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“Dookie” dei Green Day compie 30 anni: collante tra punk e pop, un disco generazionale

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Parlare di un disco come “Dookie”, che trent’anni fa come oggi raccoglie un consenso pressoché unanime dalla stampa di settore come dal pubblico, dovrebbe essere semplice. Ma non lo è. “Dookie”, che inizialmente avrebbe dovuto chiamarsi Liquid Dookie alludendo al rapporto intimo fra i Green Day e il WC a causa di un regime alimentare piuttosto discutibile durante i tour di quegli anni, è un disco (oggettivamente) molto importante, ma che ha sfidato – nemmeno di proposito – il purismo insito in una scena e un’estetica musicale e culturale, è un album che si colloca in una fase storica cruciale della storia del rock, sospeso, fra le due sponde dell’Atlantico, tra grunge, shoegaze, madchester e britpop. Ma anche punk revival, punk rock o pop punk, che dir si voglia: le etichette sono (anche) un fatto di sensibilità personale.

Dookie” è il terzo lavoro lungo dei Green Day, tre precoci ragazzi californiani che all’epoca avevano all’attivo un paio di EP e altrettanti full length: il primo (“39/Smooth”), colonna portante di una compilation diventata idealmente il primo disco ufficiale della band (“1,039/Smoothed Out Slappy Hours”), il secondo contenente un altro riferimento, seppur solo onomatopeico, alla cacca (“Kerplunk!”). Sì, è come avete pensato. Probabilmente. Proprio con questi lavori, i Green Day avevano già attirato l’attenzione delle major e, quasi come inevitabile legge del contrappasso per chiunque operasse entro i frastagliati confini del punk, anche le conseguenti accuse di tradimento e astio, nello specifico da parte del club dell’Alternative Music Foundation, altrimenti noto come 924 Gilman Street di Berkley, California, un luogo che aveva giocato un certo ruolo nella formazione di Billie Joe Armstrong e soci.

Dookie” viene pubblicato all’alba del 1994, ma è uno snodo cruciale della storia dei Green Day ancor prima della sua pubblicazione, perché l’accordo del 1993 con la Reprise Records aveva già previsto la pubblicazione di cinque dischi, chiudendo ufficialmente il rapporto con l’indipendente Lookout!. Billie Joe Armstrong, Mike Dirnt e Tré Cool, nel passaggio da indie a major, sono ancora fortemente concentrati su temi come droghe (leggere) e masturbazione, hanno ventidue anni, ma con “Dookie”diventano grandi in fretta, un po’ in tutti i sensi: conservando l’essenza del rock’n’roll, abbozzando qualche argomento più meramente politico che verrà sviscerato in maniera più approfondita negli anni successivi, curando melodie e produzione e allargando il potenziale bacino d’utenza di una produzione musicale dalla scia imperitura nel corso degli anni Novanta musicali (e non solo).

Photo: Catherine McGann

La formula è – se volete – semplice: a presa rapidissima, veloce, con quindici brani condensati in meno di quaranta minuti, diretta e piuttosto melodica. Ma anche punk, sin dai primi secondi: Burnout, che in due minuti abbondanti racconta l’apatia con un ritornello già piuttosto adesivo e qualche indovinata soluzione come la batteria di Tré Cool per far deflagrare per l’ultima volta il ritornello. Una deflagrazione che diventa materia meramente lirica in Having a Blast, ovvero la storia di una persona con fragilità psicologiche che pianifica l’uso di esplosivi per un suicidio-omicidio di massa rituale. I due brani di apertura, insieme alla successiva Chump, raccontano già di una band che riesce a preservare sé stessa anche incorporando soluzioni destinate ad arrivare a un pubblico anche non necessariamente avvezzo al punk più puro, un tema centrale anche nella storia successiva (e contemporanea) della band.

