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I “Perfect Days” di Wim Wenders, assolutamente normali e straordinari

Nel mio cuore di cinefilo incallito (che ormai sono più le volte che il cinema lo sogna anziché andarci) da sempre alberga la diade Jim Jarmusch-Wim Wenders. La loro sensibilità visionaria e l’uso che fanno della musica hanno fatto sì che mi legassi indelebilmente alle loro filmografie. Ma quelle di entrambi, negli ultimi anni, hanno leggermente vacillato nel mio personalissimo Olimpo demograficamente povero e altamente demenziale (vi convivono i fratelli Zucker e Vanzina gomito a gomito con Abel Ferrara). Per quanto riguarda Wenders ho lasciato gli occhi sul fenomenale “Il sale della Terra”, ma si giocava facile dato il tandem adamantino Wim-Salgado, due fotografi insensati stretti dietro la macchina da presa.

Perfect Days”, però, segna il ritorno del regista tedesco a quel passato di cui innamorai, senza il cattivo gusto della ripetizione pedissequa dei propri passati sul sentiero della Settima Arte, ma andando a ripescare i topoi che resero gigantesco “Il cielo sopra Berlino”. Tolta l’armatura “fantastica” di quella pellicola, e senza paragoni fallaci, il nuovo film di Wenders ne mantiene l’aura sacrale, che qui aderisce alla normalità. La vita e le sue ripetizioni, un eterno ritorno immerso nella realtà, neo-neorealismo futuribile. L’immenso Koji Yakusho veste i panni dell’assolutamente normale Hirayama e Hirayama siamo tutti noi. È questo che ho pensato seguendo le sue giornate perfette, fatte di piccoli gesti ripetitivi, punteggiati dalla vita che si mette di mezzo, rendendogli difficile assaporare tutte quelle piccole abitudini che si è costruito nella sua seconda esistenza, ché di certo prima dell’inizio del film ne ha avuta una sopra le righe, così dolorosa da averlo portato ad assaggiare il dolce calice del grigio scintillante: alzarsi, annaffiare il bonsai, lavarsi i denti a secco, mettersi la divisa da inservienti di bagni pubblici, uscire.

Sì, perché in un mondo di eroi tutti sopra le righe, pompati all’estremo, capaci di espettorare frasacce indegne, il vero eroe è colui che pulisce i cessi di Tokyo. Farlo bene, con cura certosina, verrebbe da dire Zen, per usare un’ovvietà, e sarebbe perfetto. La curatela della propria esistenza come zenit della stessa e che ogni qualvolta viene interrotta gli fa comparire una percettibile smorfia sul viso sorridente, ma da cui non si sottrae mai. Hirayama non si lascia vivere, anche se così parrebbe, lui sa come affrontare l’esistenza, che sia la sua nipotina fuggita di casa o il collega giovane, spiantato e inutilmente innamorato o proprio la ragazza a cui questo amore è indirizzato, una ragazza che pranza nel parco del tempio e lo guarda di sottecchi, il “matto” che ama gli alberi, Hirayama li assimila spesso involontariamente nella propria esistenza ma non passivamente.

E poi arriva la musica. Poca, mirata, inserita in un film sostanzialmente muto, con i suoni della vita e della città che si sveglia, vive e mai si assopisce come colonna sonora principale. Ogni mattina Hirayama sceglie una musicassetta da infilare nel mangianastri mentre si reca a lavoro, e lì si apre un mondo, quello dei Velvet Underground e di Lou Reed, (giustamente), Patti Smith, dei Rolling Stones, Van Morrison, la sacerdotessa Nina Simone (inserita in un modo tanto straziante che vi porterà via un pezzo d’anima senza mai volervelo rendere indietro) e Sachiko Kanenobu. Ogni scelta è ponderata a seconda della giornata. Ogni canzone il suo senso logico. Il solo altro suono è quello dell’ambient che accompagna i momenti onirici del protagonista, ascrivibili a un cinema sperimentale ormai perduto. Il mondo passato, quello “altro” in cui vive Hirayama, si palesa senza quella fastidiosa sensazione di retromania che permea tutta la nostra società. Un altro enorme punto di forza.

In un mondo di film steroidati, supereroistici che si fingono socialmente accettabili e politicamente corretti, Wenders crea e dipinge la vita per quello che è: normale. L’ho ripetuto molte volte, e altre cento volte lo farei se la recensione non fosse finita così. “Sono abitudinario, non mi giudicate, siete come me.

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