Impatto Sonoro
Menu

Recensioni

James Jonathan Clancy – Sprecato

2024 - Maple Death Records
loner folk / cosmic country / sperimentale

Ascolta

Acquista

Tracklist

1. Castle Night
2. I Want You
3. Precipice
4. Black & White
5. A Worship Deal
6. Milk of Dreams
7. Fortunate
8. Had It All
9. To Be Me
10. Out and Alive
11. Immense Immense Wild


Web

Sito Ufficiale
Facebook

A queste latitudini il nome di James Jonathan Clancy lo teniamo vicino al cuore per molte cose, a partire da Settlefish e His Clancyness senza ovviamente tralasciare l’enorme lavoro fatto dalla sua Maple Death Records, rea di far girare alcune tra le realtà migliori in circolazione in quell’ambito spesso in decadenza che è l’ormai leggendario underground (forse definizione desueta, forse no).

Un altro motivo per non scordarsi del suo nome è il lavoro in solitaria che il cantautore italo-canadese decide di portare a un altro livello con il suo secondo album autografo “Sprecato”. Ci sono tante cose che oggi come oggi vanno sprecate, le occasioni, il cibo, la vita, i materiali e chissà cos’altro. Qui di sprechi, però, non se ne sentono poi troppi, ed è un modo obliquo per dire che ci troviamo dinnanzi a un disco alieno in una scena, quella cantautorale, che ormai langue stazionando su stilemi intercambiabili e scontati. In un contesto come questo è necessario che qualcosa spezzi il cerchio, altrimenti il rischio è quello di morire di inedia (musicale, per carità).

Il sapore di sprecato è di quelli che si adagiano a lungo sulla lingua e che non si vuole mandar via assaggiando altro. È un rischio che ci si sente di correre. Forte di collaboratori di rilievo provenienti da quel mondo sotterraneo di cui sopra e che vanno da Stefano Pilia ad Andrea Belfi (che si riconfermano essere un tandem invincibile), Francesca Bono, Enrico Gabrielli, Dominique Vaccaro, Kyle Knapp e Andrea De Franco, Clancy ha il pregio assoluto di mantenere inalterata la capacità di smuovere i sentimenti e salda la propria identità, integrandoli alla perfezione all’interno del percorso. La sua voce, già altrove eloquente nell’esprimere sensazioni che fanno sentire scomodi all’ascolto (altro pregio assolutamente non comune, perché la musica e l’indifferenza non hanno senso di coesistere), qui fa un ulteriore salto, anzi, ne fa molti, passando da calda e sospesa a graffiante e pericolosa, come un Cave che recuperi la sua alienazione da epoche altre.

Figlio di quell’outsider music battezzata nei lontani Ottanta (ma di certo non nata lì) e che ha abbracciato tanti anomali songwriter Oltreoceano, il folk è la base, il trampolino per l’altrove. La moltitudine di suoni che si legano gli uni agli altri, tocchi cosmici che si combinano alla delicatezza delle chitarre, sassofoni morbidi che spirano come vento caldo e flauti superni, sintesi elettriche che serpeggiano appena sotto la superficie e un senso di abbandono che stringe il cuore in una morsa e che ci lascia a navigare nel rumore, integrato con naturalezza nelle melodie splendenti di luce fioca punteggiata da elettronica che fa da testa di ponte verso lo spazio aperto, posto ove l’ansia e il sentirsi ineluttabilmente persi fanno da padrone. Tutti elementi di cui, in contesti di questo tipo, ci eravamo quasi scordati e che Clancy riporta in vita facendo sì che “Sprecato” spicchi come una delle cose più belle sentite finora.

Vero che l’anno è appena iniziato, ma quando un disco fa storia a sé bisogna tenerlo molto bene a mente.

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Altre Recensioni