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Interviste

“L’amore non è bello”, 15 anni dopo: intervista a Dente

Foto: Bea De Giacomo

“L’amore (assai spesso!) non è bello”. E probabilmente su questo saranno in molti a concordare. Allo stesso modo, molti concorderanno sul fatto che quindici anni fa veniva pubblicato un disco bello, intimo e malinconico. Un disco che tutt’ora suona fresco e vivo nelle sue emozioni. In occasione di questo compleanno, ne viene rilasciata la Ristampa Deluxe, composta da due dischi: un vinile bianco con “L’amore non è bello” rimasterizzato nella sua interezza e un vinile nero con le demo di tutti i brani del disco e due tracce mai uscite prima (se siete tra coloro che all’epoca l’hanno perso, avete oggi occasione di redimervi e ascoltarlo: si acquista qui).

Abbiamo fatto qualche chiacchiera con Dente, che con la sua consueta gentilezza ci ha raccontato di questa ristampa e del tour che a breve prenderà il via.

Ciao, Giuseppe! Grazie innanzitutto per aver trovato il tempo per questa chiacchierata. So che in questi giorni sei molto impegnato con le prove del prossimo tour che partirà il 13 febbraio da Milano, con doppia data e doppio sold out. Come stai? Come stai vivendo i preparativi?

Eh sì, sono un po’ impegnato perché ho cominciato le prove del tour. Finalmente! Sta andando molto bene e sono sicuramente molto più impegnato di quanto lo sia stato negli ultimi mesi. Ho ripreso nuovamente i ritmi.

Domanda d’obbligo: perché riascoltare quindici anni dopo “L’amore non è bello”? Com’è nata l’idea di questa ristampa?

Beh, perché è un bel disco (ride)! L’anno scorso ho notato che sarebbero scattati quindici anni e siccome è stato ristampato una volta sola – credo – manchi da un po’ negli scaffali. Si dice così anche se forse gli scaffali non esistono più! Quindi mi sono detto, perché non fare una bella ristampa di questo disco visto che il materiale che ho di quel periodo, tra provini inediti e live, è tanto? Da qui l’idea di non fare una semplice ristampa e metterla sul mercato, ma farne una versione deluxe, come si usa dire, con un po’ di cose mai sentite.

Anticipi una domanda circa una delle tracce mai sentite. L’inedito Domenica d’Agosto verrà pubblicato proprio sotto forma di provino. Perché all’epoca fu scartato e oggi, invece, esce fuori di casa?

In effetti sono tre le canzoni rimaste fuori dal disco, o meglio, sono tre le canzoni scritte in quel periodo che non sono mai entrate in nessun disco. Altre due canzoni, Sogno e Beato me, all’inizio dovevano entrare in “l’Amore non è bello”, ma sono state poi pubblicate come singoli. Invece questi tre inediti sono rimasti provini che ho ancora adesso. Avrei voluto inserirli tutti e tre, insieme a un sacco di altre cose. Ma questo avrebbe originato un quadruplo album e i poteri forti (ride) non me lo hanno concesso! Mi hanno concesso, invece, un doppio disco, contenente tutti i provini del disco fatti in casa, tutte le canzoni del disco con la stessa scaletta e in aggiunta i miei provini, i miei demo e questo inedito, Domenica d’Agosto. Questo brano mi è sempre piaciuto molto; l’ho scritto sotto un albero, qualche… molti anni fa, in collina a Fidenza, ed è sempre rimasto un provino. La ristampa conterrà anche il provino di Sogno, che uscì qualche mese dopo per una compilation del Premio Tenco.

Cos’è cambiato dopo quindici anni? Cos’era quindici anni fa “L’amore non è bello” e cos’è oggi? Come lo senti suonare nel 2024 e le emozioni che ti suscita sono le stesse o sono mutate?

Allora, ci sono due livelli che ho notato riprendendo in mano questo disco, che ovviamente ho riascoltato anche per dovere, perché devo risuonarlo. Un primo livello è emotivo. Mi ha colpito molto il fatto che sono passati un po’ di anni e quelle canzoni che per me erano molto importanti, con un peso specifico importante e che mi emozionavano e toccavano molto perché fresche allora (poi, ovviamente, col tempo tutto si raffredda) oggi le riascolto come un semplice ascoltatore e mi colpiscono ed emozionano per delle cose che magari sto vivendo in questo momento. Non le riferisco più alle cose per le quali le ho scritte, ma alla vita che sto vivendo oggi.

Un po’ come se cambiassero abiti.

