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Interviste

L’effigie crepuscolare di una discoteca ai margini della metropoli: intervista ai Talk Show

(c) Ashley Rommelrath

Effigy” è il disco di debutto degli inglesi Talk Show (qui la nostra recensione) ed è uno di quegli album che ti investono completamente, senza mezze misure, in pieno volto e senza possibilità di appello. I ragazzi di South London sono in grado di sintetizzare alchemicamente elementi di passato e presente di quell’Inghilterra rumorosa e danzante che è stata propulsore delle nuove tendenze sotterranee negli ’80 e nei ’90 per renderli futuribili, creando di fatto un sound sostanzialmente nuovo. Più che un disco un vero e proprio film.

Ne abbiamo parlato direttamente con Harrison Swann, voce e chitarra della band inglese.

Ciao Harrison, ben venuto su ImpattoSonoro. Cominciamo da principio, dal vostro nome: Talk Show. È un nome particolare, o meglio, riporta svariate cose alla mente almeno per noi italiani (ma penso che anche altrove), essendo i nostri talk show teatro di situazioni al limite dell’assurdo e tutto tranne che edificanti. Come lo avete scelto?

Onestamente vorrei tanto avere una risposta interessante da darti a riguardo della scelta del nome ma non ce l’ho. Ricordo solamente che c’è voluto un secolo per pensare a uno nome e alla fine siamo arrivati a scegliere questo.

Qual è stato il percorso dei Talk Show, o meglio, cosa vi ha portati fino a “Effigy”?

Dopo il lockdown sapevamo di dover cambiare le cose, i vecchi metodi semplicemente non funzionavano più e seguirli non era particolarmente stimolante. Ho notato che avevo smesso di ascoltare la solita musica e stavo buttandomi su diversi tipi di arte e film. Questo è ciò che ha davvero dato vita alle prime idee per “Effigy”.

Per parlare del disco partirei proprio dalla voce. Più lo ascolto più ho la sensazione che tu sia sempre sul punto di esplodere, ma che questo non accada mai, come se ci fosse un senso di rabbia latente pronta a uscire allo scoperto ma che sul cammino incontri anche tantissima sensualità. È qualcosa in cui ti rivedi? A cosa ti ispiri sia, diciamo, stilisticamente che liricamente?

Volevo seriamente esplorare dove sarei potuto andare con la mia voce e quanto lontano poter spingere me stesso. È qualcosa con cui Remi [Kabaka Jr., ndr] ha avuto un reale impatto. Mi ha davvero insegnato che è molto più efficace sussurrare e controllarsi piuttosto che urlare e perdersi. Nel mezzo di un uragano gridare non ha senso. È più interessante per un ascoltatore se lo attiri con un intento diverso e questo ha davvero sostenuto vocalmente l’intero album.

La parola “effigy” mi riporta alla mente immagini artistiche del passato, anche sacrali, in netto contrasto alla vostra musica. Come avete scelto il titolo del disco?

Mi piace il fatto che le effigi possano essere tanto adorate quanto odiate, mi è piaciuta questa contrapposizione. Non volevo che questo album fosse una grande celebrazione oppure una feroce dannazione. Inoltre, con i dettagli che abbiamo inserito nella musica, nell’artwork e nei video, abbiamo costruito una specie di effigie di una discoteca.

Sono rimasto affascinato dalla foto sulla vostra copertina, questa casupola con quelli che non so se definire ripetitori o altro, l’immondizia accumulata, come se la “pulizia” tecnologica si scontrasse con lo sporco, il modo sbagliato di usarla, magari. Come e perché l’avete scelta?

Durante i primi giorni di lavoro sull’artwork e sull’aspetto creativo dell’album assieme ad Ash [Ashley Rommelrath, ndr] abbiamo parlato a lungo dell’ambientazione e dell’atmosfera che doveva trasmettere. Volevo qualcosa che sembrasse potersi adattare proprio al centro di una città, totalmente inosservato o proprio ai margini industriali di una città. Quando abbiamo visitato la location di persona ho capito subito che avevamo la copertina giusta.

Dal punto di vista del sound ho sentito (tra gli altri) come un riflesso della rave culture degli anni ’90, nata e cresciuta proprio nel Regno Unito. Avete un qualche legame con quel mondo, e intendo non solo musicalmente ma anche socialmente? Qui in Italia di recente è stata varata una legge anti-rave che mi ha riportato alla mente il Criminal Justice and Public Order del ’94 varato da John Major.

Ho avuto di sicuro la mia giusta dose di feste e di giri per club. Essendo di Manchester è qualcosa che da sempre viaggia in parallelo con la scena chitarristica, perciò molto difficile da evitare. Ho notato che scrivendo questo album ho davvero iniziato a tornare indietro e ad ascoltare la musica elettronica che io e i miei compagni ascoltavamo al college.

