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Katelyn Tarver – Quitter

2024 - Nettwerk
indie pop / folk

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Tracklist

1. Quitter
2. What Makes a Life Good?
3. Starting To Scare Me
4. Ignorance Is Bliss
5. Parallel Universe
6. Japanese Café
7. Cinematic
8. Revisionist History
9. Just a Person
10. Friend Like You
11. One Without the Other


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Il mercoledì, cascasse il mondo, è il giorno del calcetto. Non importa se sia San Valentino o se si giochi quel calcio patinato e finto della Champions League. Il mercoledì è il giorno del calcio vero, degli spogliatoi che puzzano di chiuso e di muffa, del testosterone a palla di dieci tra ragazzi e uomini, della “garra charrua”, delle bestemmie all’ennesimo gol sbagliato e delle incazzature su un altro pallone non ricevuto sui piedi. Insomma, è il giorno più da uomo che possa esserci nel suo senso più bieco e machista possibile.

Tutto, almeno per me, inizia nel momento in cui salgo in macchina per partire e dirigermi al campo. Tutto dipende dal disco che decido di ascoltare. Sì, il rock, il punk, l’hardcore. Le chitarre distorte, le urla, le batterie che pestano, i bassi che inseguono ed incendiano la vita. Roba che carica.

Invece no, tocca a Katelyn Tarver. Ha trent’anni, ha suoni indie folk ed indie pop e viene dalla rurale Glenville. Ascoltandola è inevitabile pensare a Phoebe Bridgers o ad una Olivia Rodrigo più soft. Poco c’entra col calcetto o con i suoni duri e spigolosi di generi musicali più “maschi”, ma questa musica qui, quella di Katelyn e delle sue colleghe citate, è esattamente tutto ciò che amo.

Il suono ruota intorno alle due anime dell’autrice, una più pop e l’altra più folk. Il risultato è quello di un suono, sì, canonico, ma anche pieno di una certa freschezza molto contemporanea. Katelyn e il suo produttore, Chad Copelin, sono stati molto bravi ad unire queste due anime sotto un country pop esuberante e flessibile, diciamo così, in grado anche di guardare al passato grazie a sprazzi di elettronica retrò molto anni ’80.

“Quitter”, quindi,è un disco intimo e personale, dolce e severo. Parla di lei, di Katelyn, ma potrebbe parlare a e di chiunque. Si sa, i trent’anni sono un periodo di transizione, quelli in cui si tirano le somme: chi sono? Cosa faccio? Come sto? Ed è proprio quello che questo disco vuole fare. Un percorso autoriale che insegue sentimenti ed emozioni, tra delusione e felicità, conditi da quel pizzico di malinconia che contraddistingue questa nuova wave pop che tanto piace.

Dall’inizio alla fine del disco ci sono comunque dei fili conduttori. Ciò che Katelyn prova a dirsi è che, certe volte, bisognerebbe lasciare andare quel che non può farci stare bene, come la continua ricerca dell’approvazione degli altri, o come il continuare a chiedersi cosa sia più giusto inseguire, se i soldi o l’amore. Scompariremmo se non avessimo nulla da mostrare, si chiede Katelyn? Guardarci intorno, o indietro, e dubitare di quel che abbiamo fatto o siamo ci fa male, è vero, sopportare il peso dei rimpianti e delle decisioni sbagliate potrebbe renderci nostalgici di un passato che fondamentalmente non abbiamo mai vissuto. E questo Katelyn lo sa, lo sa bene. E forse è proprio per questo che ha deciso di scrivere un disco come questo. Un classico disco americano, un classico disco indie pop o folk che sia, un classico disco intimo ed introspettivo.

Un disco, quindi, più difficile da scrivere di tanti altri perché la capacità di mettersi a nudo mostrando i propri limiti e le proprie debolezze non appartiene a molti. A Katelyn, però, fortunatamente sì.

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