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Hopelessly Devoted to Us Too : un viaggio attraverso le compilation punk rock più famose

(I Can’t Be Friends With You Because You Like Epitaph)

Era un sabato mattina e le finestre dei palazzi del mio cortile erano tutte spalancate. Quasi tutte, come a voler prendere parte all’inizio della stagione estiva in città. Le scuole erano già finite, ma non era ancora arrivato il gran caldo di luglio.  Mi ero ritrovato, come ogni fine anno scolastico, con il debito in disegno, da colmare a settembre tramite un corso di recupero fatto apposta per chi, come me, non sapeva nemmeno squadrare un foglio A4. Mi svegliai presto, mi ero dimenticato di abbassare le tapparelle, la sera prima, e in qualche modo sognai qualcosa che riguardava la luce, poco prima di aprire gli occhi. Andai in cucina e controllai quanto mi avanzava ancora dai soldi che mi avevano lasciato i miei genitori per le spese e le urgenze. Li avevano infilati in una busta da lettere sotto al vecchio portapane di legno che ci eravamo portati dietro dopo ogni trasloco. Ogni volta che aprivi il coperchio a saracinesca, cigolava. Forse non era nemmeno di legno, ma di plastica rivestita.

Sarebbero stati via ancora una settimana, e avevo abbastanza denaro per permettermi l’acquisto di Punk-O-Rama IV, appena uscito. L’avevo ordinato a maggio, al solito negozio di dischi, l’unico della città a cui potevi ordinare dei titoli in inglese. Avevo letto dell’uscita in Europa su una rivista che parlava di rock e punk in modo molto generico. Trattava la Epitaph e tutte le etichette punkrock americane con distacco e, a volte, malcelata ironia, come se tutto ciò che facessero uscire fosse o interessante o evitabile a prescindere.

Punk-O-Rama, per chi come me abitava in un centro fuori dal mondo cosiddetto “alternativo”, era un faro nel buio. Si trattava di una compilation a cadenza annuale che la Epitaph pubblicava per lanciare nuove bands e richiamare l’attenzione sui vecchi paladini del suo rooster. Costava poco, circa la metà di un disco intero d’importazione, e conteneva, grazie al suo booklet, ogni informazione necessaria per poter conoscere meglio i gruppi che vi erano presenti.  Da dove venivano, i dischi che avevano scritto, chi ci suonava. Praticamente ti portavi a casa, con poche Lire, una panoramica completa sui gruppi che seguivi e sui quali volevi rimanere aggiornato. I gruppi più importanti, perché in fondo erano i gruppi della tua adolescenza.

Avevamo organizzato una serata da me, quel sabato. Genitori via, ça va sans dire. La domenica non dovevamo nemmeno studiare per il lunedì successivo e in città non c’era nulla da fare: le condizioni ideali per rifocillarci a vicenda con le nostre condizioni. Avremmo tenuto la televisione accesa su un canale a caso, con lo stereo della cacina sempre carico. Avremmo bevuto e mangiato delle cose frugali, spiluccando dal tavolo sempre apparecchiato. Avremmo tenuto le finestre spalancate per andare sui balconi a fumare e per poi lamentarci delle zanzare.

“È arrivato ieri, lo devo ancora spacchettare!”
“Aspetto. Posso aspettare?” Feci gli occhi dolci.
“Non riesci a ripassare più tardi?”
“No…no davvero.”

Il ragazzo del negozio di dischi mi guardò disperato e si mise ad aprire con il cutter gli scatoloni dei dischi, ammassati davanti alla sezione Progressive Italiano del suo negozio. I clienti che ascoltavano Progressive Italiano sarebbero arrivati più tardi, dopo l’orario di lavoro, verso le sei di sera.

