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Si può piangere ascoltando una canzone? “I Could Live in Hope” dei Low compie 30 anni

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Una lacrima che scende lungo una guancia.
Lenta.
Scivola.
Raggiunge le labbra.
Il sapore che penetra la bocca.
Si può piangere ascoltando una canzone?

Domanda retorica.
Certo che sì.
Si può piangere ogni singola volta che si ascolta la stessa identica canzone?
La risposta è sì anche in questo caso.
Certo. Succede. Per fortuna. E ogni volta è un misto di stupore e gioia e tristezza e magone e felicità. Emozioni che quasi ti soffocano.

E nonostante tu quella canzone, quell’intero disco, lo abbia amato e lo ami tuttora, quasi sei tentato di premere stop perché non ce la fai tante sono le sensazioni che ti arrivano tutte assieme. Poi però resisti e lo ascolti ancora una volta, per l’ennesima volta, dall’inizio alla fine.

“I Could Live In Hope” è questo. Certamente lo è per me. Certamente lo è per molti. Tanti sono i dischi che hanno segnato la storia della musica e il primo disco dei Low, datato 1994, è tra questi. Canzoni semplici, apparentemente semplicissime, minimali, nude, essenziali, velate di una poetica struggente e ricche di una sensibilità delicata, ma allo stesso tempo penetrante. Tristezza, malinconia, spiritualità. Canzoni da ascoltare ad occhi chiusi, abbracciati alla persona amata, in silenzio, dentro una stanza bagnata dalla fredda luce di una Luna estiva.

Due occhi adolescenti che guardano fuori, là, oltre le fronde radenti di un albero, immaginando il futuro. Immagini che le 11 tracce di questo piccolo capolavoro proiettano nella tua mente. Immagini che puoi sentire, vedere. Melodie che si fanno largo tra i raggi di un sole mattutino, figlie di immensità come Neil Young, Nick Drake, Tim Buckley, Joy Division e Mazzy Star.

In quella metà anni ùnovanta dominata da grunge e brit-pop, il dolce slowcore neo psichedelico di quel primo disco firmato da Mimi Parker, Alan Sparhawk e John Nichols, riusciva a trovare il proprio spazio senza spintonare nessuno, facendosi notare per le atmosfere rarefatte, minime, accarezzate da testi intensi e profondi, da leggere e rileggere ancora e ancora.

L’inizio è indimenticabile. Words, 5 minuti e 28 secondi che catturano subito. All’istante. È già poesia. Fear, Cut, poi Slide, meravigliosa nel suo incedere cadenzato dall’arpeggio della chitarra. Il tremolio di Lazy scivola tra riverberi onirici di desolate stanze vuote avvolte in atmosfere Lynchane. Lullaby è poesia sonora capace di fermare il tempo. E ancora Sea, Down, Drag, dove le voci di Mimi e Alan si rincorrono, si alternano, si cercano, si trovano. Rope, il momento più psichedelico dell’intero album è ipnosi, vertigine, un vero lento cadere senza soluzione di continuità.

E quando anche l’ultimo sospiro di magia che questo album ci ha saputo regalare volge  inesorabilmente al termine, la sensazione è quella di aver toccato, magari anche solo sfiorato, quelle che sono le profondità più nascoste della nostra anima.

Esagero? Beh, sì, forse, può essere. Magari è davvero così. E allora per esserne sicuro riparto da capo…Words, di nuovo quei 5 minuti e 28 secondi che ti catturano all’istante. Di nuovo poesia.

Sospiri.

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