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Shajara Ensemble – Shajara

2024 - Stand Alone Complex
world / jazz / folk

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Tracklist

1. Hakini (feat Guy Buttery)
2. Khoutwa
3. Jasad w Kadam
4. Wsoul el nour
5. Amar (feat Alan Brunetta)
6. Bouzour
7. Irfaani
8. Al shajara el zarkaa (feat Nadine Jeanne)


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La tachicardia di una guida in tangenziale, la ferocia di un lavoro che lentamente ci consuma dentro, il grigiore dei giorni che passano lenti e uguali, la condanna di sentire l’incompatibilità fra il mondo dentro di noi e quello esterno, il gelo dell’attesa di un cambiamento, la morsa della consapevolezza che questo forse non giungerà mai a farci visita. Almeno una volta queste “fotografie” hanno fatto parte della nostra quotidianità, suggerendoci sottovoce quanto sia effimero il mondo di cemento che ci siamo costruiti attorno, ricordandoci quanto artificiali siano gli schemi e i ritmi a cui sottostiamo.

È in questi brevi istanti di consapevolezza che gli uomini sentono la chiamata. Come l’incedere di antichi tamburi cresce dentro di noi e ci invita a ritornare all’origine, a percorrere a piedi scalzi foreste a lungo dimenticate, fino a (ri) abbracciare la natura che ci ha donato la vita. È forse l’albero e il contatto con esso a contenere la risposta alle nostre domande? Stringerlo fra le nostre braccia risolverà l’enigma che porta gli esseri umani a sentirsi da sempre così fuori posto?

È questa la domanda che si pone Giorgio Debernardi. Per questo il musicista siro-italiano quella chiamata la segue, arrivando fino a “Shajara” (in arabo “albero”), un lavoro discografico che è a tutti gli effetti la traduzione in musica di un viaggio che si intraprende caricandosi valige di quesiti sulle spalle e si conclude scoprendo suggestioni, paesaggi, persone e forse anche risposte.

Shajara” è un disco immersivo, un percorso di sensazioni e contaminazioni fatto di otto tappe, otto tracce in cui si avvicendano audaci chitarre acustiche dallo slancio folk e post rock, notturni ed eleganti contrabbassi jazz e vivaci percussioni, dalle più convenzionali alle più esotiche come le marimbe e kalimbe cromatiche. Anche se al primo ascolto sembrerebbe di percepire un sound diviso nettamente fra notte e giorno, lungo il percorso è bene ricordare che non bisogna accontentarsi della prima risposta che fa capolino.

Ascoltare “Shajara” significa infatti perdersi nella più fitta delle foreste e volgere gli occhi al cielo: fra l’ombra degli alberi e le loro foglie i raggi del sole trapelano, disegnando un paesaggio caleidoscopico dove oscurità e luce danzano insieme, formando geometrie scintillanti che si estendono a perdita d’occhio.

Il disco di Giorgio Debernardi, eseguito dalla Shajara Ensemble, è dunque un incontro che mette assieme ritmi e sonorità vivaci, esotiche e tribali con suite più oscure che alcune volte ci gettano in una dolce malinconia e altre ci innalzano verso il Sacro. Nessuna alternanza di luce e ombre, nessuna staffetta fra i generi lungo la tracklist. Ciò che emerge è una sintesi dalla luce soffusa, un mix ben riuscito di tanti sentimenti, sonorità e probabilmente esperienze tutte diverse, integrate perfettamente in un compromesso fra la world music, il jazz, il post rock e il dark folk.

Attraverso le ciclicità ritmiche di questa originale miscela fatta di contaminazioni culturali e melodie persistenti l’ascoltatore ritorna alla sua origine, ad un tempo d’ascolto (e di vita) lento, primitivo e generativo. Il merito di guidare questa catarsi va essenzialmente a Debernardi ma anche all’ensemble che lo accompagna, un gruppo di musicisti unico e variegatissimo.

Al musicista siro-italiano (chitarra acustica, weissenborn, daf, sansula, calimba cromatica, cori), si affiancano Marco Bellafiore (contrabbasso), Alan Brunetta (percussioni, marimba, rodes) e Matteo Cigna (vibrafono, marimba, balafon). Assieme a questi Shajara può vantare la collaborazione di diversi artisti provenienti da diverse culture come il chitarrista sudafricano Guy Buttery, la cantante francese Nadine Jeanne, il trombettista Luca Benedetto, la korista Elena Russo e la calabasista Carla Azzaro.

Ciò che stupisce dunque non è solo la varietà di strumenti e quanto alcuni siano così esotici da essere pressoché sconosciuti, ma quanto convivano bene tutti insieme, così tanto da suggerirci la risposta alla domanda che ci ha spinto a seguire quel richiamo. La soluzione che stiamo cercando per integrare il nostro personale mondo interno con quello esterno forse risiede nel viaggio stesso, nello scambio con le alterità e le diverse culture che questo pone sulla nostra strada per farcele (ri)trovare, quasi come fossimo vecchi amici anticamente uniti dalle stesse radici, poi brutalmente recise.

Con l’aiuto di linguaggi universali come la musica i popoli possono unirsi fino a formarne di nuovo uno solo, in sintonia con la natura. In questa beatitudine non esistono più limiti o confini per cui valga ancora la pena usare parole come contaminazione e influenza. Tutto appare chiaro e nulla sembra fuori posto. Forse solo così, tutti insieme, ci è possibile trovare una risposta alle nostre domande. Occorre però chiederci: abbiamo innanzitutto il coraggio di spingersi abbastanza in là per rincontrarci e tenderci la mano?

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