Francesca Bono, già nota per la sua lunga carriera negli Ofeliadorme, si presenta oggi con il suo primo album solista, “Crumpled Canvas” (qui la nostra recensione), uscito a settembre su WWNBB. L’abbiamo incontrata per saperne di più sul percorso che l’ha portata a questo suo nuovo capitolo artistico, caratterizzato da un mix di spontaneità e introspezione. Francesca ci racconta la genesi del disco, il suo legame con Bologna e le collaborazioni fondamentali, come quella con Mick Harvey. È un viaggio tra musica, arte visiva e ricordi personali, che riflette l’evoluzione di una musicista mossa da passione e autenticità.
Ciao Francesca, dopo tanti anni di lavori “collettivi” ti ritroviamo oggi con il tuo primo album in solitaria. Cosa ti ha spinto a voler realizzare un progetto solista?
Ciao a voi e grazie per dedicarmi del tempo. Per rispondere alla tua domanda: una concatenazione di eventi e opportunità. Avevo del materiale, in forma di canzoni, e avevo bisogno di un feedback spassionato da parte di qualcuno che avesse molta più esperienza di me e fosse estraneo alla scena italiana. Così, un po’ come successe 10 anni con Howie B per l’ultimo album degli Ofeliadorme, ho chiesto a un musicista che stimo molto e che avevo conosciuto di persona nel 2017 dopo qualche scambio epistolare: Mick Harvey. Gli mandai il provino di Black Horse e da lì è nato tutto. Quando si è offerto di darmi una mano era il periodo dei vari lockdown. Appena ha potuto viaggiare fuori dall’Australia e ha organizzato un suo tour in Europa, mi ha chiamata, e dopo una conversazione video su Zoom mi ha dato disponibilità per Giugno 2022. Lì mi sono resa conto che avrei davvero registrato un disco solista. Così ho scritto altri brani, contattato altri musicisti e musiciste che volevo nel disco, preso coscienza che questa volta l’organizzazione di tutta la baracca era solo mia responsabilità, e, non so ancora come ho fatto, ma l’ho portato a casa! Aggiungo come postilla che all’epoca ero all’ottavo mese di gravidanza e facevo da driver ogni mattina a Mick e Vittoria, che passavo a prendere per dirigerci in studio da Bruno.
“Crumpled Canvas” è il titolo che hai scelto per il tuo album. Qual è il significato insito di questo termine?
Decido sempre il titolo dell’album come ultima cosa, o almeno finora è successo così. Stavo cominciando a collaborare con una fotografa ma mi sono resa conto che non riuscivamo a incastrarci e forse preferivo gestire la cosa da sola. Ho aperto un hard disk e cominciato a sfogliare foto scattate in passato finchè mi sono imbattuta in quelle che sono state infine usate, dopo essere state trattate in maniera esemplare da Marcello Petruzzi, che si è occupato anche del lettering. Solo a quel punto mi è venuta in mente il titolo di un’opera di Tina Modotti che avevo visto a Genova anni prima, ho cercato tra i miei appunti e ho trovato delle note su quella mostra. Mi sembrava appropriato un richiamo al mondo delle arti visive perché la mia musica, che sia in formato canzone o strumentale, rappresenta sempre una sorta di colonna sonora per immagini, o per quadri, o per istantanee. Evoca uno stato d’animo, una possibilità. E siccome il disco è stato registrato in maniera molto spontanea, principalmente in presa diretta e senza avere sotto controllo ogni minimo dettaglio, perché volevo che fosse “imperfetto” e “raw”, ho pensato che quel titolo rispecchiasse appieno sia la controparte sonora che la copertina del disco.
Com’è nata la collaborazione con Mick Harvey e com’è stato lavorare con lui?
All’epoca di Secret Fires (Ofeliadorme) gli mandai un link al disco, e siamo rimasti in contatto. Poi, come dicevo sopra, lo ho contattato per avere un parere su 2/3 brani. Nel 2017 mi aveva invitata al concerto di PJ Harvey a Torino, per il Todays Festival, e sono stata a cena con lui e la band. È lì che ci siamo incontrati di persona la prima volta e ho conosciuto anche Alain Johannes che ha poi mixato le mie canzoni. La nostra collaborazione è stata molto felice e lui davvero bravo a comprendere che avevo già le idee molto chiare sul risultato che desideravo ottenere, perciò, come ha scritto lui stesso in alcuni post sui suoi social, ha fatto da “motivatore”, e mi ha accompagnata, suonando peraltro parti bellissime di piano, farfisa, wurlitzer e un paio di bassi. Ricordo i giorni delle registrazioni come molto caldi e faticosi ma anche pieni di gioia e di vera “musicianship” con chi vi ha preso parte.
Puoi raccontarci un po’ della genesi e in generale del processo creativo e compositivo di “Crumpled Canvas”, insomma di come è nato e cresciuto?”
I brani sono nati in periodi diversi, a cavallo tra il 2018 e il 2022. Velvet Flickering Heart, ad esempio, è stata l’ultima che ho scritto di getto, a casa, due mesi prima di entrare al Vacuum Studio di Bologna per registrare. E Bitten Tongue è addirittura un esperimento registrato durante le sessioni. Avevo proposto a Mick, Egle e Vittoria di improvvisare un po’ per allentare la tensione e rilassarci, e Bruno Germano ha registrato tutto. Poi ho smontato e ricomposto alcune parti con Bruno e cantato un testo che avevo appena inventato. Buona la prima. Insomma, è un disco che dentro vede improvvisazione e scrittura andare tranquillamente mano nella mano. Ma alle spalle c’era la consapevolezza di andare in una certa direzione, avevo l’ambizione di fare un disco che suonasse fuori dal tempo, pur coi suoi riferimenti sonori. Spero che, riascoltato dopo 10-15 anni abbia ancora una sua forza, con pezzi come For D o Black Horse che mi auguro invecchieranno bene.
Una delle tracce più significative del disco è sicuramente Bologna_S Bliss and Conversation. Qual è il valore che ha per te Bologna?
Bologna è la mia casa, è il posto in cui ho passato più tempo, quasi 20 anni. Qui è davvero iniziata la mia avventura musicale, sebbene abbia cominciato a suonare a 10 anni, e qui sono diventata pienamente adulta. Avrà i suoi difetti, ma è un luogo magico e di incontro, piena di gente che arriva da fuori con sogni e desideri, e io che mi sono sempre sentita una nomade trovo qui il terreno più fertile per esprimermi artisticamente e per scoprire e ascoltare progetti di spessore che niente hanno da invidiare all’estero. Volevo scrivere una canzone e dedicarla a Bologna, e ne è venuto fuori un testo cut-up che deriva dall’ascolto di conversazioni in autobus, filtrate attraverso miei personali pensieri che emergono all’improvviso come piccoli pesci cangianti tra le onde del mare.
C’è un brano del tuo disco al quale sei più legata? E perché?
Se ci rifletto bene, uno dei più personali e meno criptici forse è For D, ed è anche uno di quelli che ho composto per primi. Poi c’è Velvet Flickering Heart, che mi fa pensare a mio padre, mancato per un male incurabile pochi mesi prima che la scrivessi. C’è molta emotività nelle cose che produco.
Puoi parlarci un po’ della foto di copertina di “Crumpled Canvas”? Come nasce?
L’immagine di copertina non era stata scattata con l’intenzione di condividerla col mondo. Mi piace molto fare foto e quel giorno del 2021 ero nella casa in cui adesso vivo con la mia famiglia e stavo staccando la carta da parati. L’appartamento era rimasto fermo agli anni ’50, e stava per subire profondi mutamenti. Ho sentito l’esigenza di immortalare il momento e realizzare anche alcuni autoscatti. È stato tutto molto rapido. Quando ho riguardato quelle foto nel 2023 ho seguito l’istinto, che mi diceva di usarle. Avevano per me un legame innegabile col contenuto del disco; e anche con l’idea del DIY con cui ho iniziato la mia attività di musicista. Così insieme a Marcello Petruzzi abbiamo creato il concept dell’artwork.
Il tuo lavoro riflette per me uno stile che vorrei definire “catartico-romantico”, soprattutto nel suo riuscire a scavare a fondo con introspezione: cosa ne pensi?
Penso che quel che dici ha senso. Ti rispondo con una citazione di Virginia Woolf da “Immagini del passato”: Se la vita ha una base su cui poggia…allora la mia senza dubbio poggia su questo ricordo. Quello di giacere mezza addormentata, mezzo sveglia, sul letto nella stanza dei bambini di St. Ives. Di udire le onde frangersi, uno, due, uno, due…dietro la tenda gialla. Di udire la tenda strascicare la sua piccola mappa a forma di ghianda sul pavimento quando il vento la muove. E di stare sdraiata e udire gli spruzzi e vedere questa luce e pensare: sembra impossibile che io sia qui…
Qual è secondo te la definizione di art pop? E che significato ha per te tale definizione?
Non sono ferratissima in tema di definizioni musicali, anche se comprendo che aiutino a orientarsi e a capire cosa aspettarsi più o meno da un progetto. Perciò forse non sono la persona più adatta per dissertare sul concetto. Per me significa che accessibilità e ricerca possono convivere nello stesso sound.
Hai già pensato a se e come portare dal vivo il tuo nuovo album?
Ho fatto una prima data, ed è stato emozionante e bellissimo, per la rassegna Mount’Echo. Lì ho suonato in duo con Francesca Baccolini, con la quale porterò in giro il live, tra synth, sequencer, chitarre ecc, un set che potrebbe diventare in alcuni casi “componibile”, con occasionali partecipazioni di altri nomi. A breve annunceremo alcune date, compresa quella bolognese, e poi conto di suonare di più da Gennaio 2025 perché al momento sto lavorando alacremente a nuova musica con Vittoria per Bono / Burattini e a uno spettacolo teatrale con Emidio Clementi e Corrado Nuccini, e il tempo, si sa, è tiranno.
Hai qualche fonte di ispirazione privilegiata mentre scrivi o componi? Qualche lettura, visione o ascolto che vorresti condividere con noi?
Una volta ti avrei detto, soprattutto, letteratura e cinema. Da quando ho due bimbi piccoli faccio molta più fatica a trovare spazio per queste due passioni, ma andrà a migliorare! Riguardo alla musica, non riesco a ricordare esattamente cosa ascoltavo mentre componevo, forse poco. Di solito se sono in fase creativa non riesco a sentire molto altro. Però negli ultimi anni mi sono appassionata a una serie di musiciste in giro per il globo. Tra queste: Kali Malone, Mabe Fratti, Sarah Davachi, Valentina Magaletti, Anika, Astrid Sonne, e in Italia Nino Gvilia, Alessandra Novaga, Marta Del Grandi, Laura Agnusdei, Julinko…
Chiudo ringraziandoti per il tempo che ci hai dedicato e ti lascio lo spazio per un messaggio per i nostri lettori. Grazie ancora!
Sono io che ti ringrazio te e chi avrà voglia di leggere e ascoltare il disco. Il mio messaggio è semplice: siate curiose/i e non perdete mai contatto con l’aspetto ludico, quello tipico dell’infanzia, di ogni attività o progetto, che penso sia l’unico modo per vivere e mantenere una luce negli occhi.