Novembre è sempre il mese di svolta per il freddo padano: le temperature calano drasticamente, la foschia fra i canali si fa sempre più fitta e l’umidità penetra anche nelle carni più coperte. In vista del vero e proprio inverno, si aggiungono a questo gelido quadro anche gli echi lontani ed i sogni tattili dell’ultimo lavoro dei Post Nebbia, che dopo quasi due anni e mezzo tornano con l’album “Pista nera” in uscita per Dischi Sotterranei.
“Pista nera” conferma ma innova la strada maestra del progetto, dove la peculiare psichedelia distorta degli scorsi lavori si unisce a nuove idee, ampliando gli orizzonti verso terre ancora inesplorate e avvalorando il desiderio di una progressiva evoluzione sonora. Mescolando e sperimentando generi eterogenei, vi è la chiara intenzione di comporre e produrre musica di qualità, senza privare il risultato della memoria storica e dell’estro che da sempre contraddistingue il progetto.
“I genitori di Leonardo sono pregati di venire a prendere il figlio presso il rifugio Pista Nera, in cima alla seggiovia” è la comunicazione di servizio all’interno di Leonardo, intro del disco da cui l’immaginario del tutto inizia a prendere forma, creando flashback di ricordi infantili e di remote vacanze innevate. Non a caso la copertina è una vecchia foto fatta dal nonno di Carlo Corbellini, in cui vengono raffigurati due uomini sul ciglio della porta di un rifugio, con sci e cime rocciose sullo sfondo. Da qui in poi questo aspetto visivo supporterà l’ascolto fino all’ultimo pezzo. L’aria ansiosa ascoltata nell’intro si lega perfettamente alle chitarre persistenti di Io Non Lo So e all’evocazione dell’incertezza e decadenza etica che le parole del testo suscitano.
Segue di getto la coppia di singoli, Pastafrolla e Piramide: il primo è l’immersione nei pensieri intrusivi tipici della noia routinaria del pendolare, sorretto da un manto di groove insistente ma consolante; il secondo dà sfogo alla visione soggettiva dello scalatore sociale, che vive di ego e aspirazioni materiali e al contempo, confermandosi il pezzo più rock del disco, si impone mediante un basso gonfio di fuzz ed un assolo di chitarra nel finale che richiama il sound del primo Alex Turner. Il tintinnio apparentemente inappropriato di campanelli natalizi si coniuga in maniera ideale ai ritmi incalzanti e sincopati di Stonatura, reincarnando la distopica visione di un mondo improbabile dove si ha voglia di “vedere quelli della Bicocca che divorano a bocconi quelli della Cattolica”, un gioco di parole croccante e kafkiano che renderebbe finalmente giustizia a quei pensieri ignobili secretati nella mente di ognuno di noi.
Il calore però si avverte con Giallo ed insieme al “caldo irrespirabile” si passa a melodie spigolose e angolari, tributando il post-punk quadrato degli Squid e quello nevrotico degli Shame. Nella title track Pista Nera il punk fa l’amore con la bossa nova e le chitarre fragorose copulano con l’esotica cuica brasiliana, dando coperta al testo che avvolge l’ipocrisia materialista, propria delle villeggiature di montagna. Alla fine di queste ferie dolomitiche, il giorno si fa da parte per dare spazio a Notte Limpida e a ritmiche più funkeggianti, in pastella con reminiscenze nostalgiche e consapevolezza del declino morale.
Sotto le vesti del cambiamento musicale, è la crisi sociale l’insider che corre lungo tutto l’album, traccia dopo traccia, fino alla chiusura. Ne consegue che l’importanza dei testi, talvolta taciti ed enigmatici, hanno un peso pari a quello delle sonorità sperimentali adottate. Quello seguito dai Post Nebbia in questi anni sembra un percorso più che adeguato: da “Prima Stagione” a “Pista nera” vi è una crescita graduale e sostenibile, dovuta principalmente alle scelte azzeccate e all’ineccepibile buon gusto di Corbellini.
Ascoltare “Pista nera” è come vivere in un quadro di Dalì, tra ambientazioni surreali e sensazioni oniriche, circondati costantemente dalla misteriosa ed estenuante nebbia padana.