Ci mise un paio di minuti, per completare l’operazione, aggrappandosi allo scatolone. Afferrò il Compact Disc ancora ancora costretto nel cellophane e lo portò dietro al bancone, come se volesse prenderlo in ostaggio, togliendolo dalle mie grinfie. Era il primo Punk-O-Rama che compravo in originale. Le edizioni precedenti, le avevo copiate e registrate da altri amici. Il Volume terzo, per esempio, quello che iniziava con la canzone che sancì la seconda era NoFx, We Threw Gasoline on the Fire and Now We Have Stumps for Arms and No Eyebrows, mi venne prestato pochi mesi prima di quel fatidico giorno. C’erano gli H2O, gli Straight Faced, gli Union 13 con le loro sfuriate in spagnolo e gli Agnostic Front di Gotta Go a dedicare minuti all’hardcore, ma soprattutto c’era tantissimo rock’n’roll. Telepath Boy degli Zeke, gli All che avevano da poco pubblicato il capolavoro “Mass Nerder” e i New Bomb Turks facevano la parte dei mattatori, senza dubbio. Erano anni, infatti, in cui il punk-rock era più valorizzato, per ciò che riguardava le vendite su larga scala, rispetto all’hardcore.

“Punk-O-Rama IV” aveva in copertina la foto di un ragazzino, un bocha, dal volto tumefatto, immerso in un’ambientazione che sembrava quella di uno skatepark o di un concerto.  “Straight Outta the Pit”, chiosava il sottotitolo, verde fluorescente.

Non possedevo un lettore CD portatile, all’epoca, così pedalai fortissimo in bicicletta per ritornare nella mia tana buia ad ascoltare subito, senza pensarci due volte, le canzoni dei gruppi che mi interessavano. Perché si faceva così, si tralasciavano per un secondo momento i gruppi che non erano mai piaciuti, appuntandosi i nomi delle bands di cui, invece, si voleva conoscere di più. Tra amici, poi, ci si dividevano i futuri acquisti musicali sul tema in base alle canzoni della compilation che ci erano piaciute di più, in modo da poter raggiungere una gamma più ampia di gruppi conosciuti. Era una condivisione perenne, grazie alla quale nessuno si dimenticava degli altri e, soprattutto, dei gusti degli altri. Bisognava centellinare le paghette, quello sì, nessuno di noi lavorava ancora. Ma non si lesinava mai su curiosità e voglia di conoscere, parlare, spiegare.

Arrivai persino a comprare, considerandola un oggetto che sarebbe diventato ben presto di culto, una videotape compilation prodotta da Epitaph e Burning Heart, l’etichetta svedese, che conteneva diversi video di gruppi che mai e poi mai avrei pensato potessero aver girato un videoclip. C’erano gli SNFU con Fate in un’ambientazione post-atomica, i Pulley col signore tutto tatuato che trainava una locomotiva, i Raised Fist in versione torero, i Down By Law e persino gli olandesi Undeclinable. Si intitolava “Faster Epitaph, kill kill!”  citando Russ Meyer, e nemmeno a dirlo, i pomeriggi passati a guardare e riguardare ogni singolo videoclip divennero una routine, come routine divenne l’ascolto compulsivo di “Short Music for Short People”, un disco con centouno gruppi che suonano brani da trenta secondi ciascuno. Ci mettemmo ben poco a ricordarci a memoria ogni attacco di ogni canzone del disco, e ognuno ovviamente aveva la sua opinione sulla canzone più bella tra le centouno proposte. Il mio podio? Lagwagon, Consumed, Tilt.

Il volume quattro non iniziava col botto. “We’ve got to fight it, today!” era troppo inflazionato anche per me, come ritornello per aprire una compilation. Una copia sbiadita di Fight ‘til you die, con cui i Pennywise aprivano i concerti in Europa. E allora subito al chugga-chugga dei Pulley e al back in time dei Bad Religion di Generator. Sì, quel Punk-o-Rama era già diventato fondamentale.

