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CCCP – Fedeli alla Linea – Altro che nuovo nuovo

2024 - Virgin / Universal
punk filosovietico

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Tracklist

1. Live in Pankow
2. Punk Islam
3. Sexy Soviet
4. Militanz
5. Onde
6. Stati di agitazione
7. Trafitto
8. Kebab Träume
9. Manifesto
10. Valium Tavor Serenase
11. Tu menti
12. Mi ami?
13. Morire
14. CCCP
15. Noia
16. Sono come tu mi vuoi
17. Emilia paranoica
18. Oi Oi Oi


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Suonano per se stessi, per il loro gregge, per la moda-punk, che non è Sessantotto, non è PCI, che non è politica, che non è filosovietismo. Il cantante grida Kabul e la valle del Bekaar, ma se fosse Montecchio e la valle dell’Enza sarebbe lo stesso.

Così un ignoto recensore liquidava, in una colonnina sulla stampa locale, un concerto tenutosi il 6 giugno 1983 nel “palestrone” Galileo di via Candelù a Reggio Emilia. Lo scrivente si sofferma sull’immagine di una coppia di anziani, unici spettatori “autentici”, a suo dire, tra la colorata folla di punkettoni crestati che, sorridendo e bevendo birra, stazionano davanti al palco ove un oscuro quartetto dal nome programmatico, CCCP, promette una serata di “punk filosovietico melodico emiliano”. I due vecchietti se ne vanno mentre il cantante (descritto come “un nonsoché di draculiano con tendenze alla Battiato”) si esibisce insieme ai suoi sodali, veicolando “poche note, elementari e ripetitive, inframmezzate da messaggi che tutto hanno fuorché il sapore della rivolta”. Quell’esecrata performance, che lo striminzito articolo riduceva con poca lungimiranza ad un fenomeno “no future”, venne provvidenzialmente immortalata su un nastro AMPEX. Quarant’anni dopo, quella bobina è stata esposta presso i Chiostri di San Pietro, sempre a Reggio, in qualità di prezioso cimelio, a testimonianza di quello che fu per la formazione il primo istante di un percorso ben diverso da quello prefigurato dal sopracitato redattore.

Il nastro è parte della mostra “Felicitazioni – CCCP Fedeli alla Linea 1984-2024”, che ripercorre la parabola artistica di Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni & soci e che, inaugurata lo scorso ottobre, è stata prorogata fino al 10 marzo. E da quella stessa bobina, smarrita e ritrovata, rovinata e quasi inascoltabile, ma poi digitalizzata e rimasterizzata, è stato tratto un album, “Altro che nuovo nuovo”, contenente 18 brani, tra i quali tre inediti.

La release del live non è, in realtà, che uno dei tanti momenti celebrativi che Ferretti, Zamboni, l’”artista del popolo” Danilo Fatur e la “benemerita soubrette” Annarella Giudici stanno offrendo al loro affezionato pubblico. Dopo il “Gran Galà Punkettone” (due date tutto esaurito a novembre scorso) a Reggio Emilia, l’uscita del film “Kissing Gorbaciov” dedicato al gemellaggio musicale Melpignano-URSS che ebbe luogo nel 1988, il riconoscimento alla carriera ricevuto lo scorso dicembre al Premio Ciampi di Livorno, le tre date previste a Berlino all’Astra Kulturhaus (“CCCP in DDDR”) per fine febbraio – già sold out – e l’annunciato tour estivo in Italia, il disco è dunque l’ennesimo, inaspettato “dono” che i musicisti emiliani elargiscono ai loro fans.

