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meth. – SHAME

2024 - Prosthetic Records
post sludge core / noise rock

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Tracklist

1. Doubt

2. Compulsion

3. Blush

4. Give In

5. Cruelty

6. Shame

7. Blackmail


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Ma un nuovo elemento, qualcosa mai visto prima, sta cambiando l’aspetto familiare del disastro, come il lento insorgere di una malattia, e nessuno sa dire quando è cominciato.

William S. Burroughs – Junky

Chicago è una città che in seno porta un suono. Non univoco, è bensì formato da tante sfaccettature, tutte diverse, tutte tendenti al centro della sperimentazione e del disarmonico. Il proverbiale vento della città porta con sé anche il rumore e col rumore il fetore. Se quest’ultimo avesse forma quella sarebbe “SHAME”, secondo full length dei meth..

Di recente si ciancia spesso, e molte volte a ragion data, di come non siano troppi gli album pregni di significato, che narrino una (o più) storie con la stessa potenza di tanti predecessori, soprattutto nell’ambito della musica pesante. Due anni or sono i Chat Pile hanno ampiamente smentito queste dicerie piazzando un gran chiodo nella bara della marcescente società americana, prendendone a calci le parti molli dell’assenza sociale di umanità e benessere del cittadino, lavorando politicamente senza farlo, acchiappando il nemico per il bavero dell’interiorità. Così come i colleghi dell’Oklahoma, i meth. spingono sul dolore ma lo fanno a fasi inverse, partendo dall’interno e spostando poi l’attenzione verso un ambiente ostile.

Al centro della narrativa di “SHAME”, il cui titolo racchiude tutto il concept, c’è il cantante Seb Alvarez, e con lui tutto il dolore derivato da dipendenze, una sindrome bipolare non diagnosticata e il sempreverde senso di colpa inculcato a forza da un ambiente cattolico. Noi italiani sappiamo bene come ci si sente in queste situazioni, e non di meno possono dire gli americani. VERGOGNA, è quel che ti gridano in faccia, e l’annientamento che ne deriva può essere visibile come no. Alvarez, in ogni singolo brano del disco, riesce ad articolare il proprio vissuto nel modo più straziante possibile, facendo sì che le grida si impregnino di un malessere che si sente essere stato vissuto ben al di là dell’umana sopportazione.

Lo si capisce sin da subito, non appena parte l’opener Doubt: la voce demolita e i bordoni elettrici/percussivi si prendono l’impegno della discesa agli inferi, attaccano in differita, primi gli uni e poi l’altra imprimendo a fuoco: “Godless, sick/Lifeless, shaped/No sense of self”, e per cinque minuti non c’è un cambio di tonalità, non un passaggio, solo un incessante, cadenzato incedere doom, asfissiante e annichilente. Dalla parte opposta dello specchio c’è Give In, intricato labirinto al cui centro si trova la batteria di Andrew Smith, motore tutto tranne che immobile del brano (anzi, di tutto il disco), capace di sezionare ogni singolo aspetto del malanimo portando a compimento una vera e propria forma canzone, forte di un ritornello noise rock completamente votato alla psicosi in cui lo screaming di Alvarez e il growl del chitarrista Michael McDonald si fanno latori dei due lati del dolore, della pazzia, della disperazione, si fondono affondando il coltello nella viva carne del male. Infettata dal virus di uno scardinante black metal è Compulsion, un getto rovente di bile vomitata in forme poeticamente obnubilanti (“Tragic beauty/Fed for substance/Tragic beauty/Mangled heart”) e che rallenta i giri, riportandoli alti fino a far crepare il cervello in due. Cruely è un altro dardo oltre il limite ultimo del black, ma a sfondare questa volta sono le chitarre di Zack Ferrar e McDonald, crudeli come il titolo vuole, tessitrici di melodie aperte e sanguinanti, intricate portatrici di insanità.

È però la title track a fare più paura: questa volta la voce parte senza grattare, l’asticella a metà, la rabbia e il risentimento già altissimi, è un crescendo pazzo, alieno, mortificante, le parole una ferita inferta troppo a fondo per poter guarire, “I am the weight of my hands/I am the knots of my voice/I am shame/I am the guilt that feeds you”, e il crescendo che esplode in spettri sintetici che infestano tutto, la rabbia che si fa palpabile fino a non poterne più, fino a scoppiare. Basterebbe questa per fare un solo album di odio totale ma ciononostante e forse soprattutto per questo bellissimo.

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