Più fondamentale, forse, anche delle compilation Fat Wreck, che avevano lo stesso scopo di quelle uscite per l’etichetta di Gurewitz, far conoscere in pochi minuti più bands possibile. Le avevo sempre considerate più eleganti, più solide. Forse perché al loro interno, trattavano solo un genere, l’hardcore melodico, mentre la Epitaph pubblicava anche gruppi ska, new school hardcore e rockabilly.  La prima, uscita nel 1994, si intitolava “Fat Music for Fat People” e tutte le edizioni successive avrebbero contenuto al loro interno la parola “fat”. Lagwagon, No use for a Name, Propaghandi: non si andava tanto lontano, al di là del variegato mondo skate-punk. I Various Artists scelti da Fat Mike vivevano in un mondo sgargiante, fatto di scarpe all’ultima moda, magliette colorate con loghi e disegni in continuo cambiamento, calcavano i palchi per puro divertimento. Non avevano creste e borchie come i cugini marchiati Epitaph, non si fregiavano di nomi riottosi come Total Chaos o Rancid. Vivevano in modo complementare, però, la stessa zona geografica ma, soprattutto la stessa causa libertaria e indipendente. La prima canzone a comparire in tracklist su una di queste raccolte è, non a caso, Anti-Manifesto, forse il brano più conosciuto dei Propaghandi. È una canzone che incita ad andare oltre l’apparenza, a non soffermarsi sull’estetica del punkrock ma a condividerne, con ogni mezzo necessario, lotte e denunce. Va bene lo skate, va bene il pogo, ma leggete i nostri testi, per favore.

Del 1994 è anche la prima uscita dedicata alla Epitaph. Il Volume Uno di Punk-O-Rama contiene ben due brani degli Offspring, appartenenti ad “Ignition” e all’omonimo primo disco. Nel 2005 arriveranno gruppi che nessuno immaginava potessero comparire in una compilation così, come Motion City Soundtrack, Some Girls e Converge, per esempio.

Subito dopo il successo internazionale ottenuto da Offspring, Rancid e Nofx, poi, venne ideata la compilation di marca Hellcat, l’etichetta creata da Tim Armstrong per dar voce a gruppi più spiccatamente street punk, oi! e ska. “Give’em the Boot” vide la sua prima uscita nel 1997 e continuò ininterrottamente per una decina d’anni.  Sull’onda dell’entusiasmo che seguì l’uscita di “Life Won’t Wait”, il disco più “clashiano” e sperimentale dei Rancid, molti gruppi americani dediti al reggae e allo ska riuscirono a girare il mondo, grazie al lavoro di Hellcat e Armstrong.

Allo stesso modo, anche Dexter Holland si mise a produrre dischi. La Nitro Records nacque poco prima dell’ondata di successo del punk melodico e iniziò a produrre gruppi pesanti, grotteschi e violenti come Vandals, Jughead’s Revenge, Ensign e AFI. La compilation di riferimento si intitolò, nella sua prima uscita, “Go Ahead Punk, make my days”, e venne seguita da diverse altre uscite tra le quali, sicuramente, la più significativa, fu quella del 1998, intitolata “Deep Thoughts”. Ci sono gli Offspring di Tehran, gli AFI e i loro urlacci vecchia scuola, i Vandals di …and now we dance e gli immensi Guttermouth, che con Lipstick (dal disco “Musical Monkey”) idearono un modo tutto loro di intendere il punk rock: sfacciato, volgare e sopra gli schemi. 

Non è un caso, che i tre frontmen dei principali gruppi punk dell’epoca avessero intrapreso la via di produttori discografici. La maggior parte delle bands americane che hanno vissuto il loro massimo periodo di notorietà negli anni ’90 non viveva certo della propria musica; quindi, il pubblicare dischi e l’organizzare tour poteva rappresentare, a livello economico, un macigno insormontabile.