Uno dei punti di forza di “Effigy” sono le influenze che si sentono in ogni brano, che però non predominano mai sul vostro sound, che trovo incredibilmente originale e contemporaneo, senza veri rimandi al passato. Quali sono però i vostri legami con le vostre influenze e come le inserite all’interno della composizione?

Abbiamo lavorato particolarmente duro per portare un certo numero di influenze nella nostra musica, specialmente per quanto riguarda alcuni dettagli dei brani. Abbiamo cercato di assicurarci che ciò che stavamo facendo non fosse fiacco, o uno scadente rimaneggiamento di idee già usate.

Premetto di essere fissato con produttori e produzione dei dischi. Al banco mix avete Remi Kabaka Jr, già membro e produttore dei Gorillaz. Perché lo avete scelto e com’è stato lavorare con lui?

Avere Remi a bordo è stata un’esperienza grandiosa. La sua innegabile esperienza ha davvero fatto emergere le parti del nostro modo di suonare che probabilmente sarebbero passate inosservate. Ci ha fatto concentrare sui dettagli di ciò che stavamo scrivendo e a pensare al motivo per cui stavamo facendo riferimento alle cose a cui facevamo riferimento. È anche uno degli uomini più divertenti che abbia mai incontrato.

Ascoltando “Effigy” ho avuto l’impressione di avere a che fare con una sorta di concept, non lirico, bensì musicale, come fosse un “film”, Gold è l’inizio della serata mentre Catalonia (mio brano preferito del disco) è l’apice, poco prima dell’alba, un momento pericoloso, ancora madido di sudore, l’arrivo in un locale o a un rave, in cui si entra con la “guardia alta”. È così che lo avete inteso, come un “viaggio” da fare in una sola direzione o, per meglio dire, un crescendo?

A essere sincero sono felice che tu lo abbia capito perché era del tutto intenzionale! Penso che facendo riferimento a film come “Fallen Angels” e “Enter the Void”, e concentrandoci sull’atmosfera, stavamo naturalmente lavorando su qualcosa che avesse un aspetto cinematografico. Volevo che ci fosse una sottile linea tra il guardare un personaggio in determinati momenti o l’essere lì tu stesso: è la mia voce, la voce nella tua testa o quella di qualcuno che stava accanto a te in una pista da ballo piena di gente? Alcune tracce sono scritte e mixate per farti sentire come se stessi camminando per questo club/locale e puoi sentire la Stanza 2 in lontananza, o se accidentalmente passi attraverso la porta sbagliata e improvvisamente ti ritrovi fuori, in una gelida zona fumatori.

Avete condiviso il palco con molte band che da alcuni anni hanno formato il nucleo centrale di una sorta di “scena” che ha avuto come epicentro proprio il Regno Unito, Fontaines D.C., Squid e Shame. Vi sentite parte di questo “movimento” oppure quest’idea di raggruppamento è qualcosa che appartiene al passato? Ci sono band ancora poco conosciute a cui siete legati e che secondo te bisogna cercare e approfondire?

Questo è un punto interessante. Non credo che noi si possa adattarsi veramente a una “scena”, tuttavia riconosco appieno la vicinanza geografica che ci accomuna tutti. Abbiamo avuto la fortuna di incontrare alcune grandi band e di stringere amicizia con loro. Se sei alla ricerca di una nuova band ascolta i Maruja. Abbiamo suonato con loro alcune volte lo scorso anno e sono pazzeschi!

Il vostro tour di supporto a “Effigy” sta per partire, siete pronti? Spero che prima o poi passiate anche dalle nostre parti.

Onestamente non vediamo l’ora. Ne abbiamo parlato e stiamo già pensando di tornare là fuori molto presto.

(c) Ashley Rommelrath

Hi Harrison, welcome to ImpattoSonoro. Let’s start from the beginning, from the band name: Talk Show. It is a particular name, or rather, it brings to mind various things at least for us Italians (but I think elsewhere too), as our talk shows are the theater of situations bordering on the absurd and anything but edifying. How did you choose it?

Honestly, I wish I had a really interesting answer for why we chose it, but we don’t. I just remember it took us ages to think of a name and that’s what we landed on

What was the path of Talk Show, or rather, what brought you to “Effigy”?

After the lockdowns we knew we had to change it up, the old ways just weren’t working anymore, and it wasn’t particularly inspiring. I noticed I’d stopped listening to the same music and was consuming different types of art and film. That’s what really sparked the early ideas for “Effigy“.

