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Interviste

Si chiude un cerchio, se ne apre un altro e si crea un infinito: intervista a Matteo Romano

Canale niente male

OK Fest è stato, per tanti anni, l’emanazione di una scena, quella dell’oscura provincia cuneese – che in Piemonte è chiamata la “Provincia Granda” per le sue dimensioni considerevoli -, e di uno spirito indomito che ha spinto i gruppi cresciuti sotto il nome di Canalese*Noise a mostrare un modo di intendere la musica, ospitando di anno in anno, oltre alla loro incredibile cerchia di band, anche nomi che le scene le hanno vissute e costruite, rendendo quei momenti irripetibili. Fino ad oggi. Non si vive di soli ricordi e infatti OK Fest tornerà quest’anno più forte che mai (qui la nostra news che racchiude tutti i dettagli).

Per saperne di più della storia del festival e di ciò che ci attenderà in questa edizione abbiamo interpellato il direttore artistico Matteo Romano, nonché batterista degli Io Monade Stanca.

Ciao Matteo, è un piacere riaverti sulle pagine di ImpattoSonoro, questa volta in veste di direttore artistico della nuova edizione dell’OK Fest, non un gradito ritorno, di più. Partiamo da più lontano, dai primi vagiti di Canalese*Noise Records. Come, quando e perché nasce.

Nasce, secondo me, tra il 2006 e il 2007, fondamentalmente per caso perché eravamo un gruppetto di band molto in sintonia, registravamo le nostre prime cose, l’autoproduzione chiamava forte, quindi ci siamo uniti sotto questo nome. Secondo me è stata una cosa naturale, non c’è stata un’intenzione o una vera e propria storia, forse quella la troviamo più dietro al nome: suonavamo a Monza, al FOA Boccaccio con un gruppo giapponese, la notte più fredda della mia vita. Era gennaio e abbiamo dormito in una stanza con le finestre rotte, le giacche addosso, i vestiti, le scarpe, in un sacco a pelo, uno addosso all’altro. Quella sera eravamo Io Monade Stanca, Ruggine e questi My Way My Love che, come genere si definivano “japanese noise”, tra l’altro molto fighi, e questo modo di definirsi ci è piaciuto parecchio. Nei giorni a seguire è venuto automatico trasformarlo in Canalese Noise. È una cosa iniziata quindi un po’ per gioco e nel momento in cui c’è stata la necessità di avere un nome, un’etichetta, l’abbiamo poi utilizzato. Anche l’Omino OK [logo dell’OK Fest, ndr] viene fuori da una situazione di concerto, sempre in Brianza, questa volta dei Fuh coi Ruggine e sbuca questo personaggio, che io non conosco perché non c’ero, a quanto pare questo ripeteva incessantemente “OK” e quindi hanno iniziato a chiamarlo l’Omino OK, a scrivere Ok dappertutto, sui muri della Saletta, finché un giorno Andrea [Pisano, ndr] ha scritto OK su un case che era appoggiato in orizzontale. Quando è stato ribaltato e messo in piedi sulle ruote l’OK era diventato un Omino. All’inizio quindi era davvero solo un gioco ma, col passare degli anni, a furia di ripeterlo, si è formata un’identità precisa che stava a significare che c’eravamo noi, gruppi della provincia di Cuneo, con una certa idea musicale, un modo di approcciare la musica, un certo bisogno di esprimersi e voglia di fare indipendentemente dalle condizioni. Ancora oggi per me la musica è questo: se desidero andare a suonare a Pizzo Calabro per due schiaffi, voglio potermi permettere di farlo.

Com’è cambiato l’approccio, dal momento in cui è nata Canalese*Noise fino ad oggi, con una, chiamiamola così, scena, anche se il termine ora non ha più del tutto senso, perché l’idea si è sfaldata, a un certo punto.

Secondo me è successo attorno al 2010, momento in cui tanti hanno smesso o si sono messi in pausa per varie ragioni personali, al contempo tanti locali hanno chiuso, aggiungici anche che non c’è stato riciclo perché di gruppi giovani ce ne sono pochi, qualcuno ha cominciato e poi s’è perso. Adesso sono più quelli della vecchia guardia che mettono in piedi progetti nuovi. Però c’è questo gruppo di Alba che si chiama Tanz Akademie, non so se li conosci.