Le tracce di “Altro che nuovo nuovo” sono, in gran parte, quelle che vedranno la luce nella discografia ufficiale del gruppo tra il 1984 e il 1986. Sono presenti due pezzi di “Ortodossia” (esclusa ovviamente Spara Jurij, ispirata ad un fatto che ebbe luogo nel settembre 1983, cioè l’abbattimento da parte sovietica di un volo di linea coreano sul mar del Giappone), tutti i brani del secondo EP “Compagni, cittadini, fratelli, partigiani”, più alcune canzoni che saranno pubblicate solo nel 1986 in “1964-1985 Affinità-divergenze fra il compagno Togliatti e noi – Del conseguimento della maggiore età”. Ad arricchire la sequenza, tre inediti: Oi Oi Oi, Onde (in realtà già inserita nella mostra reggiana a corredo di un’installazione di Roberto Pugliese) e Sexy Soviet. Riguardo a quest’ultima, bisogna dire che si tratta di una composizione più volte rimaneggiata nel tempo, che compare poi con il titolo B.B.B. nell’album “Canzoni preghiere danze…” del 1989. La formazione durante il concerto, oltre a Ferretti&Zamboni, comprendeva Umberto Negri al basso e Agostino “Zeo” Giudici, fratello di Annarella, alla batteria: figura, quella del batterista, destinata a scomparire, sostituita ben presto dalla batteria elettronica.

Quella del 6 giugno 1983 fu dunque la prima performance ufficiale del gruppo e rappresenta un punto di partenza, ma anche di arrivo: essa è infatti il risultato dell’incontro tra Massimo e Giovanni a Berlino nel 1981, del loro successivo percorso musicale con i MitropaNK, del loro contestuale abbandono degli studi (Zamboni frequentava Medicina, Ferretti stava per laurearsi al DAMS con una tesi che ipotizzava la nascita di un gruppo punk nell’Emilia degli anni Ottanta, ma preferì la pratica alla teoria) e della nascita del quartetto con la suddetta line up, con tutto ciò che sarebbe avvenuto di lì a poco. E c’è in nuce, in questo concerto, tutto quello che sarebbe divenuto l’universo dei CCCP, tra punk filosovietico e melodia emiliana, le chitarre grattugiate e la voce del cantante tra il salmodiante e il sovversivo: ci sono Pankow e Kabul, il liscio e l’Islam, l’Emilia paranoica e i (sexy) soviet, gli stati di agitazione e il valiumtavorserenase. L’atmosfera è a tratti monotona e un po’ claustrofobica, Ferretti e Zamboni sono ancora al di sotto delle loro potenzialità espressive, ma la portata rivoluzionaria della loro musica è già palpabile. Ci sono anche, come è naturale che avvenga, alcune imperfezioni tecniche, che nulla tolgono alla carica dirompente di alcuni brani e dalla natura spiazzante di altri.

Fa uno strano effetto ascoltare questa registrazione oggi, ad oltre quarant’anni da quando è stata effettuata e a 34 anni dallo scioglimento del gruppo (avvenuto il 3 ottobre 1990, data della riunificazione tedesca), dopo aver ascoltato innumerevoli volte tutti i loro album e aver (a fatica) interiorizzato il concetto che quella stagione fosse inevitabilmente conclusa, come conclusa era l’epopea della stessa URSS. Ma anche dopo aver assistito alla nascita e alla dissoluzione dei C.S.I., ai PGR, alle carriere soliste di Lindo e di Zamboni, alle loro posizioni per lungo tempo inconciliabili e alle ri/in-voluzioni del pensiero ferrettiano –  fedele, quest’ultimo, alla propria linea, e a nessun’altra.

Quarant’anni sono tanti, e i percorsi si intrecciano, le persone crescono, si evolvono, invecchiano, alcuni muri crollano mentre altri se ne erigono, gli schieramenti mutano, ed arriviamo ad oggi, febbraio 2024, con un disco dei CCCP tra le mani, che è tutt’altro che nuovo nuovo. Ma esso assume un importante valore di prequel di quella che sarebbe stata la loro storia e, al di là del sapore un po’ acerbo di alcuni episodi e del giudizio dell’impietoso recensore di cui si diceva all’inizio, non si può non definire efficace, anzi, esplosivo: “un rombo, un boato” (Onde). Come efficace, emblematica, lapidaria è la conclusione dell’album, con l’ultima strofa di Oi Oi Oi che recita così: “Siamo arrivati troppo tardi/o forse troppo presto/comunque il nostro tempo/non assomiglia al vostro”. 

Il 1983 non assomiglia, decisamente, al 2024, ma l’esperienza musicale ed estetica dei CCCP conserva intatto il suo fascino e la sua deflagrante novità.

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