Dopo quasi un decennio, il ritorno sulle scene dei Tiger! Shit! Tiger! Tiger! è stato un evento inaspettato, una sorta di cortocircuito temporale, capace di dimostrarci come ci sia non soltanto il bisogno, ma anche la possibilità di pensare ed attuare una prospettiva diversa sulla musica. In questo 2024 dalle molte sfaccettature – e dai fin troppi lati oscuri – il loro nuovo lavoro, “Bloom” (qui la nostra recensione), dimostra che qualcosa può ancora fiorire sul selciato di questi tempi bui.
“Bloom”, la vostra nuova uscita, arriva a – correggetemi se sbaglio – otto anni di distanza dal precedente “Corners”. Cosa hanno significato per voi questi otto anni dal punto di vista creativo?
In effetti è stato un periodo molto lungo se uno si guarda indietro. Ci crederete o no, non abbiamo mai smesso di suonare, non abbiamo mai mancato gli appuntamenti settimanali con la sala prove. Ci siamo presi il tempo che ci serviva per approdare alle sonorità di “Bloom“, cancellando nel frattempo un disco che suonava un po’ troppo come “Corners” e soprattutto abbiamo registrato “Bloom” due volte. Non è stato un percorso facilissimo, ma era quello di cui avevamo bisogno.
Rispetto ai precedenti dischi, su “Bloom” avete rallentato pesantemente le vostre sonorità, che hanno assunto sfumature più cupe e pesanti, quasi tetre per certi versi. Che cosa vi ha portato a questo cambio di rotta?
Era da parecchio tempo che ci girava per la testa questa idea di rallentare, entrare più nel nostro suono e tirarne fuori le sfumature più dense, lisergiche. Quello che volevamo era non perdere il nostro tratto distintivo ma portarlo ad un altro stadio e vedere cosa veniva fuori. E così è nato “Bloom“, siamo ancora noi, siamo ancora riconoscibili ma abbiamo una nuova pelle. I brani che stiamo scrivendo ora sono sempre lenti ma diciamo più ottimisti!
Quali sono i dischi e gli artisti che sono stati alla base della svolta sonora per il vostro ultimo album?
Tendenzialmente gli ascolti di ognuno non sono stati determinanti come altre volte, per trovare la quadra di “Bloom“. Ognuno di noi porta avanti la sua personale ricerca musicale, che ha una base comune molto coerente, per poi approdare ad ascolti diversi. Sicuramente durante il periodo delle registrazioni giravano Deafheaven e Title Fight.
A dispetto delle sonorità oscure, “Bloom” è un titolo di speranza. Cosa vi ha spinto su questo nome, e perché avete scelto un paradossale incupimento delle sonorità per parlarne?
Il sottofondo oscuro di cui parli è effettivamente un contrasto voluto per dare ancora più forza a un’idea di rinascita generale, che non ha a che fare con niente in particolare e con tutto in generale. Potremmo star qui a parlare di tante situazioni con cui tutti noi non ci troviamo più, tante storie in cui si sta troppo stretti, ma non credo importi a nessuno. “Bloom” è un’esplosione liberatoria, in cui ognuno di noi ci si e’ tuffato dentro.
Cosa vi ha portato a scegliere l’artista newyorkese Keeley Laures per la copertina di “Bloom”?
L’arte è sempre stato un importante filo conduttore per ognuno di noi, per farti un esempio Giovanna si esprime anche attraverso la pittura con i suoi quadri. Abbiamo sempre cercato di tradurre ogni disco anche attraverso la parte visuale. L’ultima in ordine cronologico, l’artista, fotografa e musicista Giulia Mazza che adoriamo. Keeley esprimeva con le sue opere grafiche quel mood che inquadrava bene “Bloom“. Inoltre con le sue copertine ha rappresentato una scena musicale e una sottocultura a noi molto cara, cui abbiamo sempre guardato con ispirazione.
Quanto è mutata la scena musicale indipendente italiana in questi otto anni? C’è più o meno spazio per delle realtà come la vostra?
Negli ultimi anni tutto è cambiato enormemente. Basta andare a un concerto e vedere l’età media del pubblico per capire come siamo messi. Purtroppo non c’è stato un vero e proprio ricambio generazionale. Al tempo stesso è stato bello scoprire partecipazione ai nostri concerti, curiosità e interesse verso questo disco e anche dei sospiri di sollievo per chi ama le chitarre. Ci sono ancora tante realtà interessanti in giro per l’Italia ma mancano gli spazi, i canali giusti e il coraggio. In questo contesto To Lose La Track e Coypu Records, che si sono occupate di Bloom, dopo tanti anni sono ancora dei punti di riferimento per tutti.
Che idea vi siete fatti invece sulla scena statunitense, da habitué del festival SXSW? Avete riscontrato delle dinamiche simili a quelle a cui siete già abituati, oppure le cose funzionano diversamente?
Austin è una città aperta a tutti i generi ma le cose migliori come sempre sono quelle organizzate fuori dal cartellone…per un dirne un paio c’è stato un house party shoegaze della Radio KVRX nel campus universitario e i Gel in un locale a ridosso dei binari della ferrovia.