La fase successiva comprende alcuni degli episodi più fulgidi dell’intera discografia: prima Longview, imperniata intorno a notevoli linee di basso disegnate da un Mike Dirnt sotto effetto di LSD, con la masturbazione al centro del discorso, l’ennesimo (o quasi) refrain esplosivo e idee compositive pressoché irresistibili, quindi una Welcome to Paradise recuperata dall’esperienza di “Kerplunk!”, ma impreziosita da una produzione di qualità ben superiore. Pulling Teeth, stipata fra instant classici e futuri classici, è una storia di violenza domestica con la donna nel ruolo della carnefice: ritmi rallentati ed evidenti note umoristiche – un po’ dark – a testimoniare anche l’autenticità del songwriting in una parentesi che rischia purtroppo di passare sotto traccia sotto il peso dei due brani precedenti e (soprattutto) di Basket Case, l’incarnazione del successo commerciale in divenire. Il brano tratta dei disturbi d’ansia di Billie Joe Armstrong, provando a coglierne le sfumature con stratagemmi compositivi da band ben più matura rispetto alla sua età: basso e batteria subentrano timidamente soltanto all’arrivo del memorabile ritornello, come fosse un attacco di panico che cova e incombe, il resto è storia. Per almeno un decennio, Basket Case rimane il pezzo più popolare del trio californiano.

She ricorre a schemi decisamente simili a quelli di Basket Case, ma gli approdi non sono sovrapponibili. Un altro ritornello, il fulcro di un testo che ha a che fare con una vecchia storia d’amore del frontman, colorato da azzeccate note melodiche, potrebbe consegnare il brano alla gloria (eterna), ma non lo farà mai del tutto, pur essendo uno dei momenti più brillanti del disco. Sassafras Roots si avvicina maggiormente alla vecchia produzione della band, in particolare quella di “Kerplunk!”, mentre When I Come Around, ispirata dalla fidanzata del tempo – e ora moglie – di Billie Joe Armstrong, rallenta quanto basta per guadagnarsi visibilità e rotazioni su MTV: è il singolo finale di “Dookie”, l’ennesima scelta indovinata di un disco di per sé figlio di una lunga serie di intuizioni notevoli.

A questo punto della narrazione, “Dookie” ha sparato pressoché tutte le migliori cartucce, ma è una considerazione che forse si fa col senno di poi, perché nemmeno Coming Clean, che tratta dell’accettazione della bisessualità da parte di un Billie Joe teenager, riesce ad abbassare il livello, e lo stesso vale per una Emenius Sleepus leggermente più muscolare e cattiva. Le ritmiche serrate di In the End condensano in meno di due minuti tutti gli stilemi del disco, con un’altra parentesi strumentale finalizzata a un ritornello appiccicoso, mentre F.O.D., acronimo di Fuck Off and Die, con la sua iniziale traiettoria acustica prima di un violento e rapido finale, rappresenta certamente una soluzione nuova e inattesa. La ghost track All By Myself suggella il disco: l’apertura suggerisce atmosfere country e da bar di quartiere, le liriche di Tré Cool parlano (ancora) di masturbazione e mandano definitivamente in archivio “Dookie“.

Dookie” è stato un disco da classifica e ha venduto più di venti milioni (!) di copie, dati impensabili per una band in orbita punk e inaccettabili per una certa nicchia di fedelissimi delle (non-) regole punk. Anche oltre le questioni meramente artistiche, che comunque impongono di riconoscere al disco un valore importante per qualità intrinseche e per la sua capacità di rappresentare il collante ideale fra punk e pop, proprio questo aspetto ha reso “Dookie” fondamentale nella storia degli anni Novanta. Uno spartiacque, con la sua clamorosa influenza che ha trascinato alla ribalta anche diversi colleghi coevi, nonché il manifesto di una corrente di revival punk che non ha fatto breccia nel cuore di alcuni (forse molti) puristi, ma che è arrivata a un pubblico molto più vasto, diventando un disco generazionale e il ponte proprio per scoprire un universo musicale, estetico e culturale a cui i Green Day, almeno per un po’, hanno sicuramente appartenuto.

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