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Idles – TANGK

2024 - Partisan Records
noise rock

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Tracklist

1. IDEA 01
2. Gift Horse
3. POP POP POP
4. Roy
5. A Gospel
6. Dancer
7. Grace
8. Hall & Oates
9. Jungle
10. Gratitude
11. Monolith


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Stiamo parlando di uno dei dischi più attesi dell’anno, il quinto degli Idles. Il gruppo di Bristol ha avuto il merito negli ultimi anni di risollevare le sorti di un più che mai agonizzante rock’n’roll con due ingredienti semplici semplici: suoni duri e testi diretti, perfettamente calati nel tempo che viviamo. “TANGK” è il disco che arriva con più distanza dal precedente, due anni e un trimestre per l’esattezza, il che è tutto dire su quanto sia stata frenetica la loro produzione fino a “Crawler”. Uno stacco più che giustificato dalla possibilità di raccogliere dopo anni di merda i frutti del loro successo con una tournée mondiale, conquistando ovunque nuovi fan con show pirotecnici, Italia compresa.

Con “Crawler” era iniziato un processo di transizione verso suoni più complessi. L’elettronica brutale di Car Crash era il riuscitissimo esempio di come gli Idles potessero risultare ficcanti e potenti anche senza mettere al centro le chitarre; al contempo con The Beachland Ballroom si impossessavano del concetto di ballata e lo piegavano al loro stile. Lecito aspettarsi che “TANGK” andasse ulteriormente oltre, ma le premesse sono un po’ preoccupanti: da una parte Joe Talbot che dichiara di aver scritto principalmente canzoni sentimentali, dall’altra un sound che già nei singoli appare smussato e ammorbidito. Insomma, quei due capisaldi citati poc’anzi, sembrano venire meno, e insieme: è qualcosa di sostenibile?

Diciamo già che a seguito di molti ascolti, una risposta comunque non ce l’abbiamo, e non ce l’avremo neanche tra un mese. “TANGK”  è uno di quei dischi che ha bisogno di tanto tempo per essere digerito, forse solo tra dieci anni saremo in grado di dire se abbiamo tra le mani un capolavoro, a un disco riuscito a metà o a un’autentica cagata. Non è “Kid A”, per carità. Non è spiazzante fino a questo punto. Ma alterna tracce che rientrano nella parabola degli Idles con altre che sono vistosi outlier. Può aver influito la produzione eterogenea, addirittura a 3, con un mostro sacro del rock come Nigel Goldrich che si aggiunge a Kenny Beats, emergente dell’elettronica e dell’hip hop già mano santa in “Crawler” e al chitarrista e anima del suono della band Mark Bowen, ormai al terzo disco in questo ruolo, alla ricerca a suo dire di un sound che contempli i dogmi di Aphex Twin come dei Sunn O))). Su 11 pezzi 5 e mezzo vanno verso un minimalismo cantautorale, intorno al Sufjan Stevens di “Carrie and Lowell”, ma con macchie più vistose di noise ed elettronica. Gli altri sono più canonici e fanno ancora venire voglia di agitarsi e cantare a squarciagola. Però dimenticate cose tipo Rottweiler, ecco. Quel caos (dis)organizzato, che fa parte se vogliamo di una genuina spontaneità degli esordi, lascia spazio a qualcosa di più costruito. 

Proviamo a far l’elenco delle cose belle e delle cose meno belle. Gift Horse è sicuramente una delle performance più da Idles come abbiamo imparato ad amarli. E introduce uno dei primi refrain, “Fuck the King/ He ain’t no king / She’s the king“. A Talbot questo cambio al vertice proprio non è andato giù, chissà che non gli abbia allungato la vita al povero Carletto visto come sta messo. Sarà che la transizione di genere degli Idles ricorda un po’ quella degli Arctic Monkeys da “Humburg” in poi, sarà per quello che Roy mi sembra un bel pezzo preso in prestito dalla band di Sheffield, e sì che per immaginare Talbot che canta come Alex Turner ci vuole parecchia fantasia. A Gospel sembra una ripresa più romantica e addomesticata di Slow Savage (che chiudeva l’esordio “Brutalism”) con quel piano suonato in un enorme stanza vuota e gli archetti pizzicati. 

Dancer e Grace sono il nucleo pulsante di questo disco; da una parte la voglia di dimenarsi e l’anthem urlato –  con la complicità degli LCD Soundsystem –  Collide us as we work it out“, dall’altra un irresistibile beat che tanto ricorda quello di Neighborood #3 (Power Out) degli Arcade Fire accompagna la sintesi preferita di Talbot: No God, No king, I said love is the Thing“. 

Sul finale di disco tornano le sferragliate vere, con le inquietanti Jungle e Gratitude, quest’ultima perfetta per una chiusura di disco, e invece precede Monolith che assieme all’intro IDEA 01 è una delle cose che un po’ fa dire “boh?”, sarà per quelle tre note di sassofono piazzate alla fine, senza un perché.  

In sintesi, è chiaro ed era intuibile già dai singoli pubblicati che gli Idles volessero rinnovare il loro sound: a quarant’anni suonati e dopo 4 dischi di ottima fattura ma dominati dalla stessa atmosfera, è anche salutare cercare un sound nuovo, anche se non ti garantisce più i 6-7 wall of death a concerto. Lo stesso Talbot risulta credibile quando spiega che la mutazione nei testi è inevitabile, a fronte di un cambiamento della personalità, e non significa smettere di trasmettere i valori socialisti che finora li avevano contraddistinti, piuttosto passare messaggi più laterali (vedere POP POP POP ed il concetto espresso di “freudenfreude”, felicità per la felicità altrui).

Il dubbio che sovviene, piuttosto, è se “TANGK” sia un esperimento passeggero o rappresenti in maniera stabile una nuova anima. Tornare ai loro concerti (5 marzo a Milano, poi a fine giugno Padova e Collegno) può essere un punto di partenza per darci una risposta.

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