I puristi del genere, ovviamente, non videro di buon occhio queste realtà, che pur rimanendo indipendenti sulla carta, crescevano a dismisura la propria popolarità entrando di fatto nelle strategie del mercato discografico mainstream, per esempio abbandonando del tutto i concerti nei luoghi autogestiti ed occupati favorendo glie venti in festival e locali. Personalmente, ricordo di aver vissuto questa “transizione” in maniera molto personale, continuando ad informarmi sulle nuove uscite ma al contempo agendo ad un livello più, passatemi il termine, “domestico” riguardo alla militanza politica. Gli stessi Blink 182 e Green Day acquistarono importanza, su scala mondiale, proprio grazie alle etichette indipendenti nate in scantinati e skatepark, e in una visione globale non credo siano processi da mettere all’indice. “1,039/Smoothed Out Slappy Hours” uscì nel 1991 per Lookout!, che all’epoca rappresentava forse il livello più intimista della produzione punkrock californiana. Stiamo parlando di autoproduzioni e fanzines, per intenderci. Allo stesso modo, i primi dischi dei Blink 182 vennero pubblicati dalla stessa etichetta, la Kung-Fu, alla quale appartenevano Mxpx, Ataris e One Man Army.

Tutte le etichette punk dell’epoca si affidarono alle compilation (che poi diventarono tristemente sampler gratuiti da lanciare dal palco ai concerti) per raggiungere un bacino più ampio di fans. Basti pensare alla svedese Burning Heart, che grazie alla collaborazione con le maggiori label statunitensi riuscì a rendere grandi nomi come Hives, Liberator e Section 8.

“Punk-O-Rama IV” aveva girato una ventina di volte, quella notte, come sottofondo ai nostri discorsi. Eravamo usciti per comprare altro cibo e alta roba da bere, tagliando la città a piedi, nella notte. La tovaglia era ancora imbandita e sporca, e lo sarebbe stata ancora per un paio di giorni. Sapevamo tutti che, prima o poi, come succede agli studenti che si disperdono nelle piazze dei paesi dopo essere stati vomitati sull’asfalto dai pullman che arrivano dalle città, avremmo smesso di ritrovarci. Ognuno sarebbe andato per la sua strada, verso una propria casa, verso il proprio lavoro fatto di favori da parte di principali e manager che non hanno remore di sorta. Basta con le birre calde e frizzanti sino alla mattina nonostante l’afa estiva, basta con i lettori CD ad utilizzo familiare, basta con il condividere dischi comprati seguendo uno schema ben preciso di interessi, simpatie e finanze.

“Fai il bravo”, ci salutiamo così, adesso. “Vai piano”. Frasi senza senso, di circostanza, per sembrare uomini veri: frasi che hanno un retrogusto che invoglia a ricordare quei momenti. Finché si poteva, abbiamo continuato a non morire.  

I tre dischi essenziali

Life in the Fat Lane – Fat Wreck Chords, 1999

Ci sono i Sick of it All, al loro ritorno su etichetta indipendente. C’è la canzone più bella che gli Strung Out abbiano mai scritto, The Exhumation Of Virginia Madison. Ci sono i Tilt, i Lagwagon meno metal di sempre e troviamo persino i gruppi inglesi che vennero promossi da Fat Mike come punto d’appoggio per le scampagnate d’oltreoceano. Diciotto canzoni del punk rock melodico più totalizzante e coinvolgente che si possa ascoltare, non ce n’è una noiosa.

Punk-O-Rama Vol. 2 – Epitaph, 1996

Coffe Mug, Perfect People, Cashed in. L’intera discografia dell’etichetta di Hollywood potrebbe essere riassunta in queste tre canzoni, che aprono il secondo capitolo della saga. Compaiono anche i melodicissimi Millencolin con Bullion e i Voodoo Glow Skulls, che di lì a poco sarebbero diventati il gruppo ska-core più importante della West Coast.

Hopelessly Devoted To You Too Vol. 2 – Hopeless Records, 1998

Un’elegia al Midwest. Gruppi sconosciuti ai più, come Heckle, Falling Sickness e Digger, si affiancano ai colossi del punkrock come Nobodys, Queers e Dillinger Four. La Hopeless, pur essendo di Van Nuys (patria mondiale dello skatepunk), ha da sempre dato un enorme spazio al punk rock nato nella cosiddetta “periferia” della scena alternativa americana, lontana cioè dai fulcri vitali come California o New York. Il risultato fu la pubblicazione di dischi fondamentali per le generazioni future, come “Versus God” dei Dillinger Four e “Behind Bars” degli 88 Fingers Louie.

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