Quanti brani ogni giorno, ogni settimana, ogni mese vengono pubblicati, ascoltati distrattamente e poi finiscono sepolti sotto un mare di altre uscite, a sgomitare per emergere e troppe volte divorati da pesci più grossi e più importanti? Questa è una delle tante domande esistenziali che ci poniamo ogni giorno in redazione, e a cui dopo alcuni tentennamenti e tentativi falliti abbiamo cercato di formulare una risposta.
Hidden Tracks vi accompagnerà periodicamente con i nostri brevi consigli riguardanti alcuni brani pubblicati in queste settimane e che riteniamo interessanti. Progetti da tenere d’occhio, di cui forse sentirete parlare nei prossimi tempi, provenienti in tutti i casi da quell’universo sommerso che più ci sta a cuore e che pensiamo sia giusto e stimolante seguire dal principio. In poche parole, la musica di cui non tutti parlano.
Non di primo pelo, gli High Vis. Con “Guided Tour“, in uscita a ottobre, raggiungono il disco numero tre, secondo per Dais Records. Già in pieno controllo di un mix deragliante di post-punk, britpop e hardcore a trazione hüskerdüiana il quintetto londinese inietta nel proprio sistema il suono della rave culture e oltre, tra garage UK e house e tira fuori Mind’s a Lie, un singolo micidiale, di come ne facevano “una volta”, che rimane incollato, tra catchy e amarezza senza fine. Il video fa il paio. Il degrado urbano è servito. Il tempo sospeso.
Belgio e Stati Uniti uniscono le forze. Meglio: membri di Yob, Oathbreaker, Amenra e Wiegedood uniscono le forze. Risultato? Living Gate. Hunting Maggots è un massacro a pieno regime, suono sludge, velocità e intenzione del death più putrescente, accelerazioni feralmente black, grida che di umano hanno ben poco e il piatto (di vermi) è servito. Se li accaparra (manco a dirlo) Relapse Records che pubblicherà il debutto “Suffer as One” in quel di ottobre.
In terra di Francia, le compagini black sembrano fortemente attratte dal Paese del Sol Levante. Dopo gli Alcest, quindi, ci pensano gli Ershetu a tessere trame nere come la notte intrecciandole al Giappone meno moderno possibile. La band non ha volto, come gli altri progetti in cui è coinvolto Vindsval dei Blut Aus Nord e mai lo avrà. Assieme a lui i due fondatori Sacr e Void, creatori di liriche e composizioni. Un ensemble vero e proprio. Ketsurui introduce l’album “Yomi” che vedrà la luce (si fa per dire) a novembre per Debemur Morti Productions, ed è amalgama perfetta del black più emotivo alla tradizione nipponica, fatta di antiche sospensioni temporali e melodie superne. Basta poco per capire che la linea del tempo tanto lineare non è, anche nel 2024.
Dopo essersi fatto le ossa con i leggendari Engine Kid Jade Devitt, dieci anni fa, mette in piedi i Gale Forces. Il quartetto, completato da membri di Awolnation e Mossbreaker, la band spara nello spazio un singolo rovente, fatto di chitarre e movimento desertico, stoner all’ennesima potenza, di quello che più che alla natia Seattle guarda, ovviamente, a Palm Desert. Così nasce Last Man Under the Moon.
Prendete Rico dei Uochi Toki e la MC Mrs. Bhutan. Prendete un Nintendo DS con cartuccia Korg-DS 10, creatrice di strati lisergici, morbidi eppure pieni di asperità, notturni urbani se la città fosse a 8bit o poco più, retrodigitali, Tron uscito completamente di testa, aggiungete rhyming altrettanto oscuro e a passo felpato, flow lucido e affilato come schede prestampate in un inferno digitale e avrete Nuvoladifuoco. Il pezzo fa parte del debutto in uscita il 4 ottobre per Light Item.
I Morgana provano a rinverdire una liaison storica, quella tra Firenze e il post-punk, e lo fanno con un pezzo, Corsica 81, che è forse fuori dal tempo per le sonorità, ma è ben piantato nel presente per le tematiche trattate. Nel brano che anticipa il nuovo Ep “Amour-propre” (in uscita a ottobre su Nomori Record), la band – formata da membri di Plankton, Donal Mortem, Destinazione Finale, Iena e Serpe – parla infatti di autogestione, occupazione, condivisione, spazi di libertà. Si sente tutta la fragilità di un progetto agli albori, certo, ma forse è anche questo il bello. Gli amanti di certe atmosfere cold-wave ci troveranno sicuramente un buon rifugio. Se ci togliete il cielo, ce lo riprendiamo.
Punk ed heavy metal primordiale, distopia e magia antica, cyborgismo e censura: il Brasile dev’essere un posto che ispira anche il più oscuro dei mali ed è proprio quello che gli Obsoletion, da San Paolo, tentano di condensare nella loro musica. Il loro album d’esordio omonimo esce il mese prossimo su Sentient Ruin e, a giudicare dal primo brano estratto Interdimensional Chaos, sarà un bel mix di musica presamale come piace a noi, tra Cro-Mags, Possessed, Celtic Frost e Mayhem.
Cambiamo decisamente atmosfera con il duo formato da Lili Holland-Fricke e Sean Rogan, la prima violoncellista anglo-tedesca, il secondo chitarrista e produttore originario di Manchester. Siamo dalle parti di un certo pop sperimentale, qualche anno fa si sarebbe parlato di indietronica: Dear Alien, primo estratto dall’omonimo album in uscita a novembre, spiega bene l’idea dei due, ovvero mischiare suoni naturali, frammenti di violoncello e chitarra con sonorità elettroniche. Malinconia a palate, insomma, ma anche la sensazione di fermarsi un attimo, prendere fiato e approdare lontano, tipo in un’altra galassia.
Ogni volta che arriva una nuova band shoegaze il pensiero è sempre “e basta con ‘sto shoegaze”, poi però ci ricaschiamo ogni volta con la melma fino alle ginocchiata. Stavolta è il turno dei trauma ray, cinque ragazzotti texani che, dicono e si dice, sono in giro dal 2018 con un Ep, qualche singolo e dei concerti “leggendari”. Non so dire quanto di vero ci sia, ma a ottobre esce finalmente il loro album di debutto e forse una risposta la troveremo: si intitola “Chameleon” ed è anticipato da Bishop, un pezzo che non dice nulla di nuovo (siamo dalle parti dello shoegaze più tradizionale, Slowdive, MBV, Jesus and Mary Chain, dunque il migliore), ma lo fa molto bene.