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Grandaddy – Blu Wav

2024 - Dangerbirds Records
alt-rock / indie

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Tracklist

1. Blu Wav
2. Cabin in My Mind
3. Long as I'm Not the One
4. You're Going to Be Fine and I'm Going to Hell
5. Watercooler
6. Let's Put this Pinto on the Moon
7. On a Train or Bus
8. Jukebox App
9. Yeehaw Ai in the Year 2025
10. Ducky, Boris and Dart
11. East Yosemite
12. Nothin' to Lose
13. Blu Wav Buh Bye


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Sentirsi perennemente in partenza, lasciandosi affetti sgualciti alle spalle. Guardare scorrere un panorama desolato, lungo il finestrino di un’auto. La neve fa capolino dagli angoli della strada, quel tanto che basta per gelare le mani e fare a pezzi la pelle. Nessun’altro in cui rifugiarsi per scaldarle accanto a noi, nessuno a guardarci partire oltre il vetro posteriore.

Difficile spiegarsi perché ogni disco dei Grandaddy, compresa l’ultima fatica “Blu Wav“, suggerisca queste immagini così gelide. È un ossimoro importante, se consideriamo che la band di Jason Lytle nasce, cresce e suona a Modesto. Ad un certo punto è inutile chiedersi dove siano finite le spiagge assolate e la spensieratezza se la band, da sempre, racconta la fredda decadenza di una California senza filtri e edulcorazioni, fatte di anime intrappolate in un inverno che non conosce disgelo.

Blu Wav” rinnova ancora una volta quella che, più che essere una missione, sembra un’urgenza eterna per i Grandaddy: raccontare un’intimità sgualcita, fatta di amori intirizziti dal freddo, di amicizie inesorabilmente appassite, di anime affini che si separano per imboccare direzioni diverse, rassegnate a sentirsi incapaci, in qualche modo, di comunicare.

Il disco risponde perfettamente ad ognuna di queste urgenze, traducendole in 13 tracce dal suono spoglio e dismesso. È la voce di Jason Lytle a caricarsi sulle spalle il lavoro, completandosi melodicamente grazie a chitarre acustiche semplici e dirette e, alle volte, grazie a pianoforti oscuri come in East Yosemite, brano impreziosito da una lap steel dal sound quasi Beatlesiano, molto presente nel disco.

Sin dai primi cinque brani in apertura si percepisce che il songwriting riesce molto bene, forte di quello schema melodico che la band trae da modelli come Elliott Smith e Neil Young e che funziona egregiamente, soprattutto grazie ad un lungo collaudo durato sei dischi. Una menzione particolare, nella prima metà del disco, la merita You’re Going To Be Fine, I’m Going To Hell, forse il pezzo più rappresentativo dell’album.

Sembrano però quasi assenti i massicci sintetizzatori a cui i Grandaddy sembravano essersi affezionati, sin da The Sophtware Slump e Under The Western Freeway. L’elettronica sembra essere solo un lontano ricordo giovanile e aver lasciato definitivamente il posto ad un sound più pacato e acustico.

Non mancano, tuttavia, eccezioni che è giusto menzionare, evidenti in brani come Let’s Put This Pinto On The Moon dove ritroviamo un gradevole arpeggiatore che decade nella sua melodia, appoggiato ad un acido fruscìo elettronico. L’intreccio si protrae, accompagnato dai cori di Lytle, fino a lasciare il posto, come in una staffetta, a On The Train or Bus, un romantico valzer in terzine dove, a seguire la chitarra acustica e quella solista, ci sono un organo riverberato e un whistle davvero inaspettati. Il risultato è una perla che odora di anni ‘50, forse l’unico spiraglio di calore nell’inverno dei Grandaddy, assieme alla successiva Jukebox Arp.

È proprio nella seconda metà del disco che troviamo i brani più “fuori dal coro” di “Blu Wav“. Il pianoforte si prende i suoi spazi, concessi fino ad ora con parsimonia. Yeehaw Ai In The Year 2025, ad esempio, è un’interessante suite di passaggio, dove ad un pianoforte tetro e oscuro si accoda un “esercizio” di elettronica appena accennato che ci ricorda chi sono i Grandaddy e cosa sono in grado di fare. Ce lo ribadiscono, ancora una volta, gli archi che sorreggono la chitarra acustica di Ducky, Boris and Dart, un brano dal testo decisamente macabro. Le parole si adagiano su un arrangiamento musicale che, come una altalena, passa dalla spensieratezza accennata delle strofe alla rassegnazione dei ritornelli, per poi ritornare alla leggerezza nei bridge e nei finali scivolando su una chitarra dal sapore quasi esotico.

Giunti fin qui, per i Grandaddy non resta molto altro da dire e neanche da perdere. Nothin’ to Lose mette tutto in gioco nel finale. Ogni elemento del disco converge in una sintesi che mette insieme il songwriting chitarra e voce e i sintetizzatori in un’orchestrazione perfetta, non esente da sorprese.

Se fino ad ora il drumming faceva capolino timidamente, è nel finale di “Blu Wav” che la band di Modesto porta la batteria in primo piano, ricordandoci, per un attimo, il suo passato discografico. Non ci sono, tuttavia, illusioni o finali a lieto fine. Rievocare per un attimo il passato non significa che ci è possibile tornare indietro e concludere il disco con un lieto fine spensierato ed energico. Allo stesso modo, uno spiraglio di luce non preannuncia necessariamente il disgelo. “Blu Wav” resta un disco freddo per ascoltatori che amano restarci nel freddo, dall’inizio alla fine. Con Blu Wav Buh Bye salutiamo i Grandaddy, sprofondando nella malinconia strumentale di un pianoforte pallido che suggerisce un arrivederci che sa di addio.

Non c’è il calore di una salvezza alla fine della tracklist. Non c’è il tepore di una soluzione che non comprenda il martirio affettivo, il sacrificio, la partenza. A guardarci andar via, oltre il vetro posteriore, resta solo la perdita di quanto abbiamo di più caro, la fuga per non ferire chi ci sta più a cuore, il gelo dell’anima.

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