Sì, li abbiamo giusto recensiti qualche giorno fa. Molto interessanti.

Ecco, sono da vedere, sul palco sono fighi, mi piacciono, musicalmente magari siamo un po’ lontani però vederli suonare mi ha messo una speranza dentro, bestiale.

Infatti il punto è questo. Io lo vedo nella mia zona, quella del vercellese e zone limitrofe, da anni c’è maretta, se non proprio immobilismo, invece voi eravate tanti. Non c’è stato alcun tipo di riciclo? O meglio, non c’è nessuno che ha preso da voi il testimone? Qualcuno ci è riuscito?

Non con costanza, nulla che esista ancora adesso. Qualcuno ci ha provato ma sono stati pochi. Anche le condizioni hanno contribuito. Fintanto che c’è stata una scena…Cosa vuol dire scena per me: ogni weekend c’erano dei concerti, magari anche due o tre, andavi a vederli, tutti andavano a sentire tutti. Non era solo una questione di quanti gruppi o quanti locali ci fossero, è come la gente si muoveva. È questo che si è un po’ perso, per varie motivazioni. Io ci sbattevo contro, non dovevo nemmeno andarmele a cercare certe situazioni. I ragazzi oggi devono proprio andarsele a scovare. D’altra parte, hanno un computer per fare quello che vogliono, YouTube per pubblicare la loro roba. C’è un mio amico che gestisce lo Spazio Giovani di Alba e sono tre anni che organizza la classica “battaglia delle band”, non si iscrive nessuno. Io a 16 anni avrei fatto qualsiasi cosa per avere uno spazio, un palco. Questa cosa non c’è più, passa di più il fatto che culturalmente tutti possono fare tutto, non è più necessario esporsi, mettersi in gioco, si può rimanere nascosti dietro uno schermo, comprarsi un beat online…

Ho notato la stessa cosa. Guardando reel e video in rete noto che spesso la gente riprende ciò che fa, sì, ma nella propria camera. È anche vera la questione “spazi”. Non si tira più su un palco per i giovani, non ci sono manifestazioni dedicate, in cui i giovani possano “dire la loro”, farsi sentire e notare pur non essendo organizzatissimi, se non proprio amatoriali. Non mi pare ci sia volontà “dall’alto” di creare cose di questo tipo. Parlando di spazi passiamo proprio all’OK Fest. Da dove arriva l’idea di renderlo un festival? Partiamo dalla prima edizione.

È nato tutto da Nicolas [Roncea, ndr] e Frank [Alloa, ndr], poi alle riunioni ci trovavamo in venti e questa cosa generava un caos allucinante ed è continuato fino all’ultimo anno, il 2014. Sicuramente dietro c’era la voglia di far vedere alla gente quel che c’era, prendere consapevolezza della scena e del valore che queste band avevano e tutt’ora hanno, perché secondo me questa scena, dal 2005 al 2010, è un tipo di realtà che si è verificata molto raramente in Italia. Tra le persone del settore salta fuori questo riconoscimento, ti capita di sentirne parlare da gente geograficamente distantissima da noi. In fondo siamo una nicchia, una volta che conosci uno, conosci tutti e quindi le distanze si accorciano. Però una quantità tale di gruppi tanto validi, secondo me, da quando suono, non l’ho mai vista da nessuna parte. Era una cosa rara che ci ha cresciuti tutti e che ci alimenta ancora adesso. I “vecchi” che tornano a suonare, che si rimettono in gioco, vivono ancora quella situazione lì. Dietro ai primi OK Fest c’era la voglia di far sentire il nostro suono, con determinate modalità. Una caratteristica dell’OK Fest è sempre stata quella di avere un impianto tre volte più grande del necessario, tecnicamente ha sempre funzionato tutto benissimo, le band si sono sempre trovate superbene, il richiamo della cura del suono che c’è in questa edizione, in realtà, è un filo che ci portiamo dietro da sempre. A noi piace fare le cose in un certo modo e probabilmente, se tutte queste band sono state tanto valide è perché tutto ciò ha fatto la differenza e va avanti ancora oggi.

