Impatto Sonoro
Menu

Recensioni

Talk Show – Effigy

2024 - Missing Piece Records
industrial rock / techno / post punk

Ascolta

Acquista

Tracklist

1. Gold
2. Oh! You're! All! Mine!
3. Red/White
4. Closer
5. Oil at the Bottom of a Drum
6. Got Sold
7. Panic
8. Small Blue World
9. Catalonia


Web

Sito Ufficiale
Facebook

Più andiamo avanti più ci rendiamo conto, o forse è più corretto dire che mi rendo conto, che a fare la differenza in campo artistico non sono più enormi palazzi a dieci piani, abitati da decine di inquilini molesti – ognuno a modo proprio – con le sembianze di veri movimenti bensì quel che si trova negli interstizi di quegli eco-mostri musicali che poggiavano le proprie pesanti fondamenta sui cimiteri sacri dell’antichità, diventati a loro volta acropoli abitate per lo più da spettri.

Chi riesce a trovare l’oro in quel mondo interstiziale, scavando e non fermandosi al primo angolo buio ha la meglio. Se non è comunque cosa nuova, quella di pescare altrove innestando, al contrario del prima, nell’hic et nunc non si cerca più di creare il grande movimento, ma di spiccare nel marasma, cosa a suo modo tanto difficile quanto essere alfieri di questo o quel movimento di rottura del passato. E se in quel passato le band alla prova sulla lunga distanza o sfornavano il capolavoro assoluto votato all’eternità o suonavano grezzi come materiale lavorato rozzamente, oggi il più delle volte si inizia già a un livello altissimo, raramente si dà vita a un lavoro eterno, ma a tanti piccoli diamanti che tentiamo di portarci dietro nel disastro.

Lunga intro, ne convengo, ma quando si pesca dal mazzo la carta buona, vale la pena approfondire il contesto, anche per rimettere a tacere quella vocina (sia interiore che esteriore) che dice malevola “non esce più nulla di buono”. Quella carta sono i Talk Show. Giovani, giovanissimi inglesi provenienti da South London, sembrano cercatori d’oro tra quelle rovine di un passato che è di fatto recente ma pare ormai remoto oltre ogni possibile parvenza di recupero. Ma il loro non è un lavoro di semplice ripescaggio, il quartetto londinese ha introiettato nel proprio sistema operativo trent’anni e più di cultura alternativa inglese mai limitandosi al solo compitino da, evidenti, primi della classe. Nel loro debutto sulla lunga distanza c’è tantissimo sudore (due anni di palchi non vanno sprecati) e altrettanto sangue, un sangue che ribolle con prepotenza nelle nove tracce che compongono “Effigy”.

Non scelgono nemmeno a caso il percussionista/produttore (dei Gorillaz) Remi Kabaka Jr., perché quel che esce dal mix è forza ritmica che soverchia. C’è tutto un fiume alternative che scorre svelto stretto tra chitarre e bassi nevrotici, taglienti, passano in rassegna il drumming metallico di Chloe MacGregor, dritto, asciutto, una feroce macchina da rave in tempi medi, come se The KLF e Spiral Tribe avessero preso un acido tutti assieme sul finire dei Novanta decidendo di massacrarsi di industrial per tutta la notte, con l’oscurità che sa di minimal techno quanto di garage UK, schiavizzate da una venatura post-punk d’intenzione, come un carboncino che serve a rendere le ombre ancor più nere e arcigne, possenti, pressanti, con quei tocchi dub che sanguinano direttamente dalle vene del Pop Group di “Y” ma più incazzati, incombenti come un incubo di periferia che diventa realtà e pulsa assieme al resto della città di un’energia che si credeva sopita.

E in mezzo a tutto questo c’è la voce di piombo di Harrison Swann, capace di inviluppi sensuali e sferzate violente senza rendere necessario l’uso delle grida, punk fino nelle vene e oltre la mente, si contorce, si raggomitola e poi fa mulinare le corde vocali come pugni ben assestati allo sterno ma, cosa più importante di tutte, riconoscibile in questo pandemonio di cantanti tutti terribilmente intercambiabili, ed è questo il turbo del motore dei Talk Show, la chiave che gira nella toppa chiudendo questa stanza dalle pareti imbottite.

Effigy” è un disco agitato, capace di turbare ed eccitare, un album per pogo danzante, un rituale amaro e vitale, un gioiello che pare arrivato da quel passato di cui tanto si parla ma che dipinge presente e futuro a propulsione chimica. Ignorarlo e dimenticarlo in fretta sarebbe un gravissimo errore.

Noi trasformiamo la ruggine. Ne sovvertiamo il significato. Uno svelamento. Un nuovo senso per qualcosa che ormai ne è privo. Una rivelazione. Una rivoluzione. La sola possibile. Limitata nel tempo e nello spazio.

Roberto Grossi, “Cassadritta”

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Altre Recensioni