Impatto Sonoro
Menu

Recensioni

Paolo Tarsi – Unnatural Self

2024 - Anitya Records
elettronica / new wave

Ascolta

Acquista

Tracklist

1. Perfect Machine World
2. Opium
3. I, Human
4. Unfinished People
5. Ballet Mécanique
6. Tabula Rasa
7. Unnatural Self
8. Spiritual Home


Web

Facebook

Una discesa nelle profondità dell’essere umano e un’indagine del suo rapporto con l’evolversi della tecnologia, con tutti gli interrogativi che questa complessa relazione può suscitare, il tutto avvolto da raffinate sonorità elettroniche che spaziano dal synth pop all’avantgarde fino al post-punk e alla new wave: questo, in sintesi, è “Unnatural Self”, il nuovo album in studio del musicista pesarese Paolo Tarsi, uscito lo scorso 6 maggio per Anitya Records.

Il disco è stato registrato, mixato e prodotto tra l’Anitya Studio di Pesaro, il Bass Line Audio a Manchester, i PB Studios a Londra, i Banana Studios a Milano e in un appartamento adibito a sala di registrazione a sud di Berlino. Prestigiose collaborazioni, vale a dire Blaine L. Reininger (Tuxedomoon), John Helliwell (Pink Floyd, Supertramp) e Malcolm Holmes (OMD – Orchestral Manoeuvres in the Dark) impreziosiscono il lavoro, che si configura come un punto di arrivo di un percorso segnato dai due full-length precedenti – “Furniture Music for New Primitives” (Cramps Records, 2015) e “A Perfect Cut in the Vacuum” (Anitya Records, 2018) – fondendo caratteristiche in essi già presenti: compattezza sonora ed un sound elettronico incisivo e di presa immediata.

Significativa è la scelta di avvalersi di ben sei vocalist differenti: Andy Wickett (primo cantante dei Duran Duran nell’era pre-Le Bon), il già citato Blaine L. Reininger, Steve Hovington (B-Movie), Andrew Evans (Birmingham Electric), Marc Lewis (The Snake Corps) e, last but not least, il “nostro” Eugene (Eugenio Valente). Valente è cantautore, produttore, storico collaboratore di Andy (ex Bluvertigo) e Garbo, ed è inoltre doppiatore, compositore di colonne sonore e remixer; il suo ultimo album, “Seven Years in Space”, è uscito nel 2022 e presenta atmosfere in sintonia con quelle del lavoro di Tarsi. Da segnalare, inoltre, la presenza di grandi musicisti nostrani quali Alessandro Gerbi (C.S.I., Diaframma, Vidia) e Franco Caforio (Litfiba, Violet Eves) alla batteria, Fulvio Muzio (Decibel) e Livio Magnini (Bluvertigo) alla chitarra: una compagine di altissimo livello, dunque, per un progetto curato nei minimi dettagli che combina il gusto per la ricerca e la sperimentazione alla riscoperta di sonorità Eighties.

I testi sono stati scritti interamente da Tarsi in lingua inglese: a partire dal periodo post-pandemico, infatti, l’artista ha avvertito l’esigenza di esprimere le proprie considerazioni sulla realtà e l’attualità, e sono così nate liriche in cui le tematiche ricorrenti sono l’imperare della tecnologia, il controllo che i nuovi media esercitano sulle masse e la necessità di restare umani, nonostante tutto. Si tratta di argomenti che sono da tempo cari alla sensibilità del cantautore: ricordiamo a questo proposito, Artificial Intelligence, singolo estratto dall’album del 2018, diversi anni prima dalla diffusione massiva degli applicativi software AI a cui abbiamo assistito negli ultimi tempi. Tra l’altro nella deluxe edition il CD era doppio, con l’intero secondo disco dedicato all’intelligenza artificiale, tra brani inediti e vari remix del singolo stesso.

Unnatural Self” si apre con Perfect Machine World, che evoca un mondo meccanizzato in cui gli individui vivono in “un sogno digitale”, utilizzando la tecnologia in modo inconsapevole come “moderni cavernicoli”. La voce, qui, è quella di Eugene, mentre Tarsi (synth, guitar synth e programmazione) è affiancato da Alessandro Gerbi, che ricordiamo soprattutto per essere stato il batterista in “Ko De Mondo” dei CSI. A seguire, Opium è una riflessione su come i nuovi media siano divenuti “l’oppio delle masse”: le sonorità ci catapultano negli anni Ottanta e al synth pop di OMD e Depeche Mode. L’atmosfera è lievemente oscura e a tratti incalzante, nell’amara constatazione che le abitudini di vita di un tempo stanno lasciando il posto ad altre, non necessariamente migliori (The old world is dying/ And the new struggles to be born).

Nella realtà virtuale in cui siamo immersi è indispensabile aggrapparsi a ciò che ci rende umani (Human): qui il clima si fa più rassicurante e avvolgente e, nella seconda parte, l’assolo di chitarra finale (Fulvio Muzio) che dialoga con il synth, per poi lasciare il posto al sassofono di John Helliwell (Supertramp, Pink Floyd), sembra voler rivendicare le qualità che ciascun individuo, per quanto imperfetto, possiede, e che lo rendono unico. Nella società contemporanea, infatti, il rischio è proprio quello di perdere la propria umanità e di diventare persone incomplete (Unfinished People) senza rendercene conto: “We’re all digitized…in this artificial Eden”. Il contraltare sonoro di tale assunto è la presenza esclusiva del sintetizzatore che accompagna Steve Hovington alla voce.

Ballet Mécanique, titolo della traccia successiva, è anche il moniker della band che, prossimamente, accompagnerà Tarsi nel tour in cui i brani dell’album, appositamente riarrangiati, verranno proposti dal vivo. Le liriche dipingono un futuro distopico nel quale, dopo una serie di guerre, in una città fredda di pietra e di cemento gli abitanti saranno solo “insetti elettrici” impegnati in una danza artificiale:

Moonlit in changing skies
The city hot in stone and steel
After all the wars we made
Electric insects, we just dance a ballet mécanique…

Dopo il breve interludio strumentale di Tabula rasa, la title track descrive il senso di perdita di identità dell’io lirico, che si sente “uno, nessuno e centomila” (I am the million/Personalities written/In me) e l’inevitabile conclusione è che sia necessario rivolgersi in altre direzioni: dopo un’esistenza trascorsa alla mercè delle macchine (use, wear and serve machines) bisognerebbe davvero trovare una vita d’uscita (I need another game to play/A spiritual home) poiché ogni essere umano, nonostante sia fragile ed effimero, contiene in sé la scintilla del divino:

We’re gods in ruins
Fragile people on fragile earth

Unnatural Self” è un disco dagli arrangiamenti estremamente curati e dalle sonorità affascinanti, che evoca paesaggi musicali ora oscuri e a tratti inquietanti, ora più luminosi e cristallini; è un lavoro in cui l’elettronica si tinge di rock per indagare la complessità del mondo tecnologico in cui siamo immersi e il ruolo che l’essere umano deve riconquistarsi per non essere inghiottito da una dimensione artificiale in continua espansione. Ricordiamo che l’album è disponibile anche in versione deluxe in un’edizione limitata e numerata a mano (vinile bianco + CD).

Piaciuto l'articolo? Diffondi il verbo!

Altre Recensioni