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Darkest Hour – Perpetual | Terminal

2024 - MNRK Heavy
deathcore

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Tracklist

1. Perpetual Terminal
2. Societal Bile
3. A Prayer To The Holy Death
4. The Nihilist Undone
5. One With the Void
6. Amor Fati
7. Love Is Fear
8. New Utopian Dream
9. Mausoleum
10. My Only Regret
11. Goddess Of War, Give Me Something To Die For


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Sono passati più di vent’anni dal loro capolavoro “Hidden Hands of a Sadist Nation”. La panacea di tutti i mali, il trait d’union tra il metal e l’hardcore. Tra i capelli lunghi e le borchie. All’insegna dei trucker hat e dei giubbotti di jeans, all’insegna delle sigarette scroccate. Eppure, i Darkest Hour ci sono sempre, sono sempre tangibili. Sappiamo come andrà a finire, con loro: sappiamo che sono ormai pochi i punti di riferimento rimasti. Per questo continuiamo ad ascoltarli.

“Perpetual Terminal” è il loro decimo disco full-length ed esce per il colosso MNRK Heavy, testimoniando l’ossessione da parte della band di Washington di cambiare etichetta ogni volta che pubblica un disco nuovo. Sino a qui, nulla è cambiato: ho ancora lo split “Where Heroes Go to Diecon gli ungheresi Dawncore che uscì per la tedesca Join the Team Player, ogni volta fanno così. Ne è passato di tempo, ma cosa aspettarsi lo sapevamo tutti. Dalle grafiche di Cris Crude agli At the Gates, dal metal ai circle pit nei posti occupati di mezzo mondo: la mia non è una relazione oggettiva sui Darkest Hour, ne sono cosciente, ma loro sono sempre stati così. Tutto stomaco, tutto cuore, tutto sudore.

E questo “Perpetual Terminal” non fa eccezione. Attitudine punk ma death metal scandinavo a manetta, più che il solito tupa-tupa statunitense. Che si contorce su sé stesso senza perdere, però, il perpetuo (è il caso di dirlo) tiro magico. Societal Bile, il secondo singolo di lancio del disco, è una furia stridula di ritmi e canoni già affrontati dai cinque di Washington, ma è incredibile come riesco ugualmente a suonare fresca, divertente ed innovativa. The Nihilist Undone finisce con un singalong che arriva dopo un assolo puramente speed metal, e la successiva One with the Void ha un non so che di country che riduce tutto ad un fascino gretto e decadente che non conosce eguali, nonostante le parole pulite e “sciacquate” rispetto a ciò che i Darkest Hour ci hanno abituati nel tempo. Le canzoni sono lunghe, si si escludono gli episodi di Amor fati, un intermezzo strumentale, e la sua naturale continuazione Love Is Fear. A Prayer to the Holy Death ci riporta ai fasti dark di “Undoing ruin” e Mausoleum torna spesso in mente dopo l’ascolto per il suo inizio soft e la sua fine apocalittica come non mai.

Secondo un’analisi più tecnica, forse l’unico tratto poco old school del disco è la commistione e l’utilizzo, in stesse canzoni, di un ventaglio troppo ampio di stili e sonorità. Alcuni brani sfociano in un power metal lasciato lì a maturare come un disincantato esercizio di stile ed altri, secondo me, vanno troppo veloci per riuscire a trovare un asse lineare di ascolto. 

Ma lo ripeto, queste sono sottigliezze. Quella che avete letto non è una recensione oggettiva sul nuovo disco dei Darkest Hour.

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