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Vasco Brondi – Un segno di vita

2024 - Carosello Records
songwriting

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Tracklist

1. Illumina tutto
2. Un segno di vita
3. Meccanismi
4. Fuoco dentro (con Nada)
5. Incendio
6. Fuori città
7. Vista mare
8. Notti luminose
9. Va' dove ti esplode il cuore
10. La stagione buona


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Chi è cresciuto sotto “Le Luci della Centrale Elettrica” non poteva non aspettare con un misto di curiosità ed euforia il secondo disco solista di Vasco Brondi.

“Un segno di vita” – corredato dal libriccino “Piccolo manuale di pop impopolare”, definito dal suo stesso autore una vera e propria esondazione dell’album – è un cantiere aperto su paesaggi cantati con “pittura a parole”. Un disco armonicamente viscerale, liricamente assurdo; ci restituisce la forma più matura del cantautore veronese. Per la prima volta il comparto sonoro si pone come protagonista assoluto: sound pieno di grandeur pop, malinconie rock, e orpelli di arrangiamenti orchestrali degni di nota. A collaborare con Vasco nomi come Nardelli, Cantaluppi, Gohara, Trabace e Federico Dragogna (voce e penna dei Ministri). 

I brani che compongono “Un segno di vita” sono stati scritti in viaggio. E questa cosa si sente ad ogni nota. Un immaginario narrativo formato da rive, valli, strade, lampioni, isole lontane, montagne altissime; elementi di una geografia che conserva l’essenza del suo autore, tra incastri lirici, citazioni, incursioni del suo spirito intellettuale meta-moderno, malinconie irrisolvibili. Decisamente più lontano dal precedente “Paesaggio dopo la battaglia”, disco ricco di ballate lente e arrangiamenti fantasma, “Un segno di vita” risulta un disco accogliente, a tratti ricco di speranza. La liricità pensata di Brondi descrive scene di vita in modo minuzioso e ricercato; le parole prendono forma e la musica diventa poesia luminosa. Dopotutto, come scriveva Italo Calvino, “Questo possono fare le canzoni: non essere inferno nell’inferno”. Ed è proprio quello che questo disco sembra fare: un’estenuante ricerca di luce, di tutti quei segni di vita quotidiani e di quei germogli sommersi dalle inutilità e dalle contraddizioni del nostro essere.

Dieci brani. Dieci fuochi saturi di emotività, che bruciano e illuminano tutto. Il viaggio inizia con Illumina tutto: un credo introspettivo cucito addosso ognuno di noi, una storia fatta di pronostici infausti e fuoco dentro che brucia illuminando tutto, anche nel buio – “Ma Sara sfonderà tutte le porte / E la fame, la sete di vita, un vecchio pianoforte / E poi sentirà ancora un fuoco dentro / Un fuoco che brucia, ma illumina tutto” (mi piace pensare che la Sara del brano sia la stessa Sara de Le ragazze stanno bene, che ora si mescola in altre declinazioni di cuore). Un segno di vita si presenta come una preghiera rumorosa, tra bombardamenti e città distrutte, alla ricerca di “un segno di vita / Un altro segno di vita / I germogli di Hiroshima e una pioggia infinita / Le schegge di una cometa”. La terza traccia, Meccanismi, passa in rassegna parti del corpo umano che simbolicamente sono eco di sentimenti, per concludersi in una disperata preghiera al medico di turno: “Somministri pure anestetico vitale / Voglio diventare insensibile al dolore / Chiedo rimanere sotto lunga osservazione / Addormenti pure ogni forma di passione”.  

Ad impreziosire la ballata Fuoco dentro, la voce malinconica di Nada. Immagini nitide e ritmo si uniscono soffiando sulla storia di una donna che sopravvive, nonostante tutto: “E sei sopravvissuta perché / Il fuoco dentro te bruciava di più / Del fuoco attorno a te / Sì, sei sopravvissuta perché / Il fuoco dentro te brillava di più / Del fuoco attorno a te”. Sempre sulla scia luminosa del fuoco Incendio è un canto libero, profondo e immediato: “Portami con te, tu prendimi / Sarò un incendio nelle tue abitudini / Portami con te, proteggimi / Come un incendio che ci illumini”. Si spostano gli scenari e si passa Fuori città. In un’atmosfera lattiginosa sembra di vedere lo sguardo malinconico di tutti i protagonisti che si sono rincorsi nei dischi precedenti, che qui sono diventati adulti. Ancora irrisolti, ancora incasinati: “Desideri che ci guidano, desideri soltanto / Con i nostri percorsi disegniamo labirinti visti dall’alto”. Settima traccia, altro scenario. Vista mare è una canzone nata tra le onde dell’oceano che bagna l’isola dove spesso vive Vasco, e registrata in alta montagna, in Val D’Aosta, nel rifugio dello scrittore Paolo Cognetti (luogo in cui sono stati registrati anche altri brani del disco) –  “In questo posto che ti somiglia, di pirati, di disperati / La marea ha lasciato pezzi di plastica / Di reti, messaggi non identificati / Dove andiamo, da dove siamo arrivati?”.

Notti luminose è una ballad intima e contraddittoria, probabilmente apice indiscusso del pop impopolare di Vasco Brondi: amore e guerra, strade pericolose e città silenziose, amore e perdita – “Ti avvicini al sole con i tuoi voli / Eviti gli scontri sui tornanti / Dei capelli cambiavi i colori / Io cambiavo mille appartamenti / Tu che riaccendi gli occhi spenti / E rincuori i corridori stanchi / Mi vedi costruire labirinti / Da lì ogni tanto sento che canti”. Va’ dove ti esplode il cuore grida strane parole d’amore nella struggente consapevolezza di essere diventati adulti: “Ci siamo incontrati dove la strada ricomincia / Ci siamo capiti, sarà che siamo cresciuti / Nella stessa provincia meccanica, sporca, santa e sonica / Degli anni novanta quando anche l’aria era distorta / E c’era sempre da qualche parte una chitarra elettrica che ci benediceva / Diceva non importa, non importa, tifiamo rivolta”. Alla fine del viaggio troviamo la riuscita cover de La stagione buona dei Non voglio che Clara. Si parte con dati sull’immigrazione come se stessimo ascoltando un telegiornale e si chiude con la melodia dolce di un’atmosfera distorta e le struggenti parole: “Dammi il coraggio di sorridere di un sogno, se non si può esaudire”. La scelta di porre questo verso in chiusura risulta esatta e vincente, degna sintesi dell’anima e dell’estetica del disco.

“Un segno di Vita” di Vasco Brondi è un album di incendi e di fuochi, una sorta di romanzo di formazione, a suo modo intriso di speranza e voglia di vivere. Le catastrofi non sono finite, ma fanno da sfondo. Emerge costante l’urgenza di cercare ancora quella che un tempo era “per ora noi la chiameremo felicità”. Oggi è diventata un luogo “dove ti esplode il cuore”

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