Esatto, un po’ come un ascoltatore qualunque che ascolta la canzone e si immedesima nelle mie stesse cose. Riesco a dimenticare il motivo per cui le avevo scritte in precedenza.

Degli sconosciuti ascoltano un brano e si immedesimano a tal punto che quella voce diventa la loro stessa voce. Dato che la stai vivendo sulla tua stessa pelle, che effetto ti fa sapere che estranei ascoltano la tua musica e fanno propri quelli che alla fine sono tuoi sentimenti privati?

Beh, mi ha sempre fatto strano il fatto che la gente si riconoscesse in quello che scrivevo. Probabilmente è la cosa che mi ha sempre colpito di più. Il fatto di riconoscermici anch’io adesso è forte, è una cosa molto forte. Molto potente. Ma la musica, la grande magia delle canzoni secondo me è proprio questa, no? Anch’io da ascoltatore comunque difficilmente mi interrogo sul motivo per il quale l’autore ha scritto quelle parole. Mi colpiscono e le riferisco sicuramente a me e, quindi, quando mi emozionano vuol dire che la canzone ha funzionato. Poi il motivo per cui l’ha scritta l’autore mi interessa fino a un certo punto. L’importante è che arrivi a me.

Esatto, la musica alla fine è della gente.

Eh sì! Alla fine se le pubblichi sì.

E l’altro aspetto di cui accennavi?

L’altro aspetto che ti dicevo, invece, è più tecnico. Riprendendo in mano il disco per suonarlo, mi sono accorto della semplicità con cui l’ho registrato, con cui forse si registravano i dischi in quegli anni. Risuonandolo con la band ho notato proprio la differenza tra suonare quelle canzoni e suonare quelle che ho scritto dopo. È come se ci fosse veramente un punto di rottura da quel disco o, forse, ancora di più da quello successivo, “Io tra di Noi”. Se metti quattro persone in una stanza a suonarle, quelle canzoni funzionano perfettamente. Lo stesso non vale per le produzioni più recenti, risultando più difficile perché più cariche di cose. La tecnologia ci ha abituato che possiamo fare tutto e quindi noi facciamo tutto. Quindi mi ha impressionato la loro semplicità: basso, batteria, chitarra e pianoforte stanno in piedi perfettamente. E questa cosa mi ha anche aperto un canale per il futuro.

Abbiamo parlato prima della gente. Probabilmente “L’amore non è bello”, tra tutti i tuoi dischi, è quello che più è arrivato alla gente. Secondo te perché? Che spiegazione ti sei dato?

Non lo so. Io effettivamente non ne ho idea (ride)!

Casualità?

Credo che sia un misto di tante cose. La casualità c’è anche sicuramente. C’è il momento giusto, il momento propizio in cui escono le cose. Le canzoni giuste, il mio atteggiamento verso la vita, la mia faccia. Tante cose messe insieme in quel momento che hanno fatto sì che questo disco fosse percepito diversamente, anche rispetto alle atre cose che uscivano in quel momento. Ha spiccato di più probabilmente perché è un disco molto genuino, molto sincero. Forse quella cosa lì non era scontata.

La gente che ascolta dall’altro lato apprezza sempre quando in un artista c’è verità.

Sì, certo. Fu appunto tutta una questione di incastri strani, che non possiamo regolare. Pensa alle varie cose che succedono, come l’ondata che ha travolto la musica italiana nel 2016, con l’indie che diventa mainstream. Tutta quella cosa non poteva essere calcolata. Sono uscite delle cose in momenti giusti durante i quali la gente ha cominciato ad andare ai concerti e ad ascoltare quella musica. Congiunzioni un po’ così che succedono.

Foto: Marcella Magalotti

Mi rendo conto che sembra un po’ chiederti quale figlio getteresti dalla torre, ma c’è un brano del disco a cui sei più legato rispetto ad altri? E se sì, perché?

No, non c’è mai un brano a cui sono particolarmente legato. Sono tutti figli miei alla fine.

Tutti i titoli dei tuoi dischi e moltissimi tuoi versi nascondono giochi di parole molto spesso tanto geniali quanto disarmanti. Quindi ti chiedo: Perché l’amore non è bello? Ti va di raccontarci questo gioco di parole? E soprattutto, tutt’oggi l’amore continua a non essere bello?

Sì! (ride) Nelle risposte che davo allora, quando in qualche intervista mi chiedevano perché hai chiamato un disco l’amore non è bello, dicevo che l’amore è bellissimo ma sa anche essere bruttissimo. È una cosa che in qualche modo credo ancora. Forse non lo chiamerei più amore quello brutto. Diciamo che i rapporti umani amorosi sanno essere tanto grandi quanto piccoli, tanto luminosi quanto bui. Hanno sempre una seconda faccia in qualche modo. Quindi in quel momento là, l’amore per me non era bello o, quantomeno, era stato talmente bello che poi quando è finito mi sono trovato in un mondo che non era più così piacevole. Probabilmente ho sbagliato a chiamarlo amore, però il gioco era proprio lì, nel dire l’amore non è bello. Alla fine è anche un disco un po’ di non amore. È un disco dove ci sono canzoni con tanto rancore dentro.

Uno dei brani del disco a cui sono sentimentalmente legata è sicuramente il primo singolo che allora fu estratto, Vieni a Vivere. Meraviglioso il videoclip girato tra i vicoli di Venezia, diretto da Marco Bellone. Che rapporto hai con i luoghi? Quanto il luogo influenza la tua scrittura?

Non troppo, devo dire. Mi piace andare in alcuni posti a scrivere, ma tendenzialmente quando scrivo posso essere ovunque e non ho un luogo preferito. Le idee mi vengono in mente ovunque, sia che io sia in metropolitana o che stia dormendo. Di notte a volte sogno le canzoni. In questo disco c’è una canzone che ho sognato interamente, Parlando di lei a te: mi sono svegliato e l’ho scritta. Quindi, in realtà non ho un luogo in cui preferisco scrivere.

Seguendoti sui tuoi canali social, emerge che sei un lettore appassionato (deliziosa la tua personalissima rubrica di fine anno con la classifica dei libri letti). Quanto la lettura influisce sul tuo processo creativo? E, inoltre, che cosa stai leggendo ultimamente?

Mi è successo solo una volta, in realtà parzialmente. Siccome mi piace molto leggere, faccio questa piccola rubrica dei libri che mi sono piaciuti di più nell’anno. Al momento sto leggendo “L’arte di collezionare mosche” di Fredrik Sjöberg (ce lo mostra), ed è molto bello. Ho scritto una canzone durante la pandemia, che si chiama Questa Libertà, dopo aver letto un libro, “Il libro del Mare”, sempre tra i titoli Iperborea. Un libro stupendo, in cui c’era questa persona vicino al mare e due gocce d’acqua che arrivavano dal mare sulla faccia. E questa goccia d’acqua è stata dappertutto nel pianeta, nel corso della storia, è stata in tutti i mari, è stata in cielo, è stata sotto forma di pioggia, è stata bevuta dagli animali. Da lì mi è venuta questa idea della condivisione che l’uomo ha del pianeta. Tutti gli abitanti di questo pianeta guardano la stessa luna, respirano la stessa aria e stanno sulla stessa terra. I confini sono delle invenzioni, delle convenzioni che ci siamo dati noi ma che in realtà non esistono. Specialmente in quel momento in cui eravamo tutti chiusi in casa e questo virus passava attraverso le frontiere senza nessun controllo, questa sensazione dell’acqua, della natura che, invece, se ne va in giro fregandosene di noi e dei nostri confini, delle nostre guerre, dei colori della nostra pelle, dei nostri sessi, di quello che ci piace fare a letto mi ha un po’ alla scrittura di questa canzone, contenuta in nessun disco e pubblicata come singolo. Può sembrare una canzone abbastanza atipica, dato che il 90% della mia produzione è amorosa, e invece (ride)… in realtà è una canzone d’amore per la vita.

A proposito di libri, sei stato tu stesso autore della raccolta “Favole per bambini molto stanchi”, pubblicata nel 2015. Hai qualche progetto simile nel cassetto? Ti rivedremo prossimamente autore di una nuova raccolta? Ci possiamo sperare?

Beh, ci spero anche io! Per adesso non ho nessun progetto, non ci ho pensato. Mi piacerebbe molto pubblicare un altro libro. Quella raccolta non fu un’idea uscita da un ragionamento, bensì una cosa di getto. Ad un certo punto sono uscite queste favole. Ho iniziato a scriverne tante, all’inizio per divertimento, fino a quando ho pensato che avrei potuto farci un libro. Quindi, se succedesse di nuovo una cosa simile, molto volentieri. La cosa più facile per non farmi dare le cose è mettermi a farle!

L’imposizione credo sia quanto di più deleterio per il processo creativo. Grazie davvero per la piacevole chiacchierata. Ci vedremo in concerto il 23 febbraio, in occasione della data campana del tour! Chissà, magari in futuro ci racconterai di nuovi lavori nel cassetto o di vecchi progetti che tornano vestiti di nuovi abiti.

Molto volentieri. Grazie a te. Ciao!

Foto: Irene Trancossi

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