Certe volte la mia ombra è più nera delle altre […] La vedo che diventa sempre più scura e sempre più densa e ho paura che qualcuno se ne accorga e allora vorrei correre via ma è difficile perché si allunga e fila, appiccicosa e nera e mi tiene attaccato al muro e al marciapiede.
“Almost Blue”, Carlo Lucarelli
Scegliere bene il brano d’apertura di un album, l’antico trucco di magia per vincere tutto. Ai Buñuel trucchi non servono ma, ecco, basta Who Missed Me per capire l’antifona. Quale? Che il titolo, “Mansuetude”, è un’illusione. Nel senso, mansueti loro non lo saranno mai, giusto? Ma così? Così feroci, slabbrati, massicci e maligni, “cattivo come adesso non lo sono stato mai”, per citare altri poco allineati, beh, non saprei. In questa opener in cui tutto accade, in cui si rimane stritolati da una sezione ritmica completamente fuori di testa, oltre il limite oscuro di quello che diventa metallo pesantissimo, scogli doom a trazione sei corde, per poi incuneare dentro a tutto questo massacro parti che “saltano”. Oltre. E quelle grida: “Nobody misses me”. Al delirio può esserci fine?
Eugene S. Robinson, Xabier Iriondo, Andrea Lombardini (ora sostituito da Carlo Veneziano) e Franz Valente chiudono una trilogia in odore di perfezione assoluta e aprono una bocca per l’inferno, altro che la porta del cazzo dei film e delle serie horror di quart’ordine. Numero quattro di una discografia in ascesa, lo fanno con le intenzioni più malsane possibile, senza timore alcuno. Sforano, con lo sforzo erculeo di chi ha l’oscurità strisciante che si inerpica su per la spina dorsale fino alle terminazioni nervose per poi esplodere fuori.
Non c’erano catene prima, figurarsi ora. Semmai le usano per colpire al volto. “Heavy and heavier still”, dichiarazione d’intenti impressa nel cemento come un anatema, la lingua di Robinson è arroventata dal piombo lanciato a missile, Drug Burn come colpo da ko dritto alla mascella, Iriondo svasa rock’n’roll nella forgia, crea e massacra riff, nessun orpello. Male. Class è metallo urlante, Valente e Lombardini unleashed, pelli, bacchette e corde come schiacciasassi, rampa di lancio per la nuda verità sull’umana condizione più schifosa: “Rubiamo e mentiamo e fottiamo e crepiamo”. È così, tocca farsene una ragione prima di finire sottoterra dopo una vita di lavoro che è proprio là che ci porterà. Poi porno quando sei intorno (scusate), suadente Bleat, come un cobra maledetto, Jacob Bannon si unisce alla mattanza e si mostra mostro, non solo grida, sporco e sornione, tandem di demoniche sensazioni quello con Eugene, rock da nightclub ma benzinato e poi giù con l’accendino. “All that jazz”. C’è da fottere, qui, ma come in “Tetsuo: the Iron Man”. Ma da fottere ce n’è ancora: altro rock sputtanato forte, ficcante, sbeccato come una tazza con cui tagliarsi le labbra, Fixer, con Megan Osztrosists (dal pianeta allucinato Couch Slut) che rimbalza sulle grida aggiungendo peso al peso, mentre “The pope smokes the dope, and it jerks the hearse until it damn near bursts”, ferocia e sensualità sporche di fogna.
Vuoi il blues? Lo vuoi dall’oltretomba? Ecco Movement No. 201. Una strana nota di dolcezza marcescente riveste A Killing on the Beach, una nota fatta di risonanze lontane e nebulose, subito spazzata via dalla virulenza che investe Leather Bar, lerciume la cui propulsione ha nel violoncello di Andrea Beninati il giusto carburante. Gli ottani di American Steel, invece, ce li mette Duane Denison, “Oil gas and a burn”, combinazione letale con Iriondo, riff segaossa, ritornello che si apre e si colora di tinte febbrili. E se scegliere come aprire un disco è importante, stesso dicasi per la chiusura: A Room in Berlin è una lenta discesa nel mondo delle ombre, una lamina noise ferale che lincia, suona la campana a morto, suoni e rintocchi che riverberano al buio e lo rendono più denso, lento scoramento, si sente la perdita, manca l’appoggio, il vuoto si fa reale, lo puoi toccare. Ti ci puoi perdere, tra i rumori di corde maciullate, gli scoppi, la disintegrazione della forma in tutto e per tutto. “Cold against the window frame. Grayed nights and grayer days, striding over hard floors. There’s no food. There’s no more.” Dolore lancinante.
In mezzo al ciclone è il suono che cambia tutto, compatto al punto da sentire il solido premere contro i timpani, annientamento fisico un attimo prima che diventi psichico. È il sound della paura che si fa realtà, stringe fino a sbriciolare tutto. Vero. Sanguinoso. Tattile. È così che “Mansuetude” investe ogni singolo senso disponibile.
Implacabili.
Mansuetude is dead here