In effetti mi sono reso conto proprio di quel che dicevi, cioè che, da quando suoniamo (abbiamo tutti più o meno la stessa età, cioè siamo “figli degli anni ’80), di scene di questo tipo se ne sono viste ben poche. Mi ritengo ancora fortunato ad aver gravitato nella vostra e più ci gravitavo attorno e più mi balzava alla mente – ovviamente rifacendomi a quel che leggevo a riguardo essendo io dell’86 – le realtà hardcore punk degli Ottanta. Sia per la qualità dei gruppi, il fatto che nessuno suoni lo stesso “genere” e qui la differenza con l’hardcore. Il punto in comune, il filo conduttore è sempre stato il suono e l’approccio. L’idea che univa i gruppi. Nella nostra generazione parlare di genere è una stronzata. Senti le influenze delle band di Canalese*Noise ma non sai incasellarle. Quindi dici che questo si è riverberato nell’OK Fest?

Io odio parlare di generi, infatti. Comunque sì. Aggiungerei un’altra cosa che distingue la scena hc torinese, per dire, e la nostra: quello accadeva in una città, noi siamo in provincia, quella più grande d’Italia. Questo cambia tutto, è più complesso.

Trovo stupenda l’idea de “La Cura del Suono”. Oggi molti album che ascolti sono registrati in “alta definizione”, diciamo così, ma suonano anche vuoti. Il bello è curare un “tipo” di suono.

L’idea di curare il suono è alla base. Il mio è un sound acustico, dato che sono un batterista, per il chitarrista l’idea di farlo uscire perfettamente dall’ampli. Facciamo un concerto e teoricamente il fonico ha già tutto in bolla, deve solo aprire i canali e fare ritocchi minimi. È la cura intima che ognuno ha del proprio suono e quello della propria band. C’è dell’affetto, ci mettiamo un’intenzione, un amore che poi ti ritorna indietro, mentre ti esibisci, nelle parole degli altri quando vengono a sentire e a fine live vengono a parlarti, nelle dinamiche durante il concerto stesso. Mi collego al fatto che suonare senza un palco per me è bellissimo, o un palco basso che permetta un circolo dell’energia semplice, perché se mi ritrovo su uno alto due metri e largo quindici anzitutto non c’è intimità tra noi musicisti e poi sotto – a patto che tu veda qualcosa – non ti rendi conto di cosa succede. Sei perso. Ho fatto dei concerti a Parigi con la gente sul palco, col chitarrista con l’asta della batteria che passa sotto il gomito mentre suona e il pubblico che ti lancia i vestiti. Le cose sono belle e funzionano e godiamo e io chiamo questa cosa VITA quando le dinamiche funzionano bene, senza problemi tecnici, tutti sono sereni e assieme si riesce a generare quella sensazione che passa al pubblico e poi torna su. Gira. Io vivo per quello.

Mantenere questa dimensione delle cose forse è importante, il contatto con la gente. Si possono far crescere le realtà, i festival, diventano tanto grandi ma perdono un po’ di disconnette. Tanti festival hanno fatto questa fine.

Noi stessi hanno abbiamo un po’ fatto questa fine. Nell’edizione del 2014 credo. C’erano gli Uzeda, che pur essendo conosciutissimi rientrano nella nostra nicchia, c’era però anche Tying Tiffany. Si è cercato di fare un passo più in là, ma l’abbiamo fatto più lungo della gamba. Ma abbiamo imparato da quella lezione lì, in un certo senso.

Credi che spostare il festival da dov’era originariamente a Caramagna Piemonte abbia influito?

Quella è stata più una necessità. Lo spazio qui ad Alba non c’era più e là abbiamo trovato una persona che, attraverso il Comune ci ha dato una mano. Probabilmente spostarlo da Alba a lì un po’ ha influito. Certo, se quel giorno ci fossero stati 40 gradi staremmo parlando di un’altra storia.

Quel giorno ricordo che si è dovuto spostare tutta l’attrezzatura dal palco esterno all’interno, in una palestra.

Alla fine è stato più figo, era più intimo. È stata, come dicevo, una lezione, è tornato a essere cos’era inizialmente.

Torniamo all’edizione di quest’anno. Ne sono passati 10 da quella di cui parlavamo poc’anzi. Siete tornati al Cinema Vekkio, quindi all’inizio. Parlami della genesi dell’OK Fest 2024.

La genesi parte necessariamente dal sottotitolo, quindi da “La Cura del Suono” e da un fatto che è accaduto a me personalmente quest’inverno perché, a Natale, ho scoperto di avere il linfoma di Hodgkin. Ho finito la chemioterapia due settimane fa e sono guarito. Per me la musica è stata indispensabile in questi mesi, non ho mai suonato così tanto in vita mia come in questo periodo, conclusosi il quale e con tanto di casa dei miei libera, decido di organizzare un concerto in terrazza, per festeggiare con tutti i miei amici la fine di questa storiaccia. Un giorno chiacchieravo via messaggi con Sacha [Tilotta, ndr] dei Three Second Kiss per altre cose e gliel’ho buttata lì, chiedendogli se fossero liberi per suonare o anche solo per trovarci tutti assieme. Mi risponde dicendomi di essere in giro con gli Uzeda, che sono in concerto a Milano il giorno prima, quindi non è del tutto infattibile. Dopo poco mi chiama Agostino [Tilotta, ndr] per capire se c’è possibilità di organizzare qualcosa di concreto, però è oggettivamente troppo difficile far suonare proprio loro sulla terrazza. Viene fuori l’idea di sentire il Cinema Vekkio e vedere cosa succede, se quel giorno lì è libero. Chiamo Giorgio del CVK e mi risponde affermativamente, tutto gasato. Tutti presi bene, quindi. Onestamente di tempo ed energie per organizzare un festival non ne avevo, invece, siccome sono un dannato empatico, finisco spesso per farmi trascinare da queste cose; ed eccomi qui. È un mese e mezzo che mi faccio il mazzo con Nicolas, Andrea ed Ettore [Magliano, ndr] e abbiamo messo in piedi questa cosa fantastica. Vedo cuore ovunque, in chi mi aiuta, in chi viene a suonare, in chi ci ospita, nei sorrisi della gente a cui dici che c’è di nuovo l’OK Fest. Per me questo vale tutto. Mi ricollego alla malattia: quando mi han dato la notizia, dicendomi cosa avrei dovuto fare per guarire, la cosa non mi ha turbato troppo, nella mia testa è suonato come “Ok, cominciamo domani, finiamo il prima possibile.” Quel che mi ha turbato è stato dirlo ai miei amici. Ho sentito comunque il bisogno di farlo. Quello che mi ha fatto soffrire più di tutto è stato vedere il dolore, la tristezza negli occhi degli altri. Quando guarisci e vengono fuori cose come l’OK Fest in quegli stessi occhi vedi la luce, la gioia di fare tutto questo, sono tutti esaltati e ti dici “Dobbiamo farlo, non importa quanto sia difficile.”

Si è trattata dunque di una necessità forte, un richiamo.

Secondo me dietro all’OK Fest c’è un’identità diversa rispetto agli altri festival che trovi in giro e c’è bisogno di uno spazio del genere e che tutto riprenda a funzionare, che ci siano altre edizioni, gli OK Party, tutto. Il prossimo anno però il direttore artistico lo fa qualcun altro [ride, ndr].

Torniamo ancora agli spazi. Potrebbe essere oggettivamente un nuovo modo di far aggregare musicisti più giovani, qualcuno che ha iniziato in questo spazio di due lustri tra un OK Fest e l’altro e che ora si avvicina a questo mondo. Una sorta di veicolo.

Sarebbe bellissimo.

Com’è tornare al Cinema Vekkio?

Beh, tornare al CVK è come tornare a casa. È quel palco che, quando hai iniziato a suonare da ragazzino, hai sognato e hai fatto di tutto per salirci finché non ci sei riuscito. Il CVK esiste da più di 25 anni ed è ancora lì e da quella prima volta è diventato casa tua. Il dettaglio interessante è che nella line-up c’è una band nuova di pacca, teoricamente i nuovi arrivati, ma questi nuovi arrivati sono i vecchi, quelli che già suonavano quando noi cominciavamo. Nei Carne Lenta c’è Cher dei Cani Sciorri, Dante Fiandrino, primo bassista degli Elephant Man che smise di suonare quando diventarono Dead Elephant e c’è Alberto dei Congruence Of Motion (oltre che a La Malora, The Glad Husband e Ape Unit). Quando ho detto loro che stavamo organizzando questa cosa, in particolare a Dante, e che li avrei voluti in line-up, ho proprio visto nei suoi occhi la luce di quel ragazzino che vuole salire su quel palco per la prima volta. E lui ha 50 anni. Altro motivo che mi ha fatto capire che, sì, cazzo, lo dobbiamo fare e che mi strappa il cuore.

Il loro disco è micidiale.

Anche se in quella registrazione la formazione era diversa: il chitarrista non c’è più, ora hanno due bassi e un synth, quindi penso stiano riadattando i pezzi per fare qualcosa di nuovo. In realtà si stanno preparando pur di venire a suonare all’OK Fest. Vuol dire che hai quella sete lì, e magari possiamo farla vedere al ragazzino che viene al festival.

Line-up assurda: Uzeda, Three Second Kiss, La Moncada, Carne Lenta, Treehorn, Ainu.

Parliamo de La Moncada. Mattia Calvo che torna a suonare. Per me è la cosa più emozionante di tutte. Per quanto può valere la mia opinione è l’autore più figo di testi in italiano che esista, sono pazzo di lui. Quando smise anni fa dopo essere diventato padre, ci è spiaciuto tantissimo, anche se capivamo il motivo. Quelle poche volte che lo vedevi, negli anni, e gli chiedevi se sarebbe potuto tornare all’opera, la metteva giù come una possibilità decisamente remota, quasi impossibile e invece decidi di fare l’OK Fest, tre giorni dopo scopri che Mattia ha deciso di ricominciare a suonare perché un suo amico gli ha chiesto di fare un concertino nel suo locale, in acustico, e lui mentre gli dice di no al telefono, proprio il figlio di nove anni gli fa “No, no papà, io voglio sentirti suonare” e lui sceglie di farlo. All’OK Fest suoneranno in duo perché non c’era tempo sufficiente di risistemare tutto. Il fatto che in lui ci sia con tutta questa voglia, questo entusiasmo, a fare le cose sue che amiamo tutti tantissimo, fa la differenza. Lo voglio come antipasto prima del grande finale, quindi suonerà prima di Three Second Kiss e Uzeda. Questo anche per ragioni più prettamente musicali: volevo che ci fosse un crescendo vero e proprio. Prime tre band secche, belle dure, una pausa per la cena, momento più intimo con Mattia e si chiude in bellezza. Ci sono poi gli Ainu, gruppo di Genova di Andrea Gelsomino, un caro amico che vive la musica esattamente come noi, si sbatte a organizzare concerti tutto l’anno, sia nella sua saletta in cui la gente si stipa e si calpesta e suda e gode, sia in altre situazioni, quando gli è possibile. Mi sentivo di volerli tra noi, anche se non conoscevo così bene la band, anche per mostrare una realtà così simile e così vicina sia per senso di scambio, di rendere qualcosa. Poi li ascolto, sono fighissimi, escono questo mese per Subsound Records. Sono il gruppo più oscuro del festival, mi hanno ricordato un po’ i Mastodon a livello di sonorità. Sono onorato di dar loro uno spazio del genere. Uzeda e Three Second Kiss si raccontano da soli, per il gran finale servivano i maestri della “cura del suono”. I Treehorn ci volevano. Non c’era nulla di veramente Canalese*Noise. Sono il loro fan numero uno e sfido chiunque a sostenere il contrario.

Anche questa è la cura del suono. Sono tanti i festival in cui le scalette sembrano fatte totalmente a caso.

Anche loro si sono presi cura di me. In tutte le band c’è qualcuno che mi è stato vicino in modo speciale. Soprattutto non sono persone che frequento sempre, a parte magari i Treehorn che mi sono molto vicini nella quotidianità, eppure sono tra quelli che mi hanno trasmesso più affetto. Ho ricevuto una quantità d’amore in questi mesi che non te la so raccontare. Sento il bisogno di renderla in qualche modo. In ognuno di questi gruppi c’è qualcuno che mi ha toccato profondamente. Quando valore c’è in tutto questo? È qualcosa di gigante. Voglio fare un appello a tutti quanti: venite a vedere ‘sto cazzo di OK Fest, facciamolo andare bene. Ce n’è bisogno, se va bene lo rifacciamo ancora e ancora, ci sarà posto per tutti. Alla fine è uno spazio in cui mettiamo in mostra quel che abbiamo qua, a modo nostro. Nessuno ci guadagna nulla e se ci sarà del profitto sarà donato al CVK perché questi luoghi così rari vanno protetti e sostenuti.

Continuiamo ad alimentare questa cosa unica.

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