To talk about the album I would start from the vocals. The more I listen to it, the more I have the feeling that you are always on the verge of exploding, but that this never happens, as if there was a latent sense of anger ready to come out but that you also encounter a lot of sensuality along the way. Is this something you see yourself in? What inspires you both, let’s say, stylistically and lyrically?

I wanted to really explore where I could take my vocals and how far I could push myself. That’s something that Remi had a real impact with. He really taught me that it’s way more effective to be whispering and controlled rather than just screaming and losing it. In the middle of a hurricane, there’s no point shouting. It’s more interesting for a listener if you pull them in with a different intent. That really underpinned the whole album vocally

The word “effigy” brings to mind artistic images of the past, even sacred ones, in stark contrast to your music. How did you choose the title of the album?

I like the fact effigies can be worshipped or hated, I liked the juxtaposition of it. I didn’t want this album to be a massive celebration or a scathing damnation. Also with the detail we put into the music, the artwork and the videos we built somewhat of an effigy of a nightclub.

I was also fascinated by the photo on your cover, this little house with what I don’t know whether to call repeaters or something else, the accumulated rubbish, as if technological “cleanliness” collided with dirt, the wrong way of using it, perhaps. How and why did you choose it?

When I was working with Ash in the early days on the artwork and creative look of the album, we talked a lot about setting and atmosphere. I wanted something that felt like it could fit in right in the center of a city, totally unnoticed or right on the industrial edge of a town. When we visited the location in person I knew instantly we had the right cover.

From a sound point of view I felt (among others) like a reflection of the rave culture of the 90s, born and raised right in the UK. Do you have any connection with that world, and I mean not only musically but also socially? Here in Italy an anti-rave law was recently passed which brought to mind the Criminal Justice and Public Order of ’94 passed by John Major.

I mean I’ve definitely done my fair share of partying and going to clubs. Being from Manchester it’s always ran pretty in parallel alongside the guitar scene, so it’s hard to avoid. I noticed writing this album I really started to go back and listen to electronic music that me and my mates were listening to in college.

One of the strengths of “Effigy” are the influences that can be heard in each song, which however never predominate on your sound, which I find incredibly original and contemporary, without real references to the past. But what are your links with your influences and how do you insert them into the composition?

We worked pretty hard and tried to get a real range of influences into the music, especially within some of the details of the tracks. We tried to make sure that what we were doing wasn’t tired, or a shoddy re-hash of spent ideas.  

Let me start by saying that I am obsessed with producers and record production. At the mix desk you have Remi Kabaka Jr, former member and producer of Gorillaz. Why did you choose him and what was it like working with him?

Having Remi on board was a great experience, his undeniable expertise really brought out the parts in our playing which we probably would’ve left unnoticed. He really got us to focus in on the detail of what it was we were writing, and think about why we were referencing the things we were referencing. He’s also one of the funniest men I’ve ever met.

Listening to “Effigy” I had the impression of dealing with a sort of concept, not lyrical, but musical, a sort of “movie”, Gold is the beginning of the evening while Catalonia (my favorite song on the album) it’s the peak, just before dawn, a dangerous moment, still drenched in sweat, arriving at a club or a rave, where you enter with your “guard high”. Is this how you understood it, as a “journey” to be taken in only one direction or, better to say, a crescendo?

To be honest, I am glad you get that because it was intentional! I think by referencing the films we did such as “Fallen Angels” and “Enter the Void”, and focusing on atmosphere, we were naturally working towards something that had a cinematic feel to it. I wanted it to be a blurred line between you watching a character in these moments or being there yourself. Is my voice, the voice in your head or the someone stood next to you packed on the dance floor? Certain tracks are written and mixed to feel like you’re walking through this club/venue, and you can hear Room 2 in the distance, or you accidentally walk through the wrong door and you’re suddenly outside in the freezing cold smoking area.

You have shared the stage with many bands who for some years have formed the central nucleus of a sort of “scene” which had the UK as its epicenter, Fontaines D.C., Squid and Shame. Do you feel part of this “movement” or is this idea of putting something together that belongs to the past? Are there any bands that are still little known that you are linked to and that in your opinion we need to look into and learn more about?

It’s an interesting point, I don’t believe we really fit closely with a ‘scene’ however I totally recognize he geographical closeness we all have in common. We’ve been lucky enough to rub shoulders with some great bands and call them good friends. 

If you’re looking for a new band to check out, listen to Maruja. We played with them a handful of times last year and they’re wicked!

Your tour to support “Effigy” is about to start, are you ready? I hope that sooner or later you will also come to Italy.

Honestly we cannot wait. It’s gonna be a pretty intimate affair and we looking forward to getting back out there for sure.

(c) Ashley Rommelrath

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