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The Pineapple Thief – It Leads to This

2024 - KScope
post-prog

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Tracklist

1. Put It Right
2. Rubicon
3. It Leads to This
4. The Frost
5. All That’s Left
6. Now It’s Yours
7. Every Trace of Us
8. To Forget


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Ero quel tipo ambizioso che voleva diventare un musicista di successo e che non si sarebbe fermato quasi davanti a nulla pur di riuscirci. Quindi quando mi guardo indietro, penso “beh, in realtà, sì, è stato brutto

Bruce Soord

The Pineapple Thief sono in circolazione da oltre 25 anni, ma è soltanto nel 2016 che acquisirono rilevanza anche al di fuori del ristretto pubblico post-prog della Kscope, affacciandosi nelle charts di mezza europa. Fu con “Your Wilderness”, il primo disco con Gavin Harrison alla batteria, una specie di re mida del prog. Cui stessa operazione riuscì con i Porcupine Tree che portò fuori dall’underground nel 2002 con “In Absentia”. E poi, come ignorare il suo ruolo fondamentale nel rivitalizzare i King Crimson negli anni ‘10.

A “Your Wilderness”,già bellissimo, seguì “Dissolution” (2018), forse ancora più bello, in cui Harrison cominciò ad affiancare il frontman Bruce Soord nella scrittura dei pezzi. E poi “Versions of the Truth” (2020) che, per me, rappresentava un mezzo passo indietro: Soord sembrava meno ispirato e alla ricerca quasi forzata di ritornelli accattivanti che potessero far entrare le sue canzoni nelle playlist di Spotify. Con Harrison che gli forniva una base ritmica troppo patinata e perfetta per emozionare davvero.

Molto migliore la sensazione che si ha all’ascolto di “It Leads to This”, dove i due (completano la formazione gli ottimi Jon Sykes al basso e Steve Kitch alle tastiere) sembrano avere trovato la quadratura del cerchio, tra leggerezza melodica e ricercatezza delle atmosfere. In 8 tracce scritte a quattro mani, tutte coerentemente intorno a 5 minuti, si succedono momenti più eterei (It’s Yours Now) ad altri vagamente più prog-metal (Rubicon), senza mai strafare in un senso o nell’altro.

Il tutto legato dal genio di un batterista che da anni ha pochi rivali nel panorama rock internazionale, per professionismo, per inventiva, per tocco. Gavin Harrison, in questo disco, si fa meno Jeff Porcaro e più Steve Gadd, per citare due maestri che egli sempre riconosce e celebra. Punta meno sullo stacco o la rullata definitivi che ti fanno sobbalzare dalla sedia. E si fa pittore, disegnando con le sue bacchette paesaggi sonori su cui si adattano i suoi compari. In particolare, la voce e la chitarra di Soord sembrano seguirlo come se lui fosse (e di fatto ormai lo è) il direttore musicale del progetto.

8 tracce che non disturbano nessuno, che si possono ascoltare a basso volume senza spaventare, anzi magari attraendo, l’amico che passa di là e che nulla gli frega del post-prog e di come si chiama il più grande batterista al mondo. Oppure, potete alzare il volume e godervi questi 8 affreschi, nei tanti dettagli che li compongono. Melodie più o meno orecchiabili, tastiere ariose, giri di basso cazzuti, chitarre versatili, voce che non urla mai. E della batteria ho già parlato abbastanza.

“It Leads to This” è il disco della maturità della coppia Harrison-Soord che, forse e glielo auguriamo, ha trovato la formula per allargare il proprio pubblico senza annoiare i proggers che li seguono da anni. 

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