Se nella botte piccola c’è il buon vino, Giuseppe Catani (giornalista pubblicista e scrittore) confeziona un libro appassionante per i tipi dell’Arcana, “Harpo’s Bazaar – Una storia di cassette“, concentrato in circa 160 pagine scritte, che mette in risalto le proprietà benefiche del suo lavoro di indagine e di ricerca afferente al periodo 1977-79, nel quale trovano spazio una moltitudine di input, incontenibili, da perseguire (contesto storico, cronaca, ascolti, film, fumetti, fanzine, libri, radio libere, manifestazioni, eventi culturali, esperienze artistiche, cultura giovanile alternativa) e che vengono fuori dalle storie qui portate alla luce per mano stessa dell’autore e dalle interviste a lui rilasciate, relative ai nove album fatti uscire dalla Harpo’s Bazaar in quel triennio, quindi per voce dei protagonisti musicisti.
Incontriamo i diversi nomi di band e artisti che animano il libro, Skiantos, Gaznevada, sono i più famosi, accanto ad altri meno conosciuti: Luti Chroma, Windopen, Naphta, Sorella Maldestra, Albert Mayr, Stefano Barnaba, Laura Carroli (intervistata circa l’esperienza de “Il treno di John Cage“).
La struttura del libro fa capo al titolo, cioè, al catalogo della cooperativa Harpo’s Bazaar (fatto di sole audiocassette, per ragioni di budget) messo a punto dagli esponenti maggiori di quella factory, Oderso Rubini e Carlo Capelli. Infatti, il primo capitolo si apre con l’intervista a Oderso Rubini che svela trame e intenti, la genesi e le progettualità che diedero vita alla premiata ditta capace di creare, con scelte e strategie nuove, un polo discografico italiano di rilievo contrapposto al duopolio esercitato da Milano e da Roma, funzionale nel dar voce a tutto un fermento underground che a Bologna trovava il suo apice.
I restanti nove capitoli contengono accurate note “critiche” sulla band di turno, suffragate e arricchite, particolareggiate, per l’appunto, dalle interviste rilasciate da un artista appartenente a ciascun progetto musicale che diede vita ai suddetti album pubblicati lungo quel florido periodo.
Nel ventaglio narrativo non mancano sorprese e curiosità da musicofili, laddove le concatenazioni tra situazioni, eventi, opportunità, personaggi (primari o meno) ritraggono il clima della Bologna di quel periodo, che fu d’oro, portando avanti, quale sentimento generale, lo spirito rivoluzionario di rottura con l’establishment alla costante ricerca di un’affermazione collettiva e individualistica, espressiva e professionale, comunque basata sulla condivisione aperta e la partecipazione attiva operante in quel territorio, addentro quella scena artistica e sociale che, imbeccata dal primo punk inglese (soprattutto) e dall’American punk, contagiò e unì i giovani universitari che si riconoscevano primariamente nel Movimento Studentesco e nell’area politica – la sinistra giovanile, la classe operaia, i disoccupati, gli emarginati delle periferie, gli indiani metropolitani, il Collettivo Jacquerie, i giovani proletari e i sottoproletari – affine alla sinistra, all’ala anarchica e a quella autonomista. In una situazione che vedeva comunque critiche le posizioni all’interno della sinistra stessa, verso il PCI, a causa del Compromesso Storico avviato da Berlinguer, e alla presenza contestuale dei neofscisti, dei brigatisti, della cappa poliziesca e della montante CL (Comunione e Liberazione) vicina alla DC. Questo era indicativamente il panorama e gli schieramenti in campo…
Il libro tuttavia si sgancia dalla connotazione politica tout court e procede attraverso il sentiero della consapevolezza, caratterizzato dalla joie de vivre figlia di quel contesto temporale (prendendo le distanze dall’uso della violenza espresso dalla lotta armata), avvalorando propositi genuini e velleitarietà innovative paradossali che, concretizzatesi, cambiarono da allora in poi la testa delle persone, la società, facendo leva su nuovi paradigmi di contrasto esperiti quotidianamente sul piano innovativo della comunicazione e del linguaggio, abbattendo posizioni consolidate e andando contro scenari No Future, perché diventati obsoleti per quella giovane generazione attraversata dagli Anni di Piombo, repressa e compressa dal quadro sociale, politico, civile e artistico, comunque eccessivamente conservatore, nonché anti-libertario, italiano.
La Harpo’s Bazaar non poneva limiti allo scouting di band, purché incarnassero ciò che stava succedendo in città. Teste di ponte furono gli Skiantos e i Gaznevada, che si imposero poco dopo anche sul mercato italiano. Ma tutto l’ambiente musicale aveva assorbito la musica precedente, dalla West Coast al prog, dal beat alla sperimentazione (vedi john Cage) e tra i tanti che non sapevano suonare ormai stufi del prog e dei cantautori italiani, di Sanremo e delle radio commerciali, aderirono al processo di rinnovamento anche musicisti di spessore, diventati famosi in seguito, come Tullio Ferro dei Luti Chroma (autore per Vasco di famosissime canzoni) e Mauro Patelli, sempre dei Luti Chroma, pervenuto nella band di Luca Carboni, o Paolo Grandi dei Naphta, colto musicista di estrazione classica.
La scoperta e la presa di coscienza di quell’universo cittadino raccontato da patron Oderso Rubini, l’autogestione, la voglia di fare esperienza portando alla ribalta nazionale le band e gli artisti che componevano la scena bolognese, spiega come la passione giovanile e la brama di trasformazione abbia innescato soluzioni organizzative inedite che sono state messe a disposizione di quegli artisti puntando su logiche low cost, quindi prediligendo le audiocassette come prodotto cardine e di diffusione, facili da duplicare (vedi per esempio il film “Mixed by Erry“) ma non da distribuire, e sulla promozione di eventi di ampia portata dal carattere immaginifico, ingegnoso, anche per via delle trovate grafiche che concorrevano nel coinvolgere, i giovani a partecipare e la stampa a parlarne in modo ufficiale, consacrando di fatto quella scena.
Le punte musicali anti-convenzionali della città affittavano cantine nella zona di San Vitale, adibite a sale prove, là nel centro storico dove fiorivano locali di svago e ritrovo (almeno uno di questi open 24h, comunque deputati a svolgere il compito di tramite per varie performance: teatrali, di poesia e naturalmente concerti) che raccoglievano giovani e giovanissimi. Le cantine diventavano laboratori di band (talvolta in condivisione e provviste di attrezzature musicali, insonorizzate col fai da te), fucine artistiche, luoghi dove esprimere a volumi altissimi i clangori della nascente onda musicale. Lampante è l’esempio della Traumfabrik dei Gaznevada o l’appartamento da dove trasmetteva l’emittente libera Radio Alice, quanto gli “spazi” della stessa Harpo’s Bazaar. Nondimeno i luoghi di aggregazione erano le piazze (piazza Maggiore in primis), le case comuni sui colli, quelle occupate, posti forieri di uno stile di vita imperniato sull’incontro massivo di persone che veicolavano interessi, passioni, discussioni, fumate, cazzeggi, idee, progetti, azioni.
Pochi soldi, molte idee messe a frutto, enorme libertà espressiva, alternative di comunicazione, nuovi linguaggi, testuali decostruzioni, dadaismo, testi e grafiche ironiche, taglienti, sensazionali; live performance assurde, al limite della negazione col sottofondo di allegorie indirizzate a un mondo sovrastrutturato da demolire per far fluire altro di più importante e di gran valore. E così gli Skiantos (la cui maggioranza dei membri non sapeva suonare) si impongono per conoscenza a Oderso Rubini e arrivano a registrare un primo album inventando il rock demenziale, basato sull’improvvisazione e la carica dissacrante di Roberto Freak Antoni & Soci: veri animali da palcoscenico. L’eversione qualitativa dei Gaznevada con la loro estetica ed evoluzione di stile sempre proiettati più avanti possibile. Il punk sex&drugs&R’n’R, influenzato dal beat e dalla new wave, dei Luti Chroma. Il rock schietto dei Windopen, costantemente dalla parte di chi non ci sta, con i testi incendiari; aggressivi contro la borghesia cittadina e l’iconografia cattolica, fatto dimostrato dalla copertina Harpo’s raffigurante Wojtila alle prese con un granchio. I Naphta, di estrazione colta, innamorati di Zappa, del prog e del jazz rock (l’unico album in ristampa vinile si trova esclusivamente presso la Ma.So.), capitanati da tal figura carismatica, il cantante Marco Cigarini, ideatore di fonetismi in stile Magma, a conferma dell’opera di reclutamento della scuderia Harpo’s Bazaar in termini di attributi. I Sorella Maldestra, di Vercelli (unica eccezione di band non bolognese in casa Harpo’s), orientati al punk con “chitarre a cento all’ora, canto sgraziato, tecnica non sopraffina, testi investiti dal sacro fuoco della demenzialità”. Albert Mayr offriva musica sperimentale commista a suoni ambient e Stefano Barnaba univa manipolazioni sonore su nastro tese alla ricerca etnomusicale.
Spiccano inoltre le registrazioni dei due eventi, il Bologna Rock, che vantò 6.000 presenze, e Il treno di John Cage. Il primo è ben dettagliato dal botta e risposta inserito nel primo capitolo tra Catani Vs Rubini, ed emerge pure dalle testimonianze dei musicisti intervistati e che vi parteciparono. Mentre il secondo reca in sé qualcosa di mitologico per proporzioni, ideazione e restituzione degli effetti, quale attestazione dell’apertura mentale dell’operazione, che ha del fantastico e della pura genialità. Catani prima e poi l’intervista alla Carroli, batterista dei Raf Punk, fa immergere in un panorama dai contorni fiabeschi a fronte di un lavoro certosino che portava ambienti musicali sperimentali presso la gente comune. Di seguito un estratto:
Tito Gotti, all’epoca consulente artistico del Teatro Comunale di Bologna, scrive a John Cage, compositore e musicista losangelino, e gli spiega di voler organizzare una performance che “avesse luogo in un treno speciale, in una linea ferroviaria del territorio di Bologna”. L’obiettivo?
“Desideriamo creare” continua Gotti, “un rapporto fra manifestazione musicale, comunità e territorio, e con ciò intendiamo tanto il territorio visto dai viaggiatori del treno che quello abitato dagli abitanti delle località in cui il treno si fermerà, oltre a un rapporto tra abitante e i viaggiatori, i quali potranno unirsi agli altri durante il viaggio, e così via (lascio alla Sua immaginazione ogni altra riflessione in merito)”. Secondo l’opinione di Cage, “la musica è sempre attorno a noi, e se solo ci fermiamo ad ascoltarla possiamo capirlo”. Chi meglio di lui avrebbe potuto sposare un’iniziativa del genere?
Cage risponde a Gotti con una nuova missiva, datata dicembre 1977: “Desidero farLe ora la seguente proposta: che all’happening venga dato il titolo ‘Alla ricerca del silenzio perduto’, con sottotitolo ‘Tre escursioni su un treno appositamente preparato, variazioni su un tema di Tito Gotti’, di John Cage con l’assistenza di Juan Hidalgo e Walter Marchetti, e che i tre movimenti siano elencati (sui programmi o comunicazioni dettagliate) ciascuno con la relativa data, orario, destinazione e soste durante il percorso, in modo tale da suggerire un’opera musicale”. Segue una serie di richieste tecniche, parecchio particolareggiate, dall’installazione di impianti sonori, alla necessità di esposizioni di opere artistiche nelle stazioni di riferimento e di servizi di ristoro, oltre alla presenza di un’orchestra di 23 elementi.
Cage, nel dicembre 1977, durante il suo soggiorno in Italia, concede qualche anticipazione al quotidiano «l’Unità»: “Abbiamo fatto un breve viaggio in ferrovia intorno a Bologna: i rumori del treno erano veramente affascinanti, i suoni delle stazioni, le campanelle, i fischi, gli stridori delle rotaie. Credo che questa occasione, molto piacevole, potrà realizzarsi nel prossimo giugno per un periodo di tre giorni; ogni giorno con un itinerario diverso e nelle varie stazioni questi Musicircus […] Spero potremo avere i musicisti della regione, folk e bande per esempio, e inoltre le persone che vivono vicino alle stazioni potranno essere gli esecutori, insieme forse ai cori delle chiese e altre cose di questo genere; vi sono anche i suoni dei treni e della città che potranno essere registrati e amplificati. Forse avremo anche delle cassette che il pubblico potrà azionare con quei meravigliosi suoni delle campanelle, degli allarmi, dei sibili: insomma tutto ciò che si sente in una stazione. E poi penso ad altoparlanti sui treni per trasmettere ciò che è stato registrato nella stazione precedente”.