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I Hate My Village – Nevermind the Tempo

2024 - Locomotiv Records
avant rock

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Tracklist

1. Artiminime
2. Water Tanks
3. Italiapaura
4. Eno degrado
5. Mauritania Twist
6. Erbaccia
7. Jim
8. Dun Dun
9. Come una poliziotta
10. Broken Mic


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Lo scorso gennaio mi trovavo in Kuwait per degli scavi archeologici. Tra i granelli di sabbia dell’isola di Failaka abbiamo fatto risuonare megatoni di buonissima musica. Un caro amico – mio compagno di stanza, nonché omonimo – dopo la doccia metteva sempre lo stesso pezzo: Tony Hawk of Ghana. Colpa mia che gliel’ho fatto scoprire, se ci è andato tanto in fissa. Ma come biasimarlo? Neanche io so resistere a quel riff. 

La verità è che per me è irresistibile l’intera opera degli I Hate My Village, e “Nevermind the Tempo” (Locomotiv Records, 2024) non fa che precipitarmi ulteriormente nella dipendenza. La musica non è oggettiva, e va bene, lo sappiamo. Ma credo si noti in maniera lampante il netto miglioramento che questo album rappresenta in termini di sintesi sonora rispetto a quello d’esordio. Ci sono disparità, storture, strappi, ancora più marcati che in passato. C’è però anche più organicità nelle singole componenti dei brani. Quel che ne risulta è un’esperienza tanto ebefrenica quanto bilanciata.

Non c’è da stupirsi. Fasolo, Ferrari, Rondanini e Viterbini sono degli abilissimi couturier, sanno bene come tessere le fascinazioni musicali di cui si cibano. Dentro a questo disco serpeggiano avant-rock, desert blues, math e psychedelic rock, tutti ben dosati nell’economia dei brani. La narrazione è spigolosa e marcata da una continua distruzione di codici e canoni. “Nevermind the Tempo” è un trionfo di chiaroscuri e difende bene i propositi di salvaguardia dell’imperfezione di cui i quattro membri si fanno portavoce.

L’ascolto è stato fluido, privo di tempi morti. Non mi sono mai scoperto in una smorfia dubbiosa o infastidita. Per tutto l’album i ritmi ipnotici e tribali alternano il passo con quelli più morbidi e di ampio respiro. Percorre le tracce un generale senso di divertimento e leggerezza, che influenza positivamente ogni considerazione sulla capacità compositiva della band. Evito un’analisi sommaria dei pezzi, giacché rischierei di compromettere dei quadri sonori che vanno gustati con la mente libera da ogni etichetta o violenta aggettivazione. Mi limito a dirvi tre dei miei preferiti: Jim, Come una poliziotta, Broken Mic.

Nevermind the Tempo” è davvero bello. Nei prossimi giorni lo consumerò per bene, ancora e ancora, per assorbirne ogni venatura. Chissà che sapore avrebbe tra le zolle riarse di Failaka, chissà quale pezzo sceglierebbe Riccardo per il post-doccia. Penso proprio che glielo chiederò.

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