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Interviste

La miseria come forma di riscatto: intervista a Luca Romagnoli

Foto: Elisa Imperi

Venerdì 6 dicembre, al Teatro della Misericordia di Sansepolcro, si è tenuto il release party di “La Miseria” (qui la nostra recensione), il primo album solista di Luca Romagnoli, frontman dei Management. Un evento che ha fuso musica elettronica e poesia, coinvolgendo il pubblico sia a livello tematico che scenografico. Abbiamo avuto l’occasione di intervistare l’artista, grazie alla collaborazione dello staff di Effetto K e al supporto di Nicolò Guelfi per le domande.

Ciao Luca. Prima di parlare de La Miseria, vorrei chiederti: ti senti più leggero ora che hai affrontato certi argomenti nel disco?

In realtà, no. Credevo che, come nella pratica psicanalitica, parlarne mi avrebbe liberato. Invece, lavorando su queste tematiche, mi sono reso conto che tendo a sprofondarci ancora di più. Ho imparato a temere i miei stessi pensieri quando li analizzo troppo. Un amico mi ha dato un consiglio prezioso: provare a guardare tutto da una prospettiva esterna. La Miseria è quindi un racconto del pensiero sul pensiero, del malessere dell’epoca in cui viviamo e delle contraddizioni delle persone privilegiate, come noi occidentali.

È interessante scegliere di parlare di temi personali, un segno di autenticità. A livello musicale, quali sono state le ispirazioni per questo disco? Io, ad esempio, ci ho trovato qualcosa di Brunori Sas e Cosmo.

Ho cercato di non essere contemporaneo, te lo dico sinceramente. Ho voluto posizionare l’album fuori dalle mode e lontano da tutto ciò che ruota attorno ai numeri e al successo. Questo tema si collega anche all’intelligenza artificiale, ma non voglio dilungarmi troppo. Oggi, in fondo, le persone stesse sembrano comportarsi come intelligenze artificiali. Mi viene in mente una citazione di Barthes: “D’un tratto non mi fa più né caldo né freddo non essere moderno”. Nel nostro percorso con i Management, siamo stati dentro l’indie, poi ne siamo usciti. Ora, che quell’ondata è passata di moda, finalmente possiamo fare ciò che vogliamo, senza preoccuparci di essere moderni. Musicalmente, mi sento istintivamente vicino a Piero Ciampi, Battiato e Battisti, ma più per vecchi amori che tornano. Qualcuno ha associato il mio brano Fatturare a Andare Camminare Lavorare di Ciampi, e forse non ha torto. Ascolto poco la musica contemporanea, soprattutto italiana. Se devo citare un artista internazionale che stimo tantissimo, dico Damon Albarn: per me è il migliore.

Su Damon Albarn ti consiglio il documentario su Raiplay, davvero bello. Ho avuto modo di ascoltare il tuo album in anteprima e mi ha colpito molto, soprattutto per i testi e il peso degli argomenti. Hai avuto timore di esprimere certi pensieri, anche in forma metaforica?

Torno a quanto detto prima: parlare del dolore non sempre mi cura, anzi, a volte peggiora le cose. Ho paura di ricascarci, ma scrivere è l’unico modo in cui riesco a elaborare certi pensieri. Quando inizio, supero la soglia del non ritorno: arrivo a un punto in cui non mi conviene più fermarmi, ma è troppo tardi, quindi devo completare ciò che ho iniziato.

Foto: Elisa Imperi

Credo sia un atto di coraggio, che costa tanto a livello emotivo. Parlando di Perdere, ho notato che ha due versioni: una acustica e una elettronica. Com’è stato reinterpretare lo stesso brano in chiavi diverse?

Fa ridere, perché l’ho cantata una sola volta e poi l’abbiamo inserita in entrambe (ride, ndr). Abbiamo capito in studio che il brano poteva avere due anime. La versione acustica è più scheletrica, tocca l’anima in modo diretto. Quella elettronica mantiene la malinconia, ma aggiunge una prospettiva diversa: invita a reagire, a prendere a spallate la sofferenza. Non amo la fragilità come valore. Non considero tristezza e malinconia un punto di merito: sono semplicemente racconti.

Ascoltando il disco, ho avuto la sensazione che rappresenti un “armistizio”, un lasciarsi andare. Ora ti chiedo: hai paura del pubblico e dei suoi feedback?

Riprendo una frase di Bowie: “Never play for the audience”. In un certo senso, “La Miseria” è un armistizio, ma non una resa. Depongo le armi e dico: “Non voglio più combattere, ho trovato un’altra strada”. È un modo per sottrarsi alla competizione. Viviamo in una società che ci impone di essere tutti concorrenti, ma io non voglio gareggiare contro nessuno. Se il pubblico apprezza, mi fa piacere, ma non è ciò che mi spinge a scrivere. Paradossalmente, più sono in disaccordo con me, più mi rendo conto di essere sulla strada giusta, quella che cerca di dire qualcosa di diverso.

I Management hanno una storia importante: grandi palchi, grandi dischi e quasi 18 anni di carriera. Cosa ti ha spinto a fare un lavoro a tuo nome? È in continuità o in discontinuità con il progetto della band?

Potrei darti molte risposte, ma la più vera è che faccio questo per vivere. Durante la pausa con i Management, ho avuto bisogno di fare qualcosa, per esprimermi e anche per necessità economica e mentale. Un lavoro solista ti permette di ripartire da zero, senza aspettative, ed è una libertà totale. È un’esperienza che arricchisce anche la band e che porterò con me quando torneremo insieme.

Quando è uscito l’album solista di Manuel Agnelli, gli hanno chiesto perché farlo a quasi 60 anni. Lui ha risposto: “Ero stanco di essere il chitarrista degli Afterhours”. In questo progetto ci sono cose che non avresti potuto fare con i Management?

Forse sì. Da solista, ti assumi la piena responsabilità di ciò che dici, senza filtri. Nella band, c’è una protezione collettiva: parli a nome di tutti e ti senti più al sicuro. Da solo, invece, sei più esposto, e questo ti fa crescere.

Quanto conta oggi, nel 2024, dire la propria nei dischi? Hai avuto vincoli con La Tempesta Dischi?

Dal punto di vista del pubblico, dire la propria conta poco: spesso non interessa a nessuno. Ma per chi scrive, è una necessità. Se fai musica è perché ne hai bisogno, non perché il mondo te lo chiede. La Tempesta mi ha lasciato libero, e ne sono grato.

Sansepolcro non è una scelta scontata per un release party. Perché hai deciso di presentare il disco qui?

Abbiamo lavorato con i ragazzi di ITM di San Giustino e girato il video de Il Nulla al Teatro della Misericordia. C’era una certa simbologia tra La Miseria e la misericordia. Inoltre, mi affascina una storia legata a Sansepolcro: durante la Seconda Guerra Mondiale, un aviatore britannico, Anthony Clarke, rifiutò di bombardare la città per salvare La Resurrezione di Piero della Francesca. Mi sembrava il luogo perfetto.

Quindi, La Miseria è anche un’opportunità per guardare il mondo da un’altra prospettiva?

Esatto. La miseria può essere un luogo dal quale osservare il mondo senza farsi contaminare, lavorando sulla propria purezza.

Foto: Elisa Imperi

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