Non so più quanto spesso sento ripetere o torno a leggere che “la bellezza salverà il mondo”, cit. Dostojevskij. Al riguardo, sono sempre stato scettico, sorgendomi spontanee almeno due domande. Innanzitutto: “salvarlo” da cosa? In secondo luogo, chi definisce “la bellezza”? Eppure, se c’è un esempio nella storia della musica popular di come lo scrittore russo potrebbe avere ragione, quell’esempio è incarnato dalla storia di una band nata a Londra nei primi anni ’80 del secolo scorso.
Helen Folasade Adu, conosciuta come Sade Adu, nacque in Nigeria nel 1959. La madre era britannica e, quando la bimbaaveva 4 anni, si separa del padre nigeriano, e la porta a vivere in Inghilterra, Essex, est del paese. Folasade, il suo middle name africano, significa “incoronata in ricchezza”, quel che è stato sicuramente di buon auspicio visto il successo e la ricchezza ottenuta in vita.
Cresciuta a dosi di jazz e soul, anche grazie al padre appassionato, a 18 anni se ne va a Londra per studiare in una scuola d’arte. Finito il college, la nostra Sade Adu si arrabatta, un pò disegnando vestiti da uomo, un pò come modella, mentre inizia a solcare i palchi della scena musicale londinese. Così conosce Stuart Matthewson, chitarrista e sassofonista, probabilmente l’incontro fondamentale della sua vita professionale e musicale. Con lui e con il bassista Paul Denman e il tastierista Andrew Hale, creeranno i Sade. Come per molti artisti, gli inizi non furono facili e Sade Adu visse per un periodo in un appartamento occupato, con il bagno in cucina e la toilette in terrazza.
Ma i Sade stavano mettendo insieme un mazzo di canzoni incredibilmente orecchiabili. E avevano inventato un brand che qualche anno dopo esplode all’improvviso in mezzo mondo: Sade, una band incarnata in una figura femminile misteriosa e affascinante, di una bellezza dall’origine indefinibile. Pelle scura e pallida allo stesso tempo. Occhi da gatta che nemmeno una gatta, color nocciola. Lentiggini che si vedono a seconda della luce e del trucco. Bocca carnosa, spesso sottolineata da un rossetto rosso passione. Figura asciutta ma piena di curve. Una dea caduta dal cielo e un po’ timida. Che rilasciava poche interviste, che seduceva chiunque senza impegno, pur mantenendosi distaccata, con quel sorriso vero e con una femminilità semplice e inedita. Certo non una leonessa come Aretha Franklin o una pantera come Tina Turner. Cordiale e riservata, genuina e talentosa, Sade Adu fece innamorare il mondo di sé. La sua voce esile è un marchio di fabbrica che la rende immediatamente riconoscibile e che ti tocca il cuore, pur rimanendo incredibilmente distaccata. Eppure, all’epoca non mancarono i critici: “la sua voce non ha sangue, né coraggio, né anima”, scrisse la rivista “Spin”; “l’attenta eleganza della produzione e delle impostazioni strumentali sembra poco più che una strategia per nascondere i limiti dell’estensione vocale e delle abilità di Sade come stilista di canzoni”, incalzava “Rolling Stone”. Qualcuno che c’era, parla di un concerto del 1986 a Roma noioso e al di sotto delle grandi aspettative che la band suscitava. Anche per la staticità vocale e scenica della cantante.
Ciò malgrado, le uscite di quegli anni, quattro LP in otto anni, dal 1984 al 1992, sbancarono le classifiche: tutti multi-platino negli Stati Uniti e in cima alle classifiche di mezzo globo. Aldilà della musica e della voce, il marketing della band puntava tutto sulla figura e il fascino di lei, al punto da far scomparire i tre che l’accompagnavano. Musicisti che tuttavia non si possono sottovalutare. Cominciando da Matthewson, principale compositore insieme a lei dei successi del gruppo.
Il disco d’esordio, “Diamond Life” fu come una bomba sul mercato discografico, nella cultura musicale e nell’immaginario dell’epoca. Affonda le sue radici nel jazz e nel soul dei decenni precedenti e inventa un nuovo paradigma che qualcuno battezzerà “sophisti-pop”: un pop con arrangiamenti e sensibilità jazzistiche ma dannatamente orecchiabile. Una cosa languida che suscita una idea di lusso sfrenato e di lussuria controllata. I testi descrivono personaggi e sentimenti vivi e vividi, insistendo sui soliti temi dell’amore, senza mai una punta di cinismo. La hit Smooth Operator (una canzone che parla di una equivoca figura maschile “dagli occhi d’angelo e dal cuore di ghiaccio“) ha un ritmo da bossa-nova e un arrangiamento jazz. Your Love is King e Sally sono smooth jazz. Cherry Pie è R&B. E poi c’è il funk di When am I Going to Make a Living, evidentemente ispirato alle difficoltà economiche vissute fino ad allora. Poi c’è la cover di Why Can’t We Live Together di Timmy Thomas, che ridà una giovinezza ad un classico del soul, abbassandone un poco l’intensità interpretativa, ma aumentandone il magnetismo, alla maniera propria dei Sade. Il tutto sembra proseguire la tradizione del “quiet storm”, un genere radiofonico coniato negli anni ’70 da un dj americano che fece la propria fortuna mettendo insieme nel suo programma canzoni di Marvin Gaye, con Smokey Robinson, Al Green, Barry White & similia.
L’anno dopo la band torna con “Promise” per bissare il successo del disco d’esordio. Con il traino di un singolo a impatto sicuro come The Sweetest Taboo: perfetto esempio di “quiet storm”, che si arrampicò nelle classifiche di mezzo mondo e ancor oggi risuona nelle lounge e nei post social. L’altro singolo Is It a Crime? prosegue la serie di canzoni “smooth jazz”, con Matthewson al sassofono. Strumento che riprende in vari momenti del disco. Never as Good as the First Time è un funk sommesso, nei toni e nel ritmo. Con Fear si prova invece una soluzione più ampollosa e orchestrale, da “classic pop” che qui non convince del tutto ma che la band svilupperà meglio in futuro. In generale l’album si mantiene comunque leggero e fruibile lungo tutta la sua durata: lounge music, adatta tanto come sottofondo di una serata tra amici, quanto come colonna sonora di una nottata di passione.
Piccola pausa e si arriva, nel 1988, a “Stronger Than Pride”. Gia’ a quel punto il r&b britannico era definitivamente esploso a livello commerciale con altri artisti quali i Simply Red, Jamiroquai o i Blue Zone. Sarà forse questo l’elemento, l’essere ormai parte di qualcosa di più grosso, che pare dare alla band una nuova confidenza. E alla stessa Sade Adu, che in alcune tracce sembra cantare con maggiore, seppur sempre contenuto, trasporto. E’ il caso del singolo Paradise, altro successone intramontabile: un funk latineggiante. Seguito in scaletta da un altro funk, Nothing Can Come Between Us. In generale, l’album appare un po’ più movimentato negli arrangiamenti, anche nei suoi passaggi più lenti, con un maggiore ricorso a percussioni esotiche e bassi sincopati: si ascolti Give It Up al riguardo. La sincronia tra musica e immagine trova riscontro anche nella copertina dove il volto della cantante appare, a differenza degli album precedenti, in piena luce sottolineandone i caratteri esotici, lentiggini comprese, con una spiaggia stile Caraibi sullo sfondo. Esotico e risoluto, “Stronger Than Pride” è forse uno degli album più belli e coerenti di una band che fino allora aveva prodotto LP non all’altezza dei singoli che li trainavano.
Meno coerente, ma forse ancor più bello sarà Love Deluxe (1992). Inizio sontuoso con No Ordinary Love, una delle più importanti canzoni dei Sade, come dimostra l’attaccamento dei fan a tutt’oggi. Una odissea di amore di oltre 7 minuti, una durata inusuale per le tracce della band. Solo superficialmente appare una canzone su un’amore di coppia “fuori dall’ordinario”. A ben scavare, è in realtà il grido di amore disperato di una donna non corrisposta, almeno non del tutto. Su questa sottigliezza, scorre una epopea che trascina emotivamente l’ascoltatore, in un modo che forse mai prima la band era riuscita a fare. Il tentativo, appare chiaro nel corso dell’album, è di andare oltre le basi jazz, funk e soul dei primi dischi, e guardare avanti. Feel No Pain, I Couldn’t Love You More, Cherish the Day, Kiss of Life, Bullet Proof Soul, sono tutti gioiellini “downtempo”. Gli arrangiamenti sono asciutti, atmosferici, con più elettronica e ritmi pacati. Incantano meno, invece, le ballad: Like a Tattoo e Pearls. Poi, esaurito l’ennesimo tour trionfale con relativo DVD, iniziano le pause lunghe. Dopo il divorzio dal primo marito, il regista spagnolo Carlos Pliego, Sade Adu si trasferisce nei Caraibi con il produttore musicale Bob Morgan con cui fa il suo primo e unico figlio.
La band riappare nel 2000 con “Lovers Rock”, una prova compatta e convincente, sottolineata dal singolo By Your Side, “una delle più belle canzoni d’amore mai scritte” (cit.). Musicalmente, la band spinge ulteriormente nella direzione dell’album precedente. Sound asciutto e moderno con una punta di dub e di trip-hop. C’è spazio per King of Sorrow, una delle più belle ballad della band. Latineggiante, come il bel video ambientato a Portorico, in cui la cantante convince in pieno nell’interpretare una “latin girl”, grazie al trucco e all’acconciatura giusti. In complesso, forse il miglior disco del gruppo che completa una trilogia con cui i Sade hanno convinto nel sapersi mantenere a passo con i tempi. La risposta del pubblico è quella di sempre: entusiasmo sulle due sponde dell’atlantico e dischi di platino a frotte.
Poi un breve tour estivo solo in Nordamerica e un altro DVD, più disco live: “Lovers Live”. Altri anni di silenzio e di nuovo nel 2010 ecco “Soldier of Love”. Un disco ormai abbastanza lontano dalle radici jazz della band che prosegue il discorso iniziato negli ultimi album per approdare ad un rassicurante r&b contemporaneo e commerciale. Un disco con arrangiamenti massicci, in alcuni passaggi, come nella title-track. Kanye West dichiarerà il proprio entusiasmo. Riascoltandolo oggi tuttavia, sembra mancare la canzone epica che (almeno una) c’era sempre stata in tutti gli LP passati: il singolo che continuerà a suonare nei lustri successivi rinnovando la gloria della band. Non pare che la stessa Soldier of Love sarà ricordata come una Smooth Operator o una No Ordinary Love. Ma dal punto di vista del pubblico, sarà di nuovo un successone. Coronato da un premio Grammy e seguito da un tour di 100 date, lungo 8 mesi, che ha toccato 5 continenti. Le ultime apparizioni pubbliche della band saranno proprio in quel tour del 2011, nel quale, a 52 anni, Sade Adu appariva più bella che mai, seppur giustamente con qualche discreto aiutino della scienza estetica. Più elegante che mai e più sicura che mai sul palco, avendo definitivamente abbandonato la staticità e la timidezza degli inizi, ballando con una grazia e sensualità rare e magnetiche per chi osserva. La voce più roca, più esile e più sensuale che mai.
Molto poco dopo di allora: un paio di canzoni per il cinema e l’annuncio di Mathhewson, prima della pandemia, che si stava lavorando ad un nuovo album: “Abbiamo un bel po’ di canzoni e le condivideremo con il mondo quando saranno pronte”. Evidentemente non lo sono ancora. D’altronde come dice Sade Adu, “pubblico nuova musica solo quando ho qualcosa da dire”. Certo non si può nemmeno scartare, vista l’importanza che la cifra estetica della front-woman ha per l’immagine della band, che il passare degli anni stia ormai sconsigliando un ritorno sulla scena. Affinché non si rovini il mito estetico creato in questi quarant’anni.
Nel frattempo, poco si sa del destino di lei, se non che se ne sarebbe tornata in Inghilterra, dopo l’ennesima separazione sentimentale. Per andare a vivere nella campagna del Gloucestershire con tale Ian Watts, un ex militare. A parte le notizie sulla transizione di sesso del figlio, annunciata in un post Instagram del 2016 che contiene una delle ultime immagini note della madre, ringraziata pubblicamente per il suo appoggio nel processo di transizione. Nella foto, Sade Adu si accoccola come una ragazzina sull’amato figlio, trasmettendo ancora una volta una immagine di intramontabili dolcezza e sofisticata semplicità.
Alla fine, la morale di questa favola che ha da poco compiuto quarant’anni (Diamond Life è del nel luglio 1984) ci riporta a Dostoevskij. Se dopo tutti questi anni ci sono ancora maschietti e femminucce incollati ad ascoltare la musica dei Sade, o addirittura a guardarne i video, sarà soprattutto per un motivo. Per quell’ideale di bellezza, estetica e musicale che la band ha voluto perseguire fin dall’inizio, sarà per furbizia, sarà per missione. Certo aiutati da un dono della natura, Helen Folasade Adu stessa. Donna di una bellezza e grazia tali che salverebbe qualunque cosa interpretasse. Se non fosse che la musica che, con i suoi compagni d’avventura, si è cucita addosso, era perfetta per esaltarne quei tratti che abbiamo descritto e che la sua immagine evoca: lusso sfrenato e lussuria controllata, seduzione e distacco. L’apparenza di lei, di Sade Adu, si sovrappone ed è un tutt’uno con la musica della band.
Il marchio Sade ha incarnato in questi quarant’anni questa unità d’intenti, tra musica ed estetica femminile, che si può sintetizzare con una sola parola: bellezza. Perché cosa c’è di più bello di Sade Adu che canta “When you’re cold / I’ll be there / By Your Side”? Cosa c’è di più bello di provare a immaginare, tramite quella sua voce unica, tramite quella sua figura perfetta e quel suo sorriso pulito, la sensazione che sia possibile un amore incondizionato? Quindi posso azzardare una risposta alle mie domande iniziali: Sade, bellezza oggettiva per antonomasia, ha sicuramente contribuito a salvare il mondo dalla noia di un’esistenza senza quel sogno di bellezza assoluta che rappresenta. Se poi ciò sia sufficiente, lo lascio decidere a voi.