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Yard Act – Where’s My Utopia?

2024 - Republic
post punk / alt rock

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Tracklist

1. An Illusion
2. We Make Hits
3. Down by the Stream
4. The Undertow
5 .Dream Job
6. Fizzy Fish
7. Petroleum
8. When the Laughter Stops (feat. Katy J Pearson)
9. Grifter’s Grief
10. Blackpool Illuminations
11. A Vineyard for the North


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Puoi impegnarti nell’idea che siamo solo animali che mangiano, scopano e poi muoiono, e va bene. Ma per me, la creatività sembra sempre essere il modo migliore per articolare il campo minato assoluto di ciò che è l’esistenza umana.

James Smith, cantante degli Yard Act

Sarò sincera: il mio legame affettivo con gli Yard Act è molto, molto ingombrante ma i singoli fatti uscire dalla band britannica negli ultimi mesi mi hanno fatto domandare più volte alla me di un anno fa quale fosse il loro scopo, la direzione che stessero cercando di prendere, tant’è che semi sconsolata a volte ho addirittura pensato ad alta voce cose del tipo “vabè, ci siamo giocati pure loro”.

Gli Yard Act riapprodano sulla terra da 3 anni esplosivi, con un EP del 2021 e un album di debutto a inizio 2022 che li ha catapultati – forse troppo frettolosamente- nel vasto calderone “post-punk”, accanto a band come Idles, Fontaines D.C., Shame, calcando importanti palchi, ricevendo nomination e riconoscimenti internazionali, dedicandosi anima e corpo alla dimensione live che ha permesso a chi non li ha ancora visti dal vivo di mettere play all’infinito di fronte ai video delle loro esibizioni, ora al Primavera Sound, ora allo show di Jimmy Fallon. 

Il loro disco di debutto “The Overload” lo presi a scatola chiusa direttamente alla Rough Trade East di Londra, e a colpirmi sin dal principio furono esattamente due cose: il loro essere diretti in modo autenticamente semplice e il trench indossato dal cantante James Smith. Quel cappotto richiama alla mia mente, per ovvi motivi, la musica dei Joy Division, soltanto a vederlo indossato da un tipo come Smith. Assurdo come proprio l’altro giorno io mi sia imbattuta in una vecchia intervista di Simon Reynolds a Steven Morris, in cui il batterista dei Joy Division malediceva l’impermeabile di Ian Curtis, diventato in poco tempo simbolo di entità malinconiche e cupe, tant’è che tutti i cloni nati dopo la morte di Ian hanno cercato di imitarne le gesta, il modo di vestire, la personalità, la musica, provocando le ire di Morris nei confronti di un innocuo impermeabile. Altrettanto assurde sono le risposte dello stesso James Smith ad alcune domande poste da una rivista musicale un paio d’anni fa: “La tua prima stravaganza? – Il mio nuovo impermeabile.” “La caratteristica che più ti piace di te. – Il mio nuovo impermeabile.” “Il tuo talento nascosto. – Quello che posso nascondere nel mio nuovo impermeabile.” “La tua delusione più grande. – Il mio precedente impermeabile.” 

Ma non voglio scrivere di impermeabili. Il sound energico, quel genuino spoken word, la freschezza del debutto degli Yard Act hanno catturato le attenzioni di tanti, per questo motivo aspettavamo con ansia nuove mosse che comunque non sono tardate ad arrivare. Il 12 luglio 2023 esce a sorpresa un singolo – piuttosto lungo per gli standard del genere – intitolato, guarda caso, proprio The Trenchcoat Museum, prodotto dalla stessa band insieme a Remi Kabaka Jr., batterista e produttore dei Gorillaz. Purtroppo, il frizzante brano rimarrà come un lavoro a sé stante non venendo incluso nel nuovo album, ma ci darà l’idea di un processo di evoluzione in atto, trionfante e naturale. Attese su attese e non giungevano più notizie sul futuro, finché nell’ottobre 2023 esce il primo brano ufficiale di “Where’s My Utopia?” ossia Dream Job. 2.39 minuti in cui è impossibile rimanere fermi, com’è altrettanto impossibile non ripetere a gran voce per svariati giorni dentro casa, in macchina, a lavoro, in autobus “IT’S ACE, TOP, MINT, BOSS, THAT’S BOOOOSS!”. La strada intrapresa dal quartetto di Leeds è quella del pop? Quella del synth pop? Quella della disco music anni ‘80? Quella del funk? Ora ve lo svelo: sì, ed è tanto, tanto altro ancora. Quello che ne esce da “Where’s My Utopia? è il quadro di una band che non si prende sul serio, ma che allo stesso tempo prende decisamente sul serio ciò che fa, senza trucco e senza inganno. La collaborazione con Remi prosegue, affidandogli parte della produzione del nuovo lavoro, che per l’altra metà sarà degli stessi Yard Act. 

“L’intera filosofia di Remi era del tipo: qualsiasi cosa tu sia [influenzato da] arriverà attraverso il filtro di chi sei”, dice Ryan Needham, bassista della band. “Questo era essenzialmente l’Album One per noi quattro, quindi dopo un anno passato a capire i nostri punti di forza, a chi piace cosa e cosa possiamo suonare, potevamo semplicemente divertirci.” 

E il tocco della mente geniale dei Gorillaz si sente, in quelle atmosfere Clinteastwoodiane sparse qua e là tanto care ai millennial, e per la precisione a quei “two broke millennial men” del singolo We Make Hits. Brano nato da alcune linee di basso di Needham, a cui Smith ha aggiunto sopra delle parole, riflettendo sui cambiamenti avvenuti nella sua vita e in quella della band, che però non hanno interferito sull’essenza dei singoli membri. 

Puoi vedere il cinismo e la stupidità sulla superficie di ‘We Make Hits’ senza troppi sforzi, ma nella sua essenza, per me, è davvero un inno all’amicizia e alla gioia non filtrata che provi quando stai facendo musica con le persone a cui tieni di più nella tua vita. 

I temi trattati nell’album sono più profondi e personali di quelli del debutto, meno politicizzati ma più sociali e collettivi “I’m still an anti C-A-P-I-T-A-L-I-S-T, It just so happens that there’s other things I happen to be, So I’m gonna keep flinging shit until enough of it sticks”. Smith parla di bullismo nel periodo della sua infanzia in Down By The Stream attraverso gli incalzanti beat hip hop in stile Cypress Hill, mentre nella già citata Dream Job annuncia in coro “benvenuti nel futuro, la paranoia vi si addice”, come se fossimo all’interno di uno show televisivo, secondo le coordinate dello stesso videoclip del brano. La varietà di generi ed elementi è l’asso nella manica di questo album così colorito e audace, tra pop, rock, post-punk, spoken word, hip hop, disco music, calibrato utilizzo di synth, riff travolgenti di chitarra, linee sempre più imponenti di basso, ingredienti che in un brano come When The Laughter Stops trovano la loro massima espressione, anche per merito della voce di Katy J Pearson che si adatta meravigliosamente alle melodie trascinanti del pezzo. Una lunga poesia recitata da Smith attaccato al microfono, in cui ascoltiamo il suo respiro, le sue esitazioni, i suoi sospiri, la successione di parole che una dopo l’altra s’intrecciano con gli strumenti che pian piano entrano a completare l’opera, in un crescendo continuo di note e frasi, finché arrivano gli archi ad estasiare l’udito e a farci immaginare quelle luminarie inglesi che il cantante/poeta descrive ricordando ancora una volta la sua infanzia, stavolta nei paesaggi britannici, nella vacanze passate in famiglia e nella malinconia che l’adolescenza, col suo ricordo, porta con sé: tutto questo è racchiuso nella ballata Blackpool Illuminations. “Te lo stai inventando?” “Eh, in parte, sì. Perché?” Smith risponde sul finale del brano. “Beh, per cosa lo fai?” risponde la voce. Smith non esita: “Semplicemente non volevo caricare nessuno con la verità”.  

Ho sempre guardato indietro al mio passato per trovare ispirazione, ma questo è aumentato notevolmente da quando ho avuto un figlio”, dice. “Mettere mio figlio nel mio corpo e dire, come mi sentirei se fossi mio padre? Non ho mai analizzato il rapporto con i miei genitori come ora, e questo è davvero interessante, perché aprirà porte che hai tenuto chiuse per molto tempo.

Ma tornando al principio, i singoli in sé non mi avevano convinto più del necessario. Ascoltando questo lavoro dall’inizio alla fine, però, la creatività, l’esuberanza e il carisma del quartetto trovano piena sintonia con quei ritmi inizialmente poco convincenti, facendomi scoprire lati non ancora esplorati della band, che cita tra i propri ultimi ascolti Korn, Glen Campbell, Caribou, André 3000. Gli insindacabili echi di Talking Heads, New Order, The Specials – tra i tanti – restano un mantra e un faro imprescindibile nella scia musicale del quartetto inglese. Ma in questo secondo album gli Yard Act manifestano quell’evoluzione tipica di una band che ha l’urgenza di comunicare col suo pubblico attraverso tutti i mezzi possibili, con l’irrefrenabile voglia di divorare ogni palco d’Europa e non solo, modificando forme e linguaggi sonori ma non la sostanza della propria natura. La fatidica prova del post-debutto è ampiamente superata.

Gli Yard Act non sono una band di passaggio nel panorama musicale alternativo, ma qualcosa destinato a crescere e risvegliarci tutti. E noi non possiamo che esserne felici, aspettando con curiosità di vederli dal vivo nelle due date italiane di Bologna e Milano in aprile. 

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