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Come i Verdena diventarono una band di culto: “Il Suicidio dei Samurai” compie 20 anni

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È il 2004 ed il download illegale di musica spopola. WinMx non ha ancora ceduto il passo ad Emule, il 56k è ancora la velocità di trasmissione dominante (e le bollette costano care, carissime!) e la musica si riproduce sul pc attraverso Winamp, ma la sua fruizione online, in confronto a oggi, è limitatissima: l’acquisto dei dischi è ancora la prima forma di approvigionamento musicale. Oltre alla TV, certo, ma MTV a casa prende malissimo e Top of The Pops certo non soddisfa la fame di novità. 

Adotto dunque una tecnica per esplorare nuovi orizzonti: scaricare il miglior singolo e il miglior album nelle classifiche FIMI, ogni settimana, scalando chiaramente quelli già a disposizione. A metà gennaio di quell’anno, al 2° posto della classifica schizza “Luna EP“, battuto solo dall’ingiocabile Shut Up dei Black Eyed Peas, ed è dunque è il turno dei Verdena: una band che fino ad allora conoscevo solo per fama e per qualche ascolto distratto. 

A download finito, l’impatto del primo ascolto è stato talmente significativo da ricordare tutt’ora in maniera lucida qualsiasi dettaglio: di sera, inginocchiato sul pavimento, con le cuffie, lanciavo la riproduzione e lasciavo che mia madre continuasse a usare il pc per altro. Ricordo quel suono, allora ostico e affascinante al tempo stesso, e l’impossibilità di comprendere cosa stesse urlando Alberto sul ritornello (un mistero durato molti anni, a dire il vero), se non quell’enorme “Nienteee” nel mezzo, e l’ipnotico loop finale del basso di Roberta. Ma come, un singolo può davvero finire così?

Di lì a poco il video cominciò a girare su MTV, spopolando (per gli standard dell’epoca) su Brand:New. In effetti Cosimo Alemà realizzò uno dei suoi migliori lavori, se non il migliore, una serie di immagini sconnesse e grottesche che scorrono mentre la band suona, filtrate attraverso colori molto accesi e spesso in contrasto tra loro. Un video in sintonia con la musica e i testi dei Verdena: qualcosa di inafferrabile e difficilmente spiegabile a voce, ma capace di scuotere e trasmettere forti emozioni.

(c) Paolo De Francesco

Quel che oggi sappiamo è che nel 2004 Alberto e Luca Ferrari più Roberta Sammarelli entrarono nella fase d’oro della loro carriera, durata almeno dieci anni, attraverso alcune decisioni cruciali: dopo essere stati prodotti sotto la supervisione di due signori artisti come Giorgio Canali e Manuel Agnelli nelle prime avventure, tra l’altro non senza dissensi e contrasti, decidono di adattare l’ex-pollaio dove provano a studio di registrazione, ribattezzandolo Henhouse Studio. Allargano la rosa a quattro elementi, sia in studio che per i successivi live, affidando a Fidel Fogaroli le tastiere e altri effetti. Il sound del “Suicidio dei Samurai” sarà un elemento di transizione: non ancora ruvido e lercio come accadrà da “Requiem” in poi, piuttosto una prova della possibilità di svilupparselo in casa. Sarebbe potuto andare malissimo, e invece sin da Logorrea il disco manifesta una sua personalità, un suo sound deciso e aggressivo, “rude” dirà poi Alberto.

Come si diceva poc’anzi, è difficile spiegare come faccia un disco fatto sostanzialmente di pensieri sconnessi a entrare sottopelle così in profondità.  Il sound è atmosferico, anche grazie al contributo discreto ma al contempo decisivo di Fidel Fogaroli nel sottofondo ( Luna ed Elefante, pur essendo pezzi fortemente chitarristici, senza tastiere perdono di personalità), con una compattezza che difficilmente si aggiungerà in futuro (per tutta la durata di Logorrea sembra di essere dentro una novella di Edgar Allan Poe), già da “Requiem” le variazioni dentro i pezzi si faranno predominanti per raggiungere l’entropia massima in “Wow”.

Ci sono alcune suggestioni che si ripetono, alcuni refrain nei testi di Alberto: quel “Niente” che ritorna ciclicamente ed in forma sempre centrale e violenta, come in Far Fisa o appunto, in 40 secondi di niente. A livello chitarristico attraversa un periodo di ottima ispirazione sugli arpeggi, originali e scomposti eppur capaci di tenere in piedi diversi pezzi (Luna, Phantastica, Glamodrama, Il suicidio del Samurai). Luca, l’elemento tecnicamente più autorevole della band, si prende uno spazio maggiore di quello dettato da un pur egregio lavoro da metronomo: qui invece comincia ad avere momenti di maggiore creatività, che verranno esaltati ulteriormente nei successivi due dischi. Certo è che Elefante è tutt’ora il suo pezzo più pregiato nell’intera discografia, tanto da essere ritenuto ‘faticoso’ da riproporre dal vivo, e darà il ‘la’ a diversi seguiti gustosi della carriera del trio (Was?, Lui Gareggia). 

Altro elemento ricorrente è il valore aggiunto nei finali, eterogenei e spesso intriganti. Abbiamo già parlato di Luna, ma meritano di essere ricordate anche la virata a sorpresa di Phantastica, la dilatazione atmosferica e sognante di Glamodrama, uno dei pezzi più amati di questo disco pur non avendo avuto esposizione da singolo, e soprattutto, manco a farlo apposta, l’ultimo pezzo: Il suicidio del Samurai fa 1’30” scarso di canzone e 3 minuti esatti di coda, una particolarità sulla quale gli stessi Verdena hanno giocato in qualche esibizione, facendosi smontare gli strumenti sottomano durante l’esecuzione a chiusura del concerto.

Senza girarci troppo attorno: con “Il suicidio dei Samurai” i Verdena diventarono la band che conosciamo oggi. Fa sorridere il pensiero che fino ad allora venivano recepiti come una potenziale meteora, mettendoli di fatto sullo stesso piano dei Gazosa(!). “Il Suicidio del Samurai” elevò i Verdena a band di culto e di riferimento, risultando la più importante rock band italiana degli ultimi 20 anni, pur rimanendo ‘isolati’ nella loro provincia ed entrando poco a contatto con la scena che si trasformava attorno a loro.

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