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“Hex” dei Bark Psychosis, l’equivoco di un incomparabile notturno

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Il primo disco a ricevere la definizione di “Post-Rock” uscì 30 anni fa per mano dei Bark Psychosis. Aveva poco a che vedere col post-rock come lo intendiamo oggi, e ciò lo rende ancora più speciale.

Quella dei Bark Psychosis è una delle avventure musicali più bizzarre e irrazionali del rock anni ’90. Già a partire dalla parola “rock”, che per un disco come “Hex” forse non è il termine più appropriato, o comunque non quello che avremmo usato se uscisse oggi. Probabilmente non useremmo neanche il termine “post-rock”, che il critico musicale Simon Reynolds usò nel suo articolo dedicato nell’allora neonata rivista Mojo, e forse, sapendo come è andata, lo scarterebbe anch’egli. Non potremmo dire che allora sbagliò, ignorando l’esistenza dei Mogwai e dei loro fratelli che si appropriarono legittimamente di questa etichetta con un sound che poi andò per la maggiore, mentre i Bark Psychosis, come altri omologhi del tempo tipo i Disco Inferno, erano difficilmente catalogabili in un genere che non fosse “sperimentale” e di fatto produssero un’esperienza solipsistica con pochi padri e senza eredi.

I fatti dipendono dalle origini: provate a immaginare dei ragazzetti di quattordici anni che cominciano a suonare insieme partendo da Napalm Death, Sonic Youth e altri suoni poco digeribili, e crescono assimilando jazz e musica sperimentale d’ogni tipo. Il tutto avviene nella East London, con base a Stratford. Il fulcro è Graham Sutton, voce e chitarra, al quale si uniscono progressivamente John Ling (basso), Mark Simnett ( batteria) e Daniel Gish (tastiere).  Un gruppetto che ha un’altra importante particolarità: grazie a un aggancio di Simnett, ha la possibilità di provare e registrare nella cripta della chiesa di St. John, a Stratford, godendo quindi di un’acustica particolare che finisce per permeare e influenzare la loro musica, come verrà fuori già negli episodi precendenti a “Hex“, su tutti l’EP “Scum” del 1992.

Le registrazioni nella cripta, durate un anno, finiscono per definire uno dei dischi notturni più belli di sempre, in un periodo, la prima metà degli anni ’90, pieno di notturni ed episodi di malinconia straordinari ( Red House Painters, i Low che esordirono ufficialmente 4 giorni dopo con “I Could Live in Hope”, i Massimo Volume di Lungo i Bordi ).  Tra le altre cose, “Hex” sarà un disco di straordinaria coralità sonora, con altre 9 persone impiegate nelle registrazioni come musicisti e altrettanti come tecnici, tra i quali si registra le presenza di Lee Harris, batterista di quei Talk Talk che con “The Spirit of Eden” eLaughing Stock” risultano la cosa più vicina al lavoro dei Bark Psychosis; tra l’altro Harris continuerà a collaborare con Sutton anche in futuro.

Straordinaria coralità che diventa precoce maturità, considerando che all’epoca delle registrazioni, Sutton ha appena 21 anni. In “Hex si sente di tutto, tra fiati, archi, djembe e vibrafono, ma niente è tracotante e protagonista. Già dal pezzo di apertura The Loom, Sutton e soci descrivono la notte londinese attraverso un intensa architettura di tastiere e piatti atta a formare un’insolita combinazione sonora (il drumkit di Simnett, visibile nell’unica esibizione live di Big Shot disponibile su Youtube, è davvero qualcosa di raro).

L’apice di questa creativa malinconia lo si ritrova in Absent Friend, che comincia su chitarra e tastiera in tremolo, mentre la solita batteria di Simnett accompagna con sfrigolare di piatti sul cantato profondo e in punta di piedi di Sutton. A metà pezzo parte la coda, che segue una contro-coda, e una contro-contro-coda: sembra di cadere in un pozzo sonoro sempre più profondo. Big Shot è il notturno per eccellenza ( « 3 AM, we don’t know where we are going » )  con Simnett sempre protagonista e una serie di campionamenti quasi da trip-hop che si susseguono, come macchie che scorrono guardando dal finestrino di una macchina sulla Westway.

Fingerspit esalta un altro tratto emblematico del disco, i silenzi, o per meglio dire semi-silenzi esaltati dai riverberi dell’ambiente, sui quali entra violentemente la chitarra e la voce di Sutton. Il disco si chiude su pezzi sempre più lunghi, arrivando ai quasi 10 minuti quasi ambient di Pendulum Man, un soprannome affibbiato a Sutton per le sue pose durante le registrazioni. Le registrazioni di questo disco segnano la fine della band: Gish abbandona prima del termine ( Fingerspit non ha tastiere), Ling subito dopo.

Sutton e Simnett continuano a lavorare assieme agli altri strumentisti portando il disco dal vivo per qualche mese, chiudendo in bellezza col Britronica Festival in quel di Mosca, per poi separarsi a loro volta: Sutton è sempre più ossessionato dai campionamenti, e quando comincia a chiede a Simnett di trasformare anche la sua musica, il batterista gentilmente declina. Sutton resta solo e di fatto la band non è più la band (anche se nel 2004 uscirà un altro disco, “Codename:Dustsucker” ), si butterà effettivamente su generi più sintetici tipo drum-n-bass e si distinguerà principalmente come produttore, collaborando con Jarvis Cocker tra gli altri e contribuendo al successo dei These New Puritains che supporterà per il loro album più emblematico, “Hidden”.

E questa è dunque la storia, ricca di contraddizioni, di “Hex”, un sortilegio che colpì la band che gli diede vita, finita prima ancora di poter godere della fama postuma derivante dalla sua opera. 4 ragazzi che anagraficamente sarebbero dovuti risultare acerbi e invece avevano già esaurito il contributo che avrebbero dovuto dare alla musica insieme. Considerando cosa ci hanno lasciato, e la freschezza della quale tutt’ora gode questo disco sfuggente, non possiamo dirci delusi.

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