, gioire, esultare. Un po’ come quando, a una rimpatriata, ritrovi, dopo anni, un amico che ha avuto un percorso di vita complicato, e in qualche modo però ce l’ha fatta. E tu, parlandoci, ti accorgi che è ancora lì, sempre lui, la stessa persona e lo stesso amico di sempre. Più maturo, con meno illusioni, con progetti nuovi, più realistici e meno ambiziosi, ma lui c’è. E ci si può ancora voler bene e scambiarsi un abbraccio fraterno.

Io, oggi, ho riabbracciato i Kula Shaker.

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