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Sia fatto il rock: “Let there Be Rock” degli AC/DC

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Proprio come ho fatto io poco fa, a volte bisogna ricominciare tutto da capo. Io ho cancellato un intero foglio di Word perché non mi piaceva quello che avevo scritto. Gli AC/DC, invece, nel 1977 mettono da parte i loro dischi di esordio e poi ricominciano con un album che segna la svolta nel loro sound. Non che mi paragoni agli AC/DC, sia ben chiaro! Tuttavia, mi serviva un gancio di apertura e il paragone sul ricominciare qualcosa mi pareva potesse starci.

Nel 1977 gli AC/DC sono reduci da due album, “High Voltage” e “Dirty Deeds Done Dirty Cheap”. Sono dischi che all’epoca erano piaciuti molto, specialmente in Australia, dove lo stile ancora acerbo della band trovava  buoni consensi. C’era un problema grosso come l’Oceania comunque, di cosa si tratta? Se confrontiamo gli AC/DC del 1977 con le altre band in giro per il mondo, beh, non c’è storia. Gli AC/DC risultano un po’ stantii e antiquati, un po’ come ascoltare ora i Greta Van Fleet: la noia, altro che Angelina Mango.

Ma allora cosa fare? Come rimanere a galla in questo oceano di musica rock?

La band si trasferisce in Inghilterra. Sapete cosa rende l’Inghilterra unica nel mondo? Un  po’ come l’Italia è famosa in tutto l’universo per il cibo, l’Inghilterra ha partorito la maggior parte dei gruppi e cantanti più importanti della storia. Oltre alla regina, all’epoca a regnare c’era anche della musica assurda. Gli AC/DC non si fanno scappare quest’occasione: assorbono tanto alcool e tanta musica. Questo processo si traduce in idee nuove che non servono necessariamente a cambiare completamente stile, non  a cancellare tutto e rifare da capo ma per dire “Grazie High Voltage, grazie Dirty Deeds Done Dirty Cheap, grazie Chuck Barry ma ora facciamo il cazzo che ci pare”.  

Image credit: BBC

Così esce “Let There Be Rock“, album con cui gli AC/DC si prendono il loro posto nella storia e incidono un vero e proprio manifesto, le regole che da quel momento in poi permeeranno i loro lavori.

Reverendo Bon Scott

Un incessante martellamento di chitarre elettriche, basso e batteria. Poi il silenzio. Un Bon Scott vestito da reverendo (nel video) pronuncia la messa.

In principio, nel lontano 1955, l’uomo non sapeva niente di uno spettacolo rock and roll e di tutto quel ritmo. L’uomo bianco aveva lo smoltz, l’uomo nero aveva il blues. Nessuno sapeva cosa avrebbero fatto.

Questi sono i primi versi di Let There Be Rock, brano in cui tutta la band, tra assoli sfrenati, linee di basso e batteria infuocate racconta il pensiero del rock and roll, l’energia di quel genere musicale che tanto amano e che finalmente sono riusciti a far loro, predicandolo a chiunque abbia il cuore sincero.

In questa canzone, ma poi in tutto l’album, troviamo la sinergia perfetta tra voce e chitarra, tra Bon e Angus. Ognuno ha il proprio spazio, ognuno spiega all’altro cos’è il rock and roll. In tutto il disco il basso e la batteria, con il loro ritmo serrato, stendono un tappetto rosso agli assoli lunghi della Diavoletto Gibson di Angus.

Dacci tutto, Rosie

Una volta l’hanno pure suonata i Guns N’ Roses e tra il riff di chitarra e la pausa il pubblico urlava a squarcia gola: “ANGUS! ANGUS!” Sto scrivendo di Whole Lotta Rosie, un brano diventato simbolo degli AC/DC.

È un pezzo veloce, forsennato e indiavolato. SI tratta di un continuo inseguirsi tra Bon Scott e Angus Young. Il primo propone versi birichini, da vero sciupafemmine, mentre il secondo mette sul piatto riff velocissimi e assoli lunghi e incazzati. Intorno a loro la band è incandescente pronta a seguirli fino alla fine.

Ho voluto menzionare solo due brani di questo album perché sono quelli più significativi per la musica, per me e per la band. “Let There Be Rock” è un capolavoro che regala del purissimo hard rock nella massima espressione della band. È l’album che più incarna gli AC/DC e che oggi, a distanza di quasi cinquant’anni, ha ancora molto